Cavina, Palenzona, Cossiga. Giuro che ci faccio un libro

Le loro persecuzioni mediatiche sono perfetti esempi di character assassination. Secondo voi l’Ordine dei giornalisti, il garante della Privacy, qualche magistrato ha eccepito? Figuriamoci

Francesco Cavina con papa Francesco

Articolo tratto dal numero di luglio 2019 di Tempi. Attenzione: di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati. Clicca qui per abbonarti a Tempi.

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Il Molokano beve latte, come dice l’etimologia del nome, ma i giornali non sono latte, e nemmeno le carte dei giudici, i verbali di intercettazione, accompagnati da fotografie assai suggestive.

Mi ripugnano le pugnalate vigliacche inferte al vescovi di Carpi, Francesco Cavina. L’Espresso ha pubblicato – benché proscioltissimo – intercettazioni, anzi messaggi ricevuti dalla sua gente, roba sacerdotale, personale, messa lì in modo sgangheratamente allusivo. Cavina, che è uomo retto, ha compreso che lo sguardo di ogni suo diocesano era inesorabilmente inquinato da un apriori. Si chiama character assassination. L’articolo si trova ancora su internet: secondo voi l’Ordine dei giornalisti, il garante della Privacy, qualche magistrato ha eccepito? Figuriamoci.

Il Corriere della Sera, dopo le dimissioni, ha spiegato che la posizione di questo vescovo era «indebolita». Ma come, gli viene data una spazzolata con una squadraccia come si fece con don Minzoni, poi ci si stupisce se uno barcolla? Che schifo.

Cavina troverà modo di servire la Chiesa e noi Molokani sparsi per il mondo, e assai abbandonati, con il dono supplementare delle sue ferite. Buon sangue fiorisce, alla faccia dei persecutori, che forse non sanno quello che fanno, ma forse invece prendono la mira con molto cura, magari assecondati da fratelli coltelli cattolici molto adulti.

Fabrizio Palenzona

C’è un altro caso che riguarda un personaggio che, nel suo campo, era un cardinalone. Mi riferisco a Fabrizio Palenzona. Ho appreso da Nicola Porro, giornalista di una certa fibra morale, la fine di un calvario giudiziario. Palenzona, leader dei camionisti italiani, intelligenza democristiana, ma soprattutto cristiana, fuori del comune, da presidente della provincia di Alessandria si accorse del potenziale delle fondazioni bancarie le cui azioni erano in gran parte pubbliche. È stato uno degli inventori di Unicredit, di cui era vicepresidente. Ed ecco si abbatte l’accusa.

Avrebbe favorito un imprenditore il quale a sua volta sarebbe stato in rapporti malavitosi con chi? Ma certo: Matteo Messina Denaro, il successore imprendibile di Totò Riina. Il famoso avviso di garanzia…

Sospetti evanescenti, assicurò già a quel tempo, 2015, Porro. Gli altri giornali? Piatto ricco mi ci ficco. Su Corriere della Sera, Repubblica, persino sul Sole 24 Ore, e poi addirittura sul Financial Times apparve questa notizia. Circa 400 pagine di quotidiani e settimanali, italiani e del mondo intero. Due foto accostate suggestivamente a stabilire un gemellaggio. Palenzona e Messina Denaro. Il lettore percepisce, al di là delle parole furbescamente annoiate sulla presunzione di innocenza, la sostanza: hanno beccato il referente bancario di Cosa nostra. Eh eh, che goduria per gli avversari internazionali delle nostre banche, per i concorrenti interni.

Intorno si fa il vuoto, si tagliano in segreto i tendini per mettere in ginocchio come in un rito voodoo il sospettato. Un esempio? Da presidente che era degli aeroporti di Roma, viene esautorato dai grandi moralisti Benetton, i quali tutelano la diversità, non è così? Poi via dalla vicepresidenza Unicredit.

Nel 2018, la Procura di Firenze, dopo tre anni, ammette: niente mafia, ci siamo sbagliati, ma forse potrebbe essere truffa ai danni di Unicredit per favorire un imprenditore. Il fascicolo passa così a Milano. E che accade? Prosciolto! Accusa azzerata. Non c’è neppure la richiesta di processo. Era una bolla di sapone, gonfiata con l’acido muriatico per sfregiare.

Solo Porro, sul Giornale, ha dato la prima pagina alla notizia. Repubblica neppure ha avvisato. Il Corriere un micro trafiletto. Lo spazio dato dalla stampa italiana all’archiviazione è circa l’uno per mille rispetto a quello degli schiaffi. E secondo voi l’Ordine dei giornalisti ha eccepito qualcosa?

Francesco Cossiga, prima che si richiudesse nella malattia solitaria, mi spedì a casa un pacco con tutti i ritagli di giornali – in primis Repubblica ed Espresso – che lo avevano inseguito insultandolo, fornendo diagnosi sulle sue malattie mentali. Mi chiese di scriverne un libro. Giuro che lo faccio, anche se mi toccherà ciclostilarlo da me per circoli catacombali. Il torto del Gatto Sardo era stato difendere l’Olivetti di De Benedetti – padrone di quei giornali – dalle accuse di tradimento per certi poco profumati commerci con l’Unione Sovietica. Noi Molokani ci beviamo il nostro latte. Voi tenetevi il succo di mandragola.

Foto Ansa