Caso Erasmus. I diritti sono una cosa seria, non una pappa servita sotto casa

La campagna per il voto degli studenti in Erasmus all’estero è un capolavoro di cialtroneria.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Dopo settimane di polemica, il governo Monti ha deciso che non fornirà alcun aiuto economico agli studenti in Erasmus che vogliano tornare in Italia per votare. Come spiega Berlicche, la rivendicazione del “diritto negato” ha un che di diabolico.

Mio caro Malacoda, indurre gli italiani a piangersi addosso non è impresa ardua, ma mi devo complimentare con te quando riesci a travestire la lagna nazionale in rivendicazione di un diritto. La campagna per il voto degli studenti in Erasmus all’estero è un capolavoro di cialtroneria. A poco più di un mese dalle elezioni “il futuro di questo paese” si accorge che non può votare nell’ostello a fianco dell’ateneo che lo ospita per sei mesi. Il giovane torinese che studia a Lione (312 chilometri) scopre quello che il suo collega di Reggio Calabria che studia a Milano (1.251 chilometri) sa da sempre: per votare devi tornare nel tuo comune di residenza. Ed è tutto uno stracciarsi di vesti per il “diritto negato”.

Ora, io non posso fare l’avvocato degli angeli, intelligenze pure use al ragionamento, ma conosco i loro argomenti. Un diritto è una facoltà per cui mi mobilito (anche con fatica), non una pappa servita sotto casa. Certo, si può votare all’estero, ma ci vuole una legge, un’organizzazione, elenchi, forme di controllo… I diritti sono una cosa seria, non basta rivendicarli perché papà ce li conceda. E invece lo schema è sempre quello delle dispute infantili: “Se non me lo dai lo dico a mio padre”. E nel caso, invece di avanzare una proposta praticabile, si scrive al babbo nazionale, a Napolitano.

Lettere che grondano retorica patriottarda. «Noi vogliamo votare. Vogliamo prendere parte alla vita del nostro Paese, vogliamo amarlo, cambiarlo. Noi studiamo, ci interessiamo e andiamo all’estero per conoscere altro da noi, per sapere che esistono culture differenti dalla nostra, dove nei giovani ci credono davvero», ma «siamo talmente poco importanti (…) che gli ostacoli per permetterci di votare sono stati giudicati addirittura insuperabili». Per questo «ci rivolgiamo a Lei, Presidente, che ha ribadito più volte di credere in noi, nei giovani, negli studenti. Ci dimostri allora, per favore che lo crede davvero e che non sempre le parole della politica sono vuota retorica propagandistica. Ci dimostri che abbiamo ragione a crederci ancora. Ci faccia votare». Peccato che Napolitano non possa.

La studentessa in questione è di Forlì, sta per partire per Varsavia, e per votare avrà a disposizione un volo Alitalia andata e ritorno al prezzo scontato di 99 euro. Il suo collega calabrese per il viaggio in treno Milano-Reggio-Milano spenderà di meno (94 euro) ma ci metterà decisamente di più. Ma, mentre il reggino non se lo fila nessuno, la romagnola ha dalla sua niente meno che l’Unione Europea. Questo è un altro dei capolavori di mistificazione in cui, caro nipote, sei abilissimo. Titolo “L’Ue si schiera con gli studenti Erasmus”. E al grido “ce lo chiede l’Europa” non si può resistere. Peccato che non ci sia nessun pronunciamento della Commissione in materia, ma l’auspicio di uno dei suoi tanti portavoce.

Stavo replicando agli argomenti dell’angelo quando mi ha tirato fuori un sondaggio: quasi tre giovani su quattro (il 73 per cento) vedono nell’astensionismo «un modo per protestare ed esprimere dissenso rispetto all’attuale sistema politico». E allora mi sono chiesto: per i 5 mila dei 20 mila Erasmus che forse torneranno a votare, il “diritto negato” diventerà un “diritto esercitato”? Divertiti.

Tuo affezionatissimo zio Berlicche

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •