Come ti affitto l’utero. In Italia

L’inviata del Corriere Monica Ricci Sargentini racconta l’incontro illegale organizzato a Roma da un’agenzia per la maternità surrogata.

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Guarda che non ce la siamo presa, Mario mi ha chiesto se l’articolo ci danneggiava e io gli ho risposto che poteva andare peggio. Quello che non capisco è perché lo fai». Inizia così la telefonata di Francesca Sordi, referente per i clienti italiani dell’agenzia per la maternità surrogata Extraordinary Conceptions, alla giornalista del Corriere della Sera Monica Ricci Sargentini. Mario è Mario Caballero, direttore e fondatore della famosa agenzia di San Diego che qualche giorno prima ha dato appuntamento in un hotel di lusso a Roma ad alcune coppie italiane intenzionate a ricorrere alla pratica, vietata nel nostro paese, dell’utero in affitto. Tra queste, in incognito, c’è Sargentini, già autrice dei reportage sul business della surrogacy in California che suscitarono grande clamore durante la discussione del ddl Cirinnà e dell’articolo 5 (poi stralciato) sulla stepchild adoption. «Sono qui perché voglio aiutarvi ad ottenere quello che volete nel minor tempo possibile e al prezzo più economico – è la promessa di Caballero alle coppie presenti a Palazzo Montemartini – vogliamo avere più clienti in Italia. Per questo sto anche girando un documentario con un producer italiano». Queste e molte altre cose riporta Sargentini nel pezzo, eloquente fin dal titolo, “‘Madre surrogata? La troviamo noi’. Gli incontri (illegali) dell’agenzia Usa”, pubblicato il 2 giugno dal Corriere. Non appena lo legge, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin chiama i carabinieri dei Nas che subito avviano un’indagine. Contemporaneamente da San Diego vengono annullati gli appuntamenti previsti da Caballero in Italia. È allora che Sargentini riceve la telefonata: «Guarda che non ce la siamo presa, ma quello che non capisco è perché lo fai».

Cos’ha risposto?
Che io ho fatto il mio lavoro, ho informato il pubblico perché la loro agenzia stava facendo una cosa illegale. Che in Italia la surrogacy è vietata dalla legge 40 che punisce con la reclusione fino a due anni «chiunque realizza, organizza o pubblicizza la surrogazione di maternità», cosa che loro stavano facendo attraverso un vero e proprio tour che prevedeva, oltre a quella di Roma, tappe a Milano e a Firenze. È stata una telefonata surreale: oltre all’incontro di Roma mi ero iscritta anche a quello di Milano e avevo appena ricevuto un’email dell’agenzia che diceva che, avendo saputo da un giornalista che erano stati presi provvedimenti contro la persona di Caballero, per la sicurezza di tutti si era scelto di cancellare l’incontro. Mi hanno avvisato che mi stavano registrando, ribadivano che non erano arrabbiati. Eppure sono spariti, a quanto mi risulta nessuno dei clienti potenziali è stato più contattato.

Surreale la telefonata, l’email ma anche l’incontro nell’hotel di Roma che descrive nell’articolo.
In poche battute Caballero ha smascherato tutta l’ipocrisia dell’utero in affitto come dono o atto d’amore. Basta parlare con una qualsiasi di queste agenzie per far vedere che il re è nudo. «Questo è un business, non devono essere emotive, devono pensare al business»: è la frase che Caballero afferma di ripetere continuamente alle madri surrogate che sottopone anche a un test psicologico che attesti la loro sanità mentale, così da non potersi appellare al giudice e dire che non sapevano cosa stessero facendo nel momento in cui hanno firmato un contratto di rinuncia al figlio che avrebbero portato in grembo per conto terzi. Iscrivendomi al sito dell’agenzia ho potuto accedere al catalogo non solo delle donatrici, ma anche delle surrogate: potevo scegliere razza, età, studi, attività, orientamento. Un negozio virtuale di donne da affittare che Caballero ci invitava a blandire con attenzioni e somme di denaro così da disincentivare l’affezione per il bambino. «Io voglio che possano arrivare al parto e consegnarvi il bimbo dicendo: ecco il vostro bellissimo figlio», ci ha spiegato il direttore dell’agenzia. Il costo è, più o meno, come nel resto degli Stati Uniti: tra i 130 mila e i 160 mila dollari da pagare in quattro rate, più alcuni regali facoltativi che vanno dai 2 mila dollari per i massaggi ad altri 2 mila per un programma nutrizionale o mille per un viaggio della famiglia della gestante. Rispetto ai cinesi, ci ha assicurato, «vi faccio risparmiare 15 mila dollari, perché la crisi morde e noi vogliamo espanderci in Italia». Infatti ci ha parlato di un nuovo ufficio aperto apposta per noi europei nella Carolina del Nord, perché la California pare invasa dai cinesi che per avere figli maschi affittano anche tre surrogate contemporaneamente, facendo lievitare i prezzi. Ci ha messo in guardia dal ricorrere alla surrogacy in paesi come l’Ucraina dove, dice, vengono usati sperma e ovuli di dubbia provenienza, mentre da loro la “tracciabilità” è assicurata. Parlava così, di corpi e bambini.

E rispetto al portare i bambini in Italia, dove per la legge il figlio è di chi lo partorisce e non di chi lo commissiona?
Ha tentato di farci credere che sarebbe stata una passeggiata. In dieci anni, ha detto, non c’è mai stato un problema. Una volta in Italia noi saremmo stati segnati come genitori dei bambini. Ha citato il caso di Nichi Vendola che «ora è qui a Roma. Felice». Ha cercato di rassicurarci sul fatto che tre avvocati italiani si sarebbero occupati di tutto e tuttavia ci ha invitato a sbrigarci, «prima che entrino in vigore le leggi. Si parla – ha detto – di paragonare la Gpa ai reati sessuali». Quest’uomo che gira gli alberghi italiani come un piazzista è la dimostrazione che in Italia la pratica dell’utero affitto è un finto reato. Un reato sulla carta che nella pratica viene tollerato. Grazie probabilmente a una rete di contatti: mentre gli omosessuali ricorrono ai loro canali e si recano direttamente in America, all’incontro di Roma erano presenti coppie eterosessuali che sembravano assolutamente sprovvedute e poco informate, sulle conseguenze legali, ma anche sulla natura della pratica stessa: mi ha colpito una donna del Sud di circa 60 anni che chiedeva se avrebbe potuto usare i suoi ovuli per la fecondazione. Non era gente da siti web, qualcuno doveva averli indirizzati lì.

Quali reazioni sono seguite alla pubblicazione del suo articolo?
Il ministro Lorenzin ha chiamato i Nas, la deputata del Pd Fabrizia Giuliani ha presentato una mozione chiedendo di lavorare anche a costo di nuovi inasprimenti per impedire che le norme vengano aggirate e ignorate. Tuttavia avrei voluto vedere maggiore unità e trasversalità, come avvenne nel caso della mozione depositata in Senato da Anna Finocchiaro e alla Camera da Mara Carfagna per l’abolizione universale della Gpa sulla scia dell’assise di Parigi, lo scorso febbraio, in cui lesbiche, femministe, associazioni per i diritti umani e donne di sinistra di tutto il mondo hanno firmato un documento per un divieto globale della pratica. In Italia questa presa di posizione, anche da parte di chi si dice contrario, in questo momento non c’è. E non parlo solo della politica e della sinistra, che in periodo elettorale si autocensura per non cavalcare temi etici e divisivi come questo.

Si riferisce alle femministe e alle lesbiche italiane?
C’è una spaccatura nella comunità Lgbt, mondo che, di fatto, ha monopolizzato il dibattito sull’utero in affitto: i gay difendono la pratica arrivando a tacciare di omofobia chiunque, tra i movimenti di lesbiche e le associazioni femministe, osi pronunciarsi contro. Solo pochi giorni fa, Arcilesbica ha disdetto all’ultimo minuto la presentazione del libro di Daniela Danna, sociologa milanese dichiaratamente lesbica, Contract Children: questioning surrogacy (“Bambini su commissione: domande sulla maternità surrogata”); Marina Terragni, che ha dato alle stampe Temporary Mother. Utero in affitto e mercato dei figli, è stata accusata di omofobia su Facebook per aver scritto: «Se una donna è una cosa che si può affittare, tutta o in tranci, la si può anche bruciare, vetriolare, uccidere». Io stessa sono stata denunciata all’Unar per aver scritto un post giudicato omofobo che raccontava il dibattito interno alle femministe sulla surrogacy. Sono stata a Roma, il 7 giugno, al convegno al Senato “Gestazione per altri: tra proibizionismo e libertà contrattuale: quale approccio legislativo per il futuro?”. Si è parlato della proposta di legge dell’Associazione Luca Coscioni per introdurre una legge sulla gravidanza per altri in Italia. La discussione, tra esponenti del mondo gay e lesbiche, è stata accesa.

Lei vede nel dibattito una subalternità delle lesbiche ai gay?
Io vedo una sorta di ordine di scuderia a tacere in nome della correttezza politica. Chi è contrario alla pratica non ha diritto di parola, pena l’accusa di omofobia. Eppure la maggior parte delle lesbiche e tantissimi gay non sono affatto d’accordo con la Gpa. Mi stupisce che, dopo la condanna del Parlamento Europeo e la bocciatura al Consiglio d’Europa, si presenti una proposta di legge per regolamentare una pratica che viola i diritti umani. Vorrei che associazioni come Amnesty International e Human Rights Watch dicessero qualcosa in proposito. Perché questo silenzio? Alla Gpa ricorrono soprattutto coppie eterosessuali, non è una tematica Lgbt. Negli Stati Uniti ora la nuova tendenza è quella di uomini single etero che vogliono un figlio tramite l’utero in affitto. La questione non è essere omosessuali o eterosessuali, la questione è il desiderio di far sparire la madre che viene mascherato come un diritto. Uomini e donne non sono uguali. Solo la madre può partorire, la differenza sessuale esiste. Un uomo, gay o etero, per avere un figlio deve entrare in relazione con una donna. Non c’entra nulla l’orientamento sessuale, semplicemente un maschio non può diventare madre. Io nella surrogazione ci vedo tanta misoginia, è l’invidia dell’utero su cui medici, agenzie e avvocati fanno un business milionario.

Foto da Shutterstock

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