Cina. Musulmani o cristiani poco importa, chi non si sottomette al partito viene punito

Nello Xinjiang punito un funzionario del partito per non aver offeso i musulmani. Nel Fujian vescovo cattolico sequestrato dalle autorità: «Deve studiare»

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Un ufficiale del partito comunista in Cina è stato punito nello Xinjiang per aver rispettato un gruppo di anziani musulmani. Jelil Matniyaz, capo del partito di un villaggio della prefettura di Hotan, si è trattenuto dal fumare davanti a un gruppo di religiosi uiguri sapendo che questi considerano il fumo “haram”, proibito.

96 UFFICIALI PUNITI. Matniyaz è stato ritenuto colpevole insieme ad altri 96 ufficiali locali durante un’ispezione interna del nuovo leader regionale del partito, Chen Quanguo, trasferito dal Tibet per risolvere il problema dell’estremismo uiguro. Il gesto del capo villaggio, hanno riportato i giornali locali cinesi, è stato sanzionato per la «mancata presa di posizione politica» e per la «scarsa dedizione alla secolarizzazione».

REPRESSIONE DEGLI UIGURI. Lo Xinjiang è la regione più turbolenta della Cina e una delle più militarizzate dal partito comunista. Qui l’etnia uigura, composta da nove milioni di persone turcofone in prevalenza musulmane, è da decenni perseguitata. Il partito ha imposto pesanti restrizioni alla libertà religiosa dei musulmani, all’insegnamento della lingua e della cultura locale, alla libertà di associazione e di espressione. Il governo giustifica le misure repressive citando la necessità di prevenire rivolte come quella famosa del 2009 e impedire nuovi attentati terroristici nella regione. Per scoraggiare ogni insurrezione, il partito è tornato a inscenare esecuzioni di massa in pubblico e gigantesche parate militari per le vie di Urumqi.

SPARITO UN VESCOVO. Non solo i musulmani vengono visti con sospetto da Pechino, che impedisce nello Xinjiang di farsi crescere la barba o di digiunare durante il Ramadan. Tutte le religioni sono perseguitate e diventano problematiche per la «sicurezza e la stabilità» del paese se si rifiutano di seguire in tutto e per tutto la strada tracciata dal partito comunista. Cioè, se si rifiutano di «sinizzarsi». Così lo scorso 6 aprile le autorità hanno fatto “sparire” monsignor Vincenzo Guo Xijin, vescovo cattolico sotterraneo della diocesi di Mindong, che, pur non essendo riconosciuto dal governo, è il responsabile ordinario della diocesi.

«DEVE STUDIARE». Come riportato da AsiaNews, dopo le insistenti proteste della comunità (80 mila cattolici) il capo della Pubblica sicurezza di Ningde ha spiegato che «il vescovo ha bisogno di studiare e imparare». Per questo è stato sequestrato per 20 giorni e non potrà celebrare la Pasqua. I fedeli, scrive l’agenzia stampa, «temono che monsignor Guo venga sottoposto al lavaggio del cervello per ottenere da lui l’iscrizione e la sottomissione all’Associazione patriottica».

ROCCAFORTE CATTOLICA. Altre fonti spiegano che «le autorità vogliono impedirgli di celebrare la sua prima Messa del crisma del Giovedì Santo, segno di unità della Chiesa in tutta la diocesi». Il vescovo, infatti, ha da poco preso il posto del suo predecessore. La provincia di Fujian, dove si trova la diocesi di Mindong, è una delle roccaforti della Chiesa sotterranea con 370 mila fedeli. Uno dei vescovi ufficiali della diocesi, monsignor Vincent Zhan Xilu, fa parte dei sette alti prelati non riconosciuti dal Vaticano. Nel corso delle trattative tra Pechino e Santa Sede, il partito avrebbe più volte chiesto a Roma di riconoscerlo, finora senza successo.

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