La rivoluzione green si fonda sullo sfruttamento del lavoro forzato in Cina?

Il 95% dei pannelli solari sul mercato è realizzato con materiali lavorati in Cina nel Xinjiang. Dove si sfrutta il lavoro forzato degli uiguri

Dipendenti di un'azienda che produce pannelli solari in Cina

La battaglia per mitigare il cambiamento climatico e la rivoluzione green sognate dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti di Joe Biden potrebbero basarsi su un’amara verità: lo sfruttamento del lavoro forzato in Cina. Si fanno sempre più forti, infatti, i sospetti sulla produzione dei pannelli solari, settore in cui Pechino è leader in ogni fase del processo, concentrata nella provincia del Xinjiang.

La produzione è in mano alla Cina

I pannelli funzionano grazie alla capacità delle celle fotovoltaiche di assorbire e convertire la luce del sole in energia. La stragrande maggioranza delle celle sono fatte con componenti di polisilicio. La produzione globale del polisilicio è per l’82 per cento in mano alla Cina, che nel 2010 deteneva soltanto il 26 per cento del mercato. Nello stesso lasso di tempo la fetta di mercato americana è scesa dal 35 al 5 per cento.

Come affermato dall’esperto di Bloomberg New Energy Finance, Jenny Chase, «almeno il 95 per cento dei pannelli solari presenti sul mercato», anche prodotti in altri paesi, «sono fatti di polisilicio che proviene dal Xinjiang». È in questa provincia, infatti, che si trovano quattro dei cinque produttori più grandi al mondo, in grado di offrire prezzi imbattibili: Gcl-Poly, East Hope Group, Daqo New Energy e Xinte Energy.

Pannelli solari molto poco green

Alla base della competitività delle aziende cinesi non c’è soltanto il possibile utilizzo di lavoro forzato. Ma anche il minor costo dell’energia. Per produrre il polisilicio è necessario un processo industriale che richiede l’utilizzo di fornaci ad altissime temperature. Il 40 per cento dei costi operativi di queste aziende è assorbito dall’energia. E in Xinjiang l’energia viene prodotta con economiche, ma iper inquinanti, centrali a carbone. Ogni fabbrica è infatti costruita di fianco a una di queste centrali che «mina alla radice i benefici per l’ambiente eventualmente prodotti dai pannelli solari», spiega Bloomberg.

Il Xinjiang è anche la provincia dove nel 2017 è iniziata la più grande incarcerazione di massa di una minoranza etnica della storia. Da allora, sono stati detenuti senza processo in enormi campi di rieducazione attraverso il lavoro 1,8 milioni di uiguri. La loro colpa è di essere musulmani e di conseguenza, secondo Pechino, estremisti e poco patriottici. Il Partito comunista cinese ha sempre negato le incarcerazioni di massa e lo sfruttamento del lavoro degli internati, spiegando che si tratta di programmi di «reinserimento nella società» attraverso periodi di soggiorno in «centri di formazione». Qui, sempre secondo il regime, gli uiguri possono imparare un nuovo lavoro. La verità, confermata da centinaia di testimonianze, è che gli uiguri vengono rinchiusi, abusati, torturati fisicamente e psicologicamente contro la loro volontà. In molti casi, sono anche sottoposti ai lavori forzati.

Indizi sul lavoro forzato

A gennaio, come riportato dal New York Times, la società di consulenze Horizon Advisory ha realizzato un rapporto sulle aziende che si occupano di tecnologia per lo sfruttamento dell’energia solare in Cina. All’interno si legge ad esempio che Gcl-Poly ha accettato «un surplus di forza lavoro» proveniente da una regione rurale del Xinjiang nel 2020. La stessa cosa era avvenuta nel 2018. Una filiale di Jinko Solar ha ricevuto sussidi per impiegare nel 2020 almeno «40 lavoratori poveri provenienti dal sud del Xinjiang». Una filiale di East Hope «ha accettato 235 impiegati provenienti da una minoranza etnica del Xinjiang meridionale».

Secondo una ricerca condotta dal Center for Strategic and International Studies, il think tank più autorevole degli Stati Uniti e uno dei più importanti del mondo, simili diciture rappresentano un paravento per nascondere il lavoro forzato. Gli uiguri impiegati, infatti, non possono né rifiutare né abbandonare il lavoro, non possono allontanarsi dalla fabbrica né partecipare a funzioni religiose, spesso non vengono pagati o non ricevono un salario adeguato, subiscono sessioni di indottrinamento e minacce di arresto.

La favola del «lavoro volontario»

Poiché la Cina non permette ai giornalisti di visitare le fabbriche in questione e parlare con gli operai, è impossibile essere certi al 100 per cento che si tratti di lavoro forzato. Ma i segnali vanno in questa direzione. Bloomberg è uno dei pochi media che ha avuto accesso alla regione del Xinjiang per confermare i sospetti e ha pubblicato un lungo reportage ad aprile.

I giornalisti, accompagnati da funzionari governativi con armi automatiche in mano, non hanno potuto entrare nelle aziende incriminate «a causa del Covid-19». Quasi tutte le foto che hanno scattato sono state cancellate dai funzionari, tranne quelle che mostrano la vicinanza delle fabbriche di polisilicio alle inquinantissime centrali a carbone.

Un altro rapporto realizzato da S&P Global Market conferma però i timori e l’importante utilizzo di «lavoro volontario» da parte delle aziende del settore energetico che lavorano nel Xinjiang. E come dichiarato da Rune Steenberg, esperto tedesco che lavora con la diaspora uigura, «è diventato quasi impossibile parlare di lavoro volontario in un gruppo di persone che rischiano di essere arrestate in ogni momento e per nessuna ragione».

@LeoneGrotti

Foto Ansa