Carola Rackete e il narcisismo degli immigrazionisti

La capitana della Sea Watch è mossa non dall’amore ma dal senso di colpa. Salvini ha buon gioco a lucrare sulla questione, ma anche lui fa poco

L’Italia salva vite nel Mediterraneo. Settimana sì, settimana no le navi della Marina militare soccorrono barconi o gommoni in avaria dentro o fuori dalle acque territoriali della Libia e portano in salvo decine di persone a rischio di naufragio in porti italiani. Lì la posizione degli stranieri senza documenti validi di viaggio comincia ad essere vagliata, e si avvia un processo che si concluderà col riconoscimento di un titolo per poter restare sul territorio nazionale oppure con un decreto di espulsione dallo stesso. Processo costoso, non privo di ombre (vedasi la recente inchiesta su Onlus di Milano assegnatarie di fondi per la gestione dell’emergenza migranti che truffavano lo Stato e non erogavano i servizi) e fondamentalmente esasperante, perché la grande maggioranza di coloro che arrivano in Italia in modo periglioso attraverso il Mediterraneo non hanno i titoli per restare e diventano clandestini che le autorità non riescono a rimpatriare.

Qui nessuno è fesso

Per queste ragioni, l’Italia che salva vite nel Mediterraneo e che sopporta i costi dell’immigrazione illegale non vuole, non può e non deve accettare che la sua politica migratoria venga decisa da Ong straniere che allestiscono imbarcazioni che operano nel Mediterraneo per facilitare l’immigrazione clandestina in Europa. Come dicono a Napoli, qua nessuno è fesso: l’obiettivo prioritario delle Sea-Watch 3 e delle altre navi allestite da Ong di vari paesi europei che incrociano in prossimità delle coste libiche non è salvare vite umane, ma forzare le leggi dei paesi europei per permettere a quanti più migranti possibili di mettere piede in territorio italiano. Se le Ong che armano le Sea-Watch, le Open Arms e tutte le altre navi di questo tipo volessero davvero salvare la vita dei migranti che si trovano nei pessimi centri di raccolta libici, anziché agire sul mare agirebbero sulla terra, a fianco dell’Unhcr e dell’Oim, che organizzano i rimpatri dei “prigionieri” dei centri libici nei loro paesi di origine, e a fianco delle Ong come la Comunità di Sant’Egidio che praticano la politica dei canali umanitari, cioè quella di invididuare sul posto le persone che avrebbero diritto di asilo in Italia, le quali poi possono raggiungere in condizioni di sicurezza il territorio italiano.

Obiettivo politico

Che la Sea-Watch 3 e la sua comandante avessero più a cuore l’obiettivo politico di sfidare le politiche migratorie del governo italiano che non quello umanitario di salvare vite in pericolo si capisce benissimo dal comportamento tenuto durante tutta la navigazione. Come ha scritto Fausto Biloslavo, grande esperto delle guerre libiche,

«per bruciare sul tempo la motovedetta libica che stava arrivando (la comandante – ndr) ha lanciato i suoi gommoni veloci imbarcando i migranti per prima. Carola si è giustificata sostenendo che i migranti stavano affondando, ma le foto che la stessa Ong ha scattato dimostrano che non era vero. Il gommone galleggiava tranquillamente. Poi, pur richiedendo un porto di sbarco pure ai libici convinta che come sempre non avrebbero risposto, si è rifiutata di riportare i migranti a Tripoli, dopo avere ottenuto l’ok».

Per trasportare i naufraghi in un porto sicuro, non si è diretta verso le più vicine Malta o Tunisia, ma ha puntato dritto su Lampedusa, pur essendo evidentemente a conoscenza dei divieti del decreto sicurezza. Vistasi negare l’autorizzazione allo sbarco, non ha cercato altri porti ma ha zigzagato per giorni di fronte alle coste italiane. Avrebbe potuto fare rotta sulla Barcellona del sindaco Ada Colau, donna di estrema sinistra, che avrebbe certamente interceduto per lei; avrebbe potuto chiedere alle autorità dei paesi europei che non sono d’accordo coi contenuti del decreto sicurezza italiano, Francia e Germania in primis, di essere coerenti coi loro princìpi e aprire i loro porti. Niente di tutto questo: la comandante della Sea Watch 3 aveva deciso che la nave doveva attraccare nel porto di Lampedusa, anche se questo avrebbe significato che dopo l’attracco la nave sarebbe stata sequestrata e probabilmente confiscata.

La strumentalizzazione di Salvini

Scientemente Carola Rakete ha privato la sua Ong e se stessa dello strumento col quale intenderebbe salvare vite in mare. Serve altro per capire che ai suoi occhi e a quelli della Ong che la supporta la priorità non sono i salvataggi, ma lo scontro col governo italiano? Spesso il ministro degli Interni Matteo Salvini viene accusato di strumentalizzare la questione migranti per lucrare vantaggi politici. È un’accusa che ha un fondamento: l’attuale governo italiano non ha fatto passi avanti in materia di accordi coi paesi di provenienza per rimpatriare almeno una parte degli immigrati irregolari presenti sul suolo italiano (che secondo alcune stime sarebbero 600 mila), e ha lavorato ben poco con la Ue e coi singoli paesi europei per modificare le norme della convenzione di Dublino e per arrivare a una gestione condivisa dell’emergenza migranti, motivata dal fatto che l’Italia come gli altri paesi mediterranei si trova a dover salvaguardare il confine esterno meridionale dell’Unione Europea.

Autolesionismo di sinistra

Ma strumentalizzare i migranti per perseguire obiettivi politici è esattamente quello che fanno da anni le Ong del mare e che ha fatto la comandante Carola nei giorni scorsi. E a fare politica maneggiando questioni esplosive, che implicano destini di vite umane, Salvini è molto più abile dei progressisti. Ben conoscendo gli istinti autolesionisti e la scarsa intelligenza politica intrinseci al buonismo dei progressisti italiani attivi nei partiti di opposizione, nella grande stampa e nella magistratura, ha scelto il terreno di scontro a lui congeniale della difesa della sovranità italiana contro chi vuole favorire indiscriminati processi di immigrazione di massa che già hanno messo sotto stress le fasce sociali più deboli del popolo italiano, i penultimi e i terzultimi sui quali ricadono i costi materiali e sociali dell’immigrazione di massa.

Fare il gioco di Salvini

Prendendo di mira l’azione delle Ong, Salvini riesce facilmente a dimostrare che una coalizione che va dai centri sociali agli organi di stampa di proprietà della grande industria ai partiti di sinistra che con le cooperative hanno lucrato sull’accoglienza è favorevole all’invasione illimitata dell’Italia. Riesce facilmente a dimostrare che la coalizione di quelli che non hanno problemi ad arrivare alla fine del mese e a pagare le  tasse – deputati, giornalisti, magistrati, chierici, personale contrattualizzato dalle Onlus – non si fanno problemi a caricare pesi economici sulle spalle delle classi popolari che vengono messe in competizione coi nuovi arrivati per le scarse risorse di welfare disponibili e a peggiorare la qualità della vita di chi vive nelle periferie delle grandi città e nei comuni degli hinterland. E questo elettoralmente paga: i risultati delle elezioni europee e le risultanze dei sondaggi d’opinione sono la prova palese di quanto sopra detto. E tuttavia i buonisti progressisti restano sulle loro posizioni e anzi rincarano la retorica a ogni giro, incuranti del fatto di produrre esiti contrari a quelli che si prefiggono: rafforzano costantemente Salvini e la Lega anziché indebolirli.

Bianca, tedesca, ricca

Si potrebbe pensare che sono semplicemente stupidi, ma sarebbe una spiegazione di secondo livello. C’è un livello più alto della questione, che si comprende dalla risposta che Carola Rackete ha dato quando le è stato chiesto perché faceva quello che faceva: «La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto». Dunque non l’amore, ma un senso di colpa inespiabile è all’origine dei suoi gesti. Inespiabile perché la colpevole condizione di essere tedeschi, bianchi e di famiglia ricca è intrinseca alla persona, definisce la sua identità in modo non modificabile. I sensi di colpa inespiabili provocano depressione, e la depressione attiva l’istinto di morte. Gli immigrazionisti estremisti odiano se stessi a causa di una colpa irredimibile, e di conseguenza vogliono scomparire: cupio dissolvi. L’integrazione – che avrebbe bisogno dell’amore di sé e dell’orgoglio degli europei per la propria identità – non c’entra nulla, l’Europa deve essere africanizzata, islamizzata, terzomondializzata e l’uomo/donna bianco/a devono scomparire, mentre negli ultimi bagliori di esistenza proiettano la propria immagine di filantropi, benefattori, antirazzisti, antifascisti, ecc. Come tutti i narcisisti, gli immigrazionisti amano la propria immagine nel mentre che odiano a morte se stessi.

Foto Ansa