Cina. «Il regime ha arrestato la mia famiglia di 22 persone. Non so neanche se sono vivi»

La storia drammatica di Abdurahman, musulmano uiguro del Xinjiang. «Su internet è circolato un video: indottrinavano in prigione mio figlio di quattro anni. Ho paura che gli insegnino che io sono il suo nemico»

Abdurahman è un cinese di etnia uigura che nel 2013 è scappato in Turchia con la moglie e i due figli per sfuggire alle campagne di repressione del partito comunista contro i musulmani. Alla nascita del terzo figlio, nel 2016, la moglie è rientrata nella provincia del Xinjiang per vedere i suoi genitori e fargli conoscere il nuovo bambino. Da allora Abdurahman non ha più saputo nulla della moglie e dei tre figli. Allo stesso modo sono scomparsi il padre, la madre, i quattro fratelli e i loro dodici figli. «Non so dove li abbiano portati, non so se siano vivi o morti. Temo li abbiano imprigionati tutti», dichiara disperato in un’intervista a Radio Free Asia.

1,1 MILIONI DI UIGURI INCARCERATI

A partire dall’aprile 2017 la Cina ha incarcerato in campi di rieducazione attraverso il lavoro almeno 1,1 milioni di musulmani di etnia uigura, accusati di essere estremisti, «troppo religiosi» e di avere «idee politiche scorrette». Basta ricevere una telefonata da un paese straniero, installare sullo smartphone Whatsapp (un’applicazione «straniera»), visitare un paese straniero, parlare una lingua diversa da quella cinese, andare in moschea, farsi crescere la barba e digiunare durante il Ramadan per essere arrestati senza processo, detenuti per mesi o anni, costretti a lavorare gratis per il partito e «rieducati politicamente».

La moglie di Abdurahman è stata arrestata subito dopo avere messo piede in Cina, ad agosto 2016. Dopo due mesi di detenzione, a novembre, è stata rilasciata in seguito a un pagamento richiesto alla famiglia dal governo di 200 mila yuan (circa 26 mila euro). Sottoposta a cure mediche, dopo essersi ristabilita, a novembre è stata condannata a 10 anni di carcere. La sorella di Abdurahman, sposatasi nel luglio 2016, è stata condannata due mesi dopo a tre anni di carcere per avere visitato la Turchia.

«NON HO MAI PIANTO COSÌ TANTO IN VITA MIA»

«Ho paura che abbiano incarcerato anche mio padre», rivela l’uomo. «La mia famiglia è sempre stata molto devota e per questo temo che gli abbiano fatto del male. Ho provato a contattare i miei quattro fratelli, ma i telefoni sono disattivati e un messaggio automatico informa che i numeri non sono più attivi».

Abdurahman crede che i familiari siano stati rinchiusi nei campi di rieducazione per musulmani uiguri. Un filmato diventato virale sui social media cinesi gliene ha dato conferma: nel video, rimosso dalle autorità, si vede un bambino uiguro sottoposto a un’interrogazione di propaganda sui principi fondanti della «madre patria cinese». Abdurahman ha riconosciuto in quel bambino suo figlio di quattro anni, Abduleziz (nella foto in testa all’articolo). «Non ho alcun dubbio, era lui», afferma. «Quando l’ho visto, il mio cuore è sobbalzato. Sono scoppiato a piangere. Non ho mai pianto così tanto in tutta la mia vita. Ho paura che lo stiano plagiando, che gli insegnino che io sono il suo nemico. Avrò mai l’occasione di rivederlo? Avrò mai la possibilità di sentirmi chiamare da lui “papà”?».

«NON SO A CHI CHIEDERE AIUTO»

Oggi Abdurahman si trova perso in un limbo dal quale non sa come uscire. Tutta la sua famiglia è scomparsa e lui non sa come rintracciarla. «Il mio unico desiderio ora è tornare in Cina e cercare di rivederli almeno un’ultima volta, nella speranza che siano ancora vivi. Sono completamente scioccato e confuso. Non so a chi rivolgermi, a chi chiedere aiuto. Troppe persone si trovano nella mia stessa situazione nel Xinjiang, soffrono senza avere la minima idea di che cosa fare».