Aprire un processo (culturale) al #MeToo

Adesso che è finita anche la vicenda Brizzi, è il caso di dire che la visione femminista hollywoodiana è sfuocata

Adesso che anche la vicenda di Fausto Brizzi, il regista accusato di molestie, è terminata con una archiviazione, sarebbe il caso di aprire un processo (culturale) al #MeToo. C’è qualcosa alla base di questo movimento che non funziona, anzi addirittura di deleterio per le donne stesse, come rilevò già mesi fa l’Economist. Alla fine di tutta la grancassa di hashtag, appelli hollywoodiani, stellette e spillette sul palco dell’Oscar, infatti, cosa è rimasto? Volevano sensibilizzare il mondo sulle molestie dei Barbablu nei confronti delle donne e cosa hanno ottenuto? Hanno ottenuto l’effetto opposto.

LA VALANGA E IL DOPPIOPESISMO

Tutto era partito da Harvey Weinstein, il produttore di Hollywood dalla mano lunga. Poi un susseguirsi di scandali che avevano coinvolto altre celebrità: Kevin Spacey, Woody Allen, David Copperfield, per dirne alcuni. Quindi qualche politico col solito doppiopesismo per cui s’usava il lanciafiamme contro il giudice trumpiano Brett Kavanaugh, ma i guanti col premier canadese Justin Trudeau.
Ma quando inizi a far rotolare il sassolino dell’indignazione, è difficile fermare la valanga. Per cui le accuse s’erano allargate a macchia d’olio e in ogni ambito, persino nel paese dei balocchi di Google.

PRIMO: SPUTTANARE

Chiariamo: le molestie sessuali esistono, i molestatori porcelloni esistono, le vittime esistono. Ma esistono anche gli approfittatori: donne o uomini che si concedono e poi ricattano, media che soffiano sul fuoco perché sanno che le vicende boccaccesche fanno vendere, è una regola vecchia come il mondo (vero Iene?). Quindi: primum sputtanare, deinde verificare.

LA PREMESSA SBAGLIATA

È stata un’occasione persa, l’ennesima. Tempi, nei mesi in cui sui giornali impazzava la gogna, provò a prendere il discorso un po’ di lato, secondo una prospettiva non risentita e non moralistica, perché è pur sempre interessante parlare di “Cupido ai tempi delle porcherie” (certo, ci vuole un’Annalisa Teggi per farlo). Soprattutto serve una concezione dell’uomo che non lo riduca al suo basso ventre e che concepisca il sesso come relazione e non solo come scambio di liquidi. A novembre abbiamo pubblicato un lungo articolo della filosofa francese Bérénice Levet in cui si spiega che se l’unica chiave di lettura del rapporto uomo-donna è “dominazione/ribellione alla dominazione”, allora si parte da una premessa sbagliata che inficia tutto il ragionamento.

OGGETTI O SOGGETTI

È per questo che, fuori dalle aule dei tribunali, bisognerebbe far partire un processo – ripetiamo: culturale – al femminismo. Perché, come spiega bene Levet, il femminismo parte da una lettura sfuocata della realtà, che riduce la donna – paradosso! – a “oggetto”, esattamente quello che dice di combattere. Al contrario, il primo modo per combattere le violenze e gli abusi sessuali è quello di ricostruire la fiducia tra due “soggetti” attratti l’uno dall’altro. Cos’è il corteggiamento, infatti, se non il “gioco” in cui questa fiducia man mano si rivela?

LA LETTERATURA, LA CARNE, LE OSSA

È un lavoro impegnativo, che richiede i tempi lunghi dell’educazione, ma visti i risultati del #MeToo, non sarebbe il caso di intraprenderlo?

Ha scritto Levet su Tempi:

Per recuperare un pensiero positivo del rapporto tra i sessi è centrale il tema dell’educazione. E il discorso femminista egalitarista ne perverte il senso. Non è ripetendo che i due sessi sono uguali che si miglioreranno le relazioni tra i due sessi. L’educazione deve rimanere sessuata, non è insegnando ai giovani a vedere nell’altro sesso nient’altro che un simile che li si sosterrà nella vita. Bisogna piuttosto donare loro i mezzi per dare una forma ai loro desideri, per trovare le parole per esprimere il loro desiderio e questo passa soprattutto dalla letteratura. Non si tratta di allineare il desiderio maschile a quello femminile, ma di educarlo, civilizzarlo, ripulirlo. È il desiderio e la manifestazione di questo desiderio che bisogna formare.

La letteratura è senz’altro ricca di esempi che aiutano in questa educazione, ma, insieme a quelli di carta, servirebbero esempi in carne e ossa. Non devono per forza essere storie edificanti (di solito, alquanto noiose), possono essere anche vicende zigzaganti e senza un finale a tinta unica.

CHI HA PERSO LA VERGINITÀ

A volte, le perle le trovi dove meno te le aspetti. Ad esempio:

Ieri mia madre mi ha detto: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. All’improvviso si sono sgretolati anni e anni di liberazione sessuale, di convincimenti libertari, di mentalità radicale. Tutto quel che avevo creduto una conquista civile si è ridimensionato di fronte a quella semplice affermazione: “Ho avuto un solo uomo, tuo padre”. Sono stato messo di fronte alla debolezza di ciò che credevo essere la modernità, con la forza di chi afferma un principio antico, senza la consapevolezza di essere, lei sì, la vera rivoluzionaria. Mi sono domandato: sono più avanti io che ho vissuto e teorizzato il rifiuto del matrimonio, l’amore libero e i rapporti aperti o lei che per una vita intera è rimasta fedele ad un solo uomo? Senza essere Gesù Cristo mi sono sentito il figlio di Dio e mia madre mi è apparsa come la Madonna: in modo naturale, come se fosse la più ovvia delle cose, lei ha impostato tutta la sua vita su concetti che oggi ci appaiono sorpassati, ridicoli: la felicità, l’onestà, il rispetto, l’amore. Mentre penso che non c’è mai stata in lei ombra di rivendicazioni nei confronti del potere maschile mi rendo conto che non esiste nessuno più autonomo di lei. Nessun senso di inferiorità l’ha mai sfiorata, perché le fondamenta della sua indipendenza erano state scavate nei terreni profondi della dirittura morale, della lealtà, della giustizia, dell’onore e non sulla superficie di ciò che si è abituati a considerare politicamente corretto. Il rispetto e la timidezza con cui guardava mio padre e l’educazione che mi ha dato a rispettarlo non avevano niente a che vedere con le rivendicazioni dei piatti da lavare.
Mia madre non si è mai sentita inferiore perché ci serviva in tavola un piatto cucinato per il piacere di accontentarci e di farci piacere; o perché lavava e stirava per farci uscire “sempre in ordine”. Sono consapevole che sto esaltando il silenzio e quella che le femministe hanno drasticamente definito sottomissione. Ma non posso fare a meno di interrogarmi sui veri e falsi traguardi dell’emancipazione, su ciò che appartiene ai convincimenti profondi e su ciò che non è altro che sterile battibecco. Nella ricerca dei valori che dovrebbero educarci a un’etica meno degradata di quella improntata al principio del così fan tutti, mia madre è un esempio di anticonformismo e di liberazione: lei è davvero affrancata dagli stereotipi e dai bisogni indotti della società massificata. Per conquistare obiettivi importanti e sicuramente oggi irrinunciabili siamo stati costretti ad abdicare alla nostra integrità.
Noi abbiamo perso la “verginità”, non lei.
Olivero Toscani, “Non sono Obiettivo”, Feltrinelli, 2001

Foto Ansa