Come si ferma la seconda ondata se nemmeno si sa dove si prende il Covid?

La «preoccupante» inchiesta del Wall Street Journal: la stragrande maggioranza dei contagi non è tracciata in nessun paese. Tanti auguri per i lockdown “differenziati”

I casi di Covid-19 si impennano, monta la seconda ondata del coronavirus, i virologi avevano previsto tutto eppure la grande incognita è ancora la stessa: dove accidenti si infettano le persone? Basta il titolo dell’articolo di Ruth Bender e Matthew Dalton pubblicato domenica dal Wall Street Journal (“As Covid-19 Surges, the Big Unknown Is Where People Are Getting Infected”) per capire uno dei motivi principali per cui è così difficile per il governo italiano, e non solo quello, stabilire chiusure mirate per limitare i contagi senza causare danni generalizzati all’economia.

«Dieci mesi dopo l’inizio della crisi sanitaria», le nazioni occidentali «sanno ancora poco riguardo a dove le persone prendano il virus», scrive il quotidiano americano. In effetti i dati messi in fila dai due giornalisti autori dell’inchiesta sono sconfortanti:

«In Germania le autorità dicono di non sapere dove il 75 per cento delle persone che risultano positive ai tamponi abbiano preso il coronavirus. In Austria, la cifra si attesta intorno al 77 per cento. In Spagna, il ministero della Sanità dichiara di essere stato in grado di identificare l’origine di appena il 7 per cento delle infezioni registrate nell’ultima settimana di ottobre. In Francia e in Italia, soltanto il 20 per cento circa dei nuovi casi sono stati ricollegati ad altre persone risultate positive in precedenza».

Se questo è il quadro desolante in Europa, non va molto meglio in America. Il Wall Street Journal ha interpellato Jay Varma, consigliere del sindaco di New York per le questioni di salute pubblica, il quale ha rivelato al giornale che il 10 per cento delle infezioni riscontrate in città è avvenuto in occasione di viaggi delle persone interessante, un altro 5 per cento è conseguenza di assembramenti, una quota identica ha origine in strutture sanitarie. E il restante 80 per cento? «Per la stragrande maggioranza – probabilmente qualcosa come il 50 per cento e più dei casi – non abbiamo un modo di identificare direttamente la fonte del contagio, e questo è preoccupante», ammette il dottor Varma.

Come mai è così difficile capire dove si infettino le persone? Una ragione, spiega il Wall Street Journal, è il malfunzionamento dei sistemi di tracciamento escogitati dai vari paesi, sistemi che «non individuano abbastanza contatti per mappare l’espansione del virus». Per di più i dati a disposizione, per quanto limitati, «non sempre vengono scandagliati con l’obiettivo di stabilire chiusure più mirate».

Un problema, quello dei sistemi di tracciamento in tilt, che l’opinione pubblica italiana conosce bene, visto che si tratta ormai di un fallimento conclamato. Per dare un’idea: se i “contact tracer” dei paesi asiatici indicati come modello nella risposta al coronavirus mediamente interrogano 10 contatti per ogni contagio accertato, negli Stati Uniti e in vari paesi d’Europa il numero medio di contatti ricostruiti per ogni caso è inferiore a 4, scrivono Ruth Bender e Matthew Dalton.

In conseguenza di questa défaillance, gli errori statistici abbondano. Per esempio, il fatto che la maggioranza dei contagi risulti essere avvenuta entro le mura domestiche potrebbe non rispecchiare affatto la realtà: semplicemente, spiegano gli esperti sentiti dal Wall Street Journal, è probabile che la casa sia in cima alla lista dei luoghi di contagio «per via di quanto è difficile tracciare le infezioni che avvengono altrove». E perché è tanto difficile? I motivi sono diversi, molti dei quali facilmente intuibili. Basti ricordare che spesso passano 10 giorni prima che il Covid manifesti sintomi: e chi riesce a ricordare con dovizia di particolari tutto quello che ha fatto e tutte le persone incontrate nell’ultima settimana e mezzo? Per non parlare degli asintomatici.

Poi c’è ovviamente il grande giallo dei contagi che si verificano tra sconosciuti nei luoghi pubblici. Come si fa a tracciarli con certezza? Potrebbero tornare utili a questo scopo le famose app come l’italiana Immuni, ma ormai è chiaro che simili dispositivi «non sono stati adottati in numero sufficiente da risultare efficaci», si legge nell’articolo. Anche questo è un problema che in Italia conosciamo bene. E non è che le cose stiano andando meglio nell’efficiente Germania, dove la app per il tracciamento è più scaricata che da noi, ma è altrettanto inutile perché pochissimi la usano bene.

Il nuovo round di lockdown indiscriminati è dunque conseguenza, almeno in parte, di questa incapacità di tracciare il contagio. Il virologi dicono che il Sars-CoV2 si diffonde in modo più aggressivo nei locali stretti, affollati e poco ventilati? Bene, chiudiamo i ristoranti. E pazienza se i ristoratori faranno presente che in questi mesi hanno investito tempo e risorse per adeguarsi a tutte le misure di sicurezza possibili e immaginabili. La loro diligenza non è in grado di scalfire minimamente l’ignoranza di scienziati e governi. L’episodio riportato dal Wall Street Journal è fulminante:

«Un tribunale di Berlino la settimana scorsa ha respinto la richiesta da parte dei proprietari di un ristorante di annullare l’ordine di chiusura emanato per il mese di novembre. I giudici amministrativi della capitale tedesca hanno spiegato che poiché nel 75 per cento dei casi l’origine del contagio è sconosciuta, l’argomento usato dai ristoratori, ossia che loro non sono veicoli d’infezione, non regge».