Casamonica. «La misericordia di Dio non si nega a nessuno, ma bisogna essere umili come il pubblicano»

Intervista all’arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi: «Io negai un funerale solenne a un mafioso, ma lo feci in privato al cimitero. Sbagliato il paragone con Welby»

«Sono disgustato da questo spettacolo, una carnevalata. La misericordia di Dio non va negata a nessuno, ma ci vuole umiltà». Così l’arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, presente al Meeting di Rimini, commenta a tempi.it i funerali romani di Vittorio Casamonica, capo di un clan di stampo mafioso. Monsignor Pennisi sa il fatto suo in merito: membro del Pontificio consiglio di giustizia e pace, è stato in passato vescovo di piazza Armerina per 11 anni, periodo in cui ha negato il funerale pubblico a un boss mafioso di Gela.

Che cosa l’ha colpita dei funerali di Roma?
È stato una carnevalata con tutto quell’apparato di cavalli e carrozze. Non mi sono piaciuti soprattutto i manifesti nei quali il defunto veniva raffigurato come una specie di papa, con la croce pettorale, il vestito di bianco e la scritta: “Hai regnato in terra, regnerai in cielo”. E poi ancora la musica del Padrino, una cosa di pessimo gusto, soprattutto se pensiamo al clan non proprio di gente onesta di cui faceva parte.

Ma Dio non perdona tutti?
Ecco, Cristo ha perdonato anche il buon ladrone sulla croce. Ma se uno vuole essere perdonato deve entrare in chiesa con l’umiltà del pubblicano, non con l’ostentazione del fariseo. Siccome ha dominato in terra, sembravano pretendere il Paradiso, come se far parte di un clan di stampo mafioso fosse un diritto da accampare per andare in Paradiso. Ma è il contrario, non ci può essere conciliazione fra idolatria del denaro, del potere e della mafia con il Vangelo.

Lei che cosa avrebbe fatto?
Io sono stato vescovo di piazza Armerina per 11 anni. Ho negato il funerale religioso solenne a Emanuele Emmanuello, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia. Parlo del funerale solenne nella chiesa madre, con l’apparato di fiori e il codice che accompagna le esequie di stampo mafioso: fiori per terra lungo la strada, bara sollevata, sfarzo, per dare un segnale di potenza e visibilità. Io ho proibito quello solenne in accordo con le autorità e ne ho fatto uno privato, solo per i parenti stretti, al cimitero. Così un evento di lutto non si è trasformato in glorificazione di un boss mafioso. In questo caso penso sia mancato il coordinamento tra parrocchia e autorità.

Colpa del parroco?
No, è una delle parrocchie tra le più grandi di Roma, 50 mila abitanti, non si può conosce tutti: il parroco non ha il casellario giudiziario della gente e non può giudicare in base a quello. Dovevano avvertirlo. La Chiesa poi non può negare la misericordia di Dio a nessuno, ma questa ci è stata ottenuta a caro prezzo, al prezzo del sangue del Figlio di Dio, e quindi non va svenduta a prezzo di liquidazione.

A Piergiorgio Welby però in quella stessa chiesa il funerale è stato negato.
È un caso diverso. La decisione allora fu presa dal cardinal Camillo Ruini con l’accordo anche della Santa Sede. A quanto ricordo, veniva visto come un funerale di tipo ideologico, attraverso cui si cercava di legittimare un suicidio volontario e l’eutanasia, che sono qualcosa di contrastante con la fede e la morale cattolica. È vero che io per i suicidi il funerale l’ho sempre fatto, perché si pensa che il suicida abbia sempre una debolezza psicologica, un momento di pentimento su cui solo Dio può giudicare, ma nel caso di Welby c’era stata una ostentazione. Questo non mi ha impedito ad esempio di celebrare una Messa in privato per lui. Infatti, un conto è l’ostentazione pubblica di un presunto diritto, un’altra la misericordia verso una persona che è morta. Tutti hanno diritto a una preghiera.

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