«Ci stiamo accingendo a vivere l’agonia di Gesù sulla nostra carne». Niger, «che ne sarà dei cristiani?»

La comunità cristiana si sente «rifugiata nel suo stesso Paese», dove il 99 per cento della popolazione è musulmana. Si lanciano appelli alla calma, dopo le violente proteste contro Charlie Hebdo

niger-scontriArticolo tratto dall’Osservatore Romano – Perdonare gli aggressori malgrado il «profondo risentimento» della comunità cristiana che si sente «rifugiata nel suo stesso Paese»: viene dall’Alleanza delle missioni delle chiese evangeliche l’ultimo appello alla calma e alla preghiera in Niger, sconvolto dalle violenze che il 16 e 17 gennaio hanno provocato, soprattutto nella capitale Niamey, morti, feriti e l’incendio di quarantacinque chiese, un orfanotrofio e una scuola cristiana. Violenze scaturite dalle manifestazioni di protesta contro la pubblicazione su molti giornali occidentali delle vignette satiriche di «Charlie Hebdo» ritenute blasfeme dai musulmani perché offensive nei confronti del profeta Maometto e dell’islam in generale. Il reverendo Boureima Kimso — sentito dalla France Presse — si chiede «che cosa sarà dei cristiani?», mentre un altro religioso, che vive a Zinder (la seconda città del Paese), parla di una vera e propria caccia al cristiano, a qualsiasi segno cristiano, che sia cattolico o evangelico.

Appelli alla calma sono stati lanciati, attraverso la televisione pubblica, anche da una ventina di ulema, mentre sono numerose le testimonianze di aiuto e solidarietà verso i cristiani che hanno visto come protagoniste famiglie musulmane.

Com’è noto, i vescovi cattolici hanno sospeso «fino a nuovo ordine» tutte le attività facenti capo alla Chiesa (scuole, centri di sanità, opere caritative e di sviluppo), «a seguito dei saccheggi delle infrastrutture della nostra istituzione e della profanazione dei nostri luoghi di culto». Il provvedimento — recitava la nota inviata all’agenzia Fides — «ci permetterà di pregare e di leggere, in serenità, gli avvenimenti dolorosi che abbiamo subito. Ringraziamo molto cordialmente tutti coloro che hanno espresso la loro solidarietà in questi momenti difficili. Preghiamo gli uni per gli altri affinché si stabilisca la pace nei cuori».

«Forse ci stiamo accingendo a vivere l’agonia di Gesù sulla nostra carne», ha affermato giorni fa, in una drammatica testimonianza resa alla Radio Vaticana, l’amministratore apostolico di Niamey, arcivescovo Michel Christian Cartatéguy. Elencando le «tante testimonianze di solidarietà da parte della comunità musulmana» e i molti religiosi «che sono stati protetti da famiglie musulmane», il presule auspicava il dialogo con le autorità del Paese per «rafforzare ulteriormente i legami di unità e fratellanza che abbiamo costruito. Incontrerò le autorità politiche affinché si impegnino con ogni mezzo affinché la cattedrale non sia ancora presa d’assalto. La cattedrale è un simbolo, per questo vogliono distruggerla», aveva detto.

In Niger, nazione dove il 99 per cento della popolazione è di religione musulmana, i cristiani sono divenuti un facile bersaglio. A Zinder c’è chi ha visto sventolare la bandiera di Boko Haram. «È ovvio — osserva ancora monsignor Cartatéguy — che la caricatura di Maometto moltiplicata in decine di milioni di copie faccia dire alla gente di qui: “Sono i cristiani d’Occidente che ci fanno questo”. Ma perché? Perché si continua ancora su questa strada? Dov’è il rispetto per la fede degli altri? Qui le persone non rispondono più alle domande dei giornalisti europei perché si sentono in collera. Rispondono soltanto per scagliarsi contro questa libertà di essere blasfemi». A confermare — all’agenzia Fides — la portata delle violenze è padre Nicolas Ayouba, superiore dei redentoristi in Niger. Tra Niamey, Zinder e Maradi quarantacinque chiese cristiane sono state incendiate insieme ad alcune case religiose: «La nostra comunità di San Clemente a Niamey non è stata attaccata, ma la chiesa di San Gabriele sì. Tutti i redentoristi comunque stanno bene», ha raccontato.

Nella capitale sono state saccheggiate e date alle fiamme anche le chiese di San Paolo, Sant’Agostino, San Giovanni, Santa Teresa e San Giuseppe, così come due conventi di religiose. Tutte le celebrazioni sono state sospese.