Come trasformare un cretino in un “alpine divorce”
C’era una volta Robert Barr, scozzese di nascita e canadese di adozione, che nel 1893 scrive il racconto breve An Alpine Divorce, storia edificante di un marito che pianifica di far fuori la moglie buttandola giù da un dirupo in montagna. Oggi tutti lo citano, come se Barr fosse Cognetti o un podcaster di Chora, ma prima che la letteratura venisse sostituita da TikTok, siamo abbastanza sicuri che Barr e i suoi racconti non facessero, come dire, hype.
Mi ghosti e ritorni? Non è amore, è zombieing
Poi è arrivata l’epoca in cui la qualunque ma soprattutto qualunque relazione deve avere un nome inglese, così da sembrare più seria, scientifica, indicare un fenomeno. Ripasso per boomeroni: scompari? È ghosting. Mi fai dubitare di me stessa? Gaslighting. Sei appiccicoso? Love bombing. Mi lanci segnali senza impegnarti? Breadcrumbing. Mi fai sentire una riserva? È benching. Mi cerchi solo nella stagione fredda? Cuffing season.
Ricompari dopo avermi ghostata? Non è amore, è zombieing. Mi ghosti piano? È slow fade. Fingi di essere chi non sei? Catfishing. Eviti di presentarmi ai tuoi genitori/amici? Alert pocketing. Ti coltivi altre come piano B? È cushioning. Smetti di parlarmi ma mi segui e commenti sui social? È orbiting. Abbiamo una relazione indefinita? È una situationship. Mi abbandoni durante una attività outdoor? eccolo lì: alpine divorce.
Un POV su TikTok: ed è subito “alpine divorce”
Che spiegata in italiano è un cretino che ti pianta in montagna, in inglese è un caso studio. Tutto nasce, naturalmente, sui social: una ragazza americana in tenuta da trekking condivide con i suoi follower di Tik Tok un video “POV (per i boomeroni, “point of view”, ndr): sei andata a fare un giro in montagna con lui ma ti ha lasciato da sola e realizzi che non gli è mai piaciuto stare con te”. Oltre ventisette milioni di visualizzazioni, centosettantamila condivisioni, decine di migliaia di commenti. Da lì, il diluvio: testimonianze, confessioni, sopravvissute che registrano video tra i sentieri dello Yosemite come reduci di guerra, ragazze che giurano di essere state lasciate sole, senza acqua né cibo che condividono “tips per sopravvivere”, link sponsorizzati a kit di sopravvivenza e bussole che sembrano uscite da un film di Nolan.
I giornali, che quando sentono odore di tendenza perdono la bussola più velocemente degli escursionisti, iniziano a mescolare tutto: storie di cretineria pura, drammi veri, e un caso – uno – di morte: quello dell’austriaco Thomas Plamberger, condannato per omicidio colposo aggravato a fine febbraio dal tribunale di Innsbruck per aver abbandonato la fidanzata Kerstin Gurtner durante una scalata al Grossglockner, causandone la morte per assideramento. Un caso terribile che nel frullatore mediatico diventa un ingrediente come gli altri e con lo stesso hashtag della storia di Mj, piantata nel parco di Zion dal suo “nuovo compagno” che le preferisce una escursionista più veloce, o di Ms, lasciata indietro nell’Unaweep Canyon, in Colorado, con poca acqua e una fifa blu dei serpenti a sonagli, o dei commenti di centinaia di migliaia di utenti che non avranno mai visto un canyon, ma sono cintura nera in “breakup trend”.
Allarme MeToo, violenza domestica, mascolinità tossica
Il Guardian mette il carico da 90 tirando fuori la cornice storica, il racconto di Barr, e arrivano gli esperti, naturalmente – senza esperti non c’è epidemia che tenga. Ti spiegano che è il solito virus del patriarcato, della mascolinità tossica, che l’alpine divorce è «un’altra versione del #MeToo» (Women’s Wine Hiking Society), dice di «un’enfasi sulla forza, l’indipendenza e lo stoicismo che è davvero radicata nel modo in cui ai maschi viene insegnato a dare priorità a determinati tratti caratteriali» (Guardian), «siamo davanti a una nuova forma di violenza domestica» (Le Parisien). Segue il turno delle donne dell’outdoor disgustate dagli stereotipi di genere (donna-dipendente, uomo-capace) legati al concetto di “alpine divorce”: «Che ci crediate o no, noi donne siamo capaci di fare cose che non hanno nulla a che fare con gli uomini» (Julie Ellison, ex direttrice di Climbing), quello dei montanari che ci vedono un oltraggio alle sempre sacre cime dove vige l’unica regola dall’alba del mondo: non si lascia indietro nessuno.
Ai tanti che hanno gridato al fenomeno di massa anche in casa nostra andrebbe ricordato anche che la Val di Non non è l’Arizona, omicida e cretino non sempre sono fratelli e spesso il cretino non è un sistema: è un cretino. Ma l’utente medio ha un orrore quasi religioso per le cose semplici: non sopporta che un idiota sia semplicemente un idiota, deve essere il sintomo di qualcosa. Così il fidanzato idiota diventa una struttura, la montagna il teatro di una dinamica di potere, e il trekking domenicale un capitolo di sociologia.
Chiamare gli idioti con il loro nome
Il risultato è che non si può più dire: “Sono stata piantata da un idiota” ma “sono anche io vittima di una pratica sistemica denominata alpine divorce”. Che paradossalmente suona come una specie di assoluzione cosmica con sottotitoli in inglese.
Il racconto di Barr finisce con la moglie che esclama «Ti mostrerò, John Bodman, quanto ti odio», si strappa brandelli di vestito e si getta giù dalla rupe di montagna da sola, non prima di avere incastrato l’uomo per il suo omicidio. Oggi, nell’era del vittimismo a favore di camera, alle “sopravvissute” all’apine divorce basta un account su TikTok e un buon piano dati. E aspettare che l’algoritmo (e i giornalisti) facciano il resto. In inglese si direbbe cliff hanging.
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