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Come si fa a far passare ogni obiezione all’eugenetica per «opposizione ideologica». Il caso Mangiagalli

settembre 25, 2014 Redazione

Via libera alla diagnosi preimpianto nella clinica milanese? Così le sottili omissioni del Corriere, dei radicali e dell’assessore Mantovani la fanno sembrare una questione banale. Ma non lo è

diagnosi-preimpianto-fecondazione-mangiagalli-corriere-milanoIn fondo è solo un problema di omissioni. Piccole ma importanti, maliziose ma decisive, sottili ma clamorose. Sta tutta nel non-detto la chiave che premette di capire davvero cosa c’è dietro quello che il Corriere della Sera presenta come «lo scontro» in atto alla clinica Mangiagalli di Milano intorno alla possibilità di dare il via libera alla diagnosi preimpianto sugli embrioni concepiti con la fecondazione assistita.

«MORALMENTE DOVEROSO». In sintesi, succede che il 25 marzo i primari della Mangiagalli inviano una lettera ai vertici dell’ospedale per informarli che tutto è pronto per partire con la tecnica, e che è «moralmente doveroso» farlo poiché una sentenza della Corte europea «ha sancito che il divieto della diagnosi preimpianto stabilito dalla Legge 40 lede i princìpi basilari delle libertà umane». Però i vertici in questione, ovvero Giancarlo Cesana e Luigi Macchi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Policlinico Mangiagalli, prima di approvare la cosa decidono di scrivere alla Regione Lombardia per chiedere come devono comportarsi perché «la procedura può avere possibili implicazioni eugenetiche».

IL SOLITO AVVOCATO RADICALEGGIANTE. Per mesi Cesana e Macchi non ottengono risposta. Finché il 16 settembre il solito “avvocato di una coppia che si è rivolta a un’associazione vicina ai radicali” invia all’ospedale una diffida minacciando di trascinare i responsabili in tribunale se non effettueranno «entro cinque giorni» la diagnosi preimpianto che rientra tra «i diritti fondamentali dei nostri assistiti». A questo punto la notizia arriva al Corriere e parte la polemica. Una polemica piena di omissioni che servono solo a far passare «l’ostinazione» di Cesana e dei «vertici ciellini regionali» (copyright radicali) come «opposizione ideologica alla diagnosi preimpianto» (copyright Simona Ravizza, Corriere della Sera).

DICO-NON-DICO. Il giochino del dico-non-dico è molto semplice, e il quotidiano di via Solferino lo maneggia alla perfezione. Da tre giorni (tre) negli articoli del Corriere le obiezioni dei famigerati «vertici ciellini regionali» sono ridotte a generici «dilemmi etici» e «timori di derive eugenetiche», senza mai spiegare nel merito perché costoro sollevino tali problemi. Invece la diagnosi preimpianto, non a caso fortemente sponsorizzata dai «medici luminari della Mangiagalli», è solo un innocuo «esame degli embrioni» il cui «obiettivo è di evitare che i genitori trasmettano a un bambino malattie genetiche gravi». Su questo il Corriere insiste moltissimo, con leggere variazioni sul tema: una volta parla di «diritto a non trasmettere malattie gravissime ai figli»; un’altra volta arriva a sostenere che «in gioco c’è la possibilità di trasmettere a un bambino malattie genetiche gravi, (…) un rischio che è possibile evitare con la diagnosi preimpianto sugli embrioni»; oppure si limita a scrivere che l’obiettivo è «aiutare le coppie (infertili) portatrici di malattie genetiche». Mentre i radicali si spingono anche oltre. Per loro la diagnosi preimpianto serve alle coppie «per evitare un aborto se portatrici di patologie genetiche».

«UN DIRITTO». Mai una volta, una sola, si prova a spiegare davvero in che cosa consista veramente la diagnosi preimpianto. Che naturalmente non evita nessun rischio a nessun bambino, semplicemente permette di selezionare fra i vari embrioni prodotti con la fecondazione assistita solo quelli sani. E di scartare quelli malati. È «ideologico» evocare «timori di derive eugenetiche»?
Nel dubbio, l’assessore alla Sanità della Lombardia, Mario Mantovani, cincischia. Vistosi tirato in ballo dagli articoli del Corriere, invece di rispondere alla lettera di Cesana e Macchi, ha preferito unirsi al balletto delle omissioni e dichiarare in favore di taccuino che «per le coppie infertili conoscere lo stato di salute dell’embrione mediante indagini cliniche e diagnostiche è un diritto», e che «nel caso specifico l’azienda ospedaliera aveva già tutti gli strumenti giuridici necessari, senza che ci fosse bisogno di interventi da parte della Regione».

APRIAMO ALL’EUGENETICA? Eppure l’interrogativo sollevato da Macchi e Cesana sembra essere sufficientemente chiaro. È vero che i vari giudici europei e italiani hanno ormai smontato la legge 40. È vero che la diagnosi preimpianto non è più vietata in Italia. È vero che la corte di Strasburgo ha stabilito che essa è «un diritto». Ma da quando è legale l’eugenetica, in Italia? Entro quali limiti e secondo quali tecniche e criteri andrebbero scartati gli embrioni malati? «Se la questione fosse stata semplice non ci sarebbe stato bisogno dell’intervento della Corte europea e di una serie di sentenze», ha replicato Cesana a Mantovani sempre tramite il Corriere. «Adesso la Regione ci risponda ufficialmente». Di grazia assessore, si pratica l’eugenetica in Lombardia? E se si pratica, come si pratica?

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20 Commenti

  1. Laura says:

    E noi semplicioni che crediamo che il referendum sia un’espressione di democrazia.

    • Nino says:

      quale referendum?

      • Giannino Stoppani says:

        Quello in seguito al quale, in ossequio alla volontà popolare, non fu abolita la famosa legge 40.
        Mi auguro vivamente che tu non ti voglia scornare sulla questione dell’astensione come opzione costituzionalmente prevista perché da ‘ste parti capiti male.

        • doctor says:

          Ho conservato la pagina del quotidiano di quel giorno. 74% di italiani adulti, recitava sbeffeggiando il cattolico adulto Prodi.

        • Nino says:

          stavo solo precisando che il referendum non espresse nessun parere, semplicemente non fu valido perchè la maggioranza degli italiani decise di non esprimersi. Quindi in realtà non sappiamo qual è l’opinione degli italiani, le percentuali tra favorevoli, contrari o “non me ne frega niente”

          • lucillo says:

            Esatto

            • Giannino Stoppani says:

              Esatto una sega.
              Anche te studia e poi ripassa (anche no!).

            • yoyo says:

              In quella occasione l astensione fu concepita come espressione di dissenso. No alla eterologa, no alla banalizazione del tema con un referendum.

          • Giannino Stoppani says:

            Codesta lettura dei fatti è tipica di chi ignora o vuol ignorare a bella posta la costituzione.
            Studiare meglio la faccenda e ripassare la prossima volta.

            • lucillo says:

              vediamo se qui mi fanno ripassare, su altri 4 articoli mi hanno bloccato subito, in 3 già al primo commento, in un altro durante una civilissima discussione con Toni

            • Nino says:

              I numeri sono numeri, sui circa 50.000.000 (ho arrotondato per semplicità) di aventi diritto, al referendum hanno votato circa 13.000.000 cittadini italiani

              Di questi circa 500.000 hanno votato scheda nulla, circa 1.500.000 hanno votato contro l’abrogazione e circa 11.000.000 hanno votato per l’abrogazione

              Degli altri 37.000.000 che hanno deciso di non esprimere il loro parere non si sa niente. E’ ovvio che in quest’ultimo numero rientrano anche tutti quelli contrari all’abolizione in quanto la strategia del non raggiungimento del quorum (corretta, in quanto lecita) è quella che è stata portata avanti dai movimenti per il no. Ma questo non vuol dire che la maggioranza degli italiani era contraria alla abolizione della legge 40.

              Questo solo per la precisione, perché la legge 40 era comunque incostituzionale in molte sue parti e per questo è stata, di fatto, smontata nel tempo. Anche se il referendum avesse raggiunto il quorum ed avessero vinto i no, la incostituzionalità della legge 40 sarebbe comunque rimasta

              • giovanna says:

                Ma tutto questo sproloquio, caro Nino, padre di famiglia di numerosi topolini, a che giova?
                Mille volte ti è stato confutato che un referendum abrogativo chiede al cittadino se è interessato ad abrogare una norma e se il 75 % circa non si esprime, vuol dire che il 75% circa dei cittadini non è interessato ad abrogare quella norma .
                Quindi il referendum è clamorosamente fallito, con numeri pazzeschi, mai raggiunti in tutta la storia dell’istituzione.
                Ma tu insisti e persisti, nella solita totale malafede, col tuo totalitarismo dalla faccia tontolotta.
                Trallallero trallallà.
                Almeno stavolta non hai avuto la solita faccia di bronzo di dire che non vedi l’eugenetica in certe pratiche, non sotto un articolo chiarissimo come questo.
                Ma di sicuro , a macchinetta come sempre , riproporrai presto le tue cretinate, come da contratto.
                Trallalero, trallallà.

              • Giannino Stoppani says:

                Caro Nino, quello che tu affermi è falso (te lo avevo detto che ci trovavi duro…).
                Dei trentasette milioni che non sono andati a votare non è vero che “non si sa niente”.
                Si sa, invece, e molto bene, che hanno scelto di non abolire la legge non andando a votare, visto che il referendum abrogativo prevede il raggiungimento di un quorum.
                D’altra parte questa forma di dissenso, checché ne dicano gli ignoranti e i maliziosi, è perfettamente legittima e implicitamente prevista dalla costituzione.

                • Nino says:

                  @Giamburrasca: ma infatti io ho premesso che questa scelta è sta legittima, non l’ho mica contestata. Contesto l’affermazione che 37 milioni di italiani erano contrari alla abolizione della legge, semplicemente non si sono espressi, alcuni perché contrari, altri perché indifferenti, quanti non si sa.

                  Ma stiamo parlando del nulla, perché la legge è stata smontata comunque.

                  • Sebastiano says:

                    Già, e la cosa interessante è capire da chi è stata smontata. Giusto per capire chi detiene il potere reale, e se ne infischia di quanto espresso dalla costituzione e dai referendum popolari ma segue la moda del mainstream del pensiero unico.

                  • Giannino Stoppani says:

                    “Contesto l’affermazione che 37 milioni di italiani erano contrari alla abolizione della legge”
                    Sono due volte che ti faccio notare che, ‘sti 37 milioni hanno espresso la loro volontà nei modi previsti dalla costituzione e ogni tua illazione su di essa è nientemeno che ridicola.
                    Se però tu pensi di poterti permettere di contestare la realtà oggettiva padronissimo.
                    Allora io posso anche sostenere che la Fiorentina è la squadra più forte del mondo.

                • Sebastiano says:

                  Tanto legittima che fu usata dal PDS (o quel che era allora) per far fallire i referendum di Bertinotti e soci su art.18 e servitù di elettrodotto. E nessuno ebbe da ridire.
                  Ma come al solito, per certi costituzionalisti d’accatto vale la regoletta che “le leggi (e le sentenze) si applicano agli avversari e si interpretano per gli amici”.
                  Come del resto accade nell’attuale dibattito sull’art.18: tutti pronti a difendere le porcherie europee importate per via giudiziaria in casa nostra (dall’eterologa ai matrimoni gay) perché “ce lo chiede l’europa” – nuovo mantra dei fumati – e fottendosene altamente della costituzione (loro ex-dio) e del volere popolare (di referendum manco a parlarne); ma se andiamo a vedere che in europa non esiste l’art.18, allora tutti ziti, muti e sordi.
                  Schizofrenici, mi pare la diagnosi esatta.

                  • lucillo says:

                    Io ebbi da ridire.
                    E’ un modo di fare politica schifoso, chiunque lo pratichi e per qualunque obiettivo.

  2. Leo Aletti says:

    Non è questione di leggi, decreti, senteze ecc, ma di accoglienza per chiunque. Basta con l’eugenetica: non può essere una mappa cromosomica a decidere chi deve vivere.

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