Caro Renzi, te lo dico io, detenuto, come si spiega l’amnistia ai ragazzi

Il sindaco di Firenze e candidato alla segreteria del Pd si dice «contrario all’amnistia e all’indulto». Un carcerato risponde

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Egregio Signor Matteo Renzi, sono un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti, mi trovo in carcere da molti anni. Ho ascoltato al telegiornale la sua dichiarazione su indulto e amnistia in risposta al presidente della Repubblica. Sono rimasto colpito da una frase di cui mi sfugge la linearità, la coerenza: «Sono contrario all’amnistia e all’indulto. Come faccio a spiegare ai ragazzi il valore della legalità se ogni sette anni facciamo un’amnistia? I giovani non capirebbero, sarebbe un autogol clamoroso».

Beh! La redazione di Ristretti Orizzonti, insieme al Comune di Padova, ha organizzato un progetto che si chiama “La scuola entra in carcere, il carcere entra a scuola”, di fatto alcuni detenuti della redazione che possono usufruire dei permessi vanno nelle scuole insieme ai volontari della redazione e incontrano gli studenti. Successivamente, dopo questo primo incontro, gli studenti entrano in carcere per incontrarsi con tutti i detenuti della redazione.
Questo progetto è finalizzato a informare i giovani e fare prevenzione. Incontriamo ogni anno circa seimila studenti delle scuole superiori di Padova e del Veneto e ogni anno crescono le richieste delle scuole per partecipare al progetto. Con la narrazione delle nostre storie non diamo consigli, non sarebbe opportuno, ma spieghiamo cosa ci è successo e quali sono stati i vari passaggi che ci hanno portato a commettere i reati, perché le cose non accadono mai all’improvviso, c’è sempre la possibilità di cogliere dei segnali e succede spesso in giovane età.

I giovani capiscono sempre tutto, questo accade perché sentono che non gli raccontiamo mai delle balle. Capiscono che siamo mossi da motivazioni importanti e se raccontiamo a loro le cose di cui non abbiamo mai parlato con nessuno, si rendono conto che gli diamo molta importanza e altrettanta fiducia. Capiscono che lo facciamo con serietà e non abbiamo nessuna voglia di barare. È un modo per riscattarci da un passato difficile.

Loro capiscono tutto
In quei momenti scatta un meccanismo magico, ci ascoltano e partecipano con noi alla discussione, ci fanno tante domande, si fidano di noi. Non potremmo mai tradirli, non temiamo il loro giudizio, lo stesso fanno loro con noi raccontandoci cose che non hanno mai svelato ai genitori o agli insegnanti. Io non avrei mai il timore di non essere capito da loro, semplicemente perché con loro ci parlo, ho imparato a farlo con lealtà, senza timore, e loro lo capiscono.

Ebbene, lei ha detto che i giovani non capirebbero l’indulto e l’amnistia, non saprebbe come spiegarglieli. Perché non prova a spiegargli perché, invece, l’indulto è necessario anche se può non piacere? Io capisco il fastidio che manifestano per un atto di clemenza le persone che lavorano da una vita e non hanno risorse per arrivare a fare la spesa alla fine del mese, capisco le persone che hanno subìto un furto in casa, una rapina, capisco quelli che per questi motivi sono diventati allergici alla parola indulto o amnistia. Per loro la società non ha clemenza!

Capisco, inoltre, perché potrebbe apparire come una sconfitta dello Stato di diritto, ma non si può tollerare che in nome dello Stato di diritto o per l’avversione a Silvio Berlusconi non si debba intervenire per porre fine ad una ignominia perpetrata ai danni delle persone più deboli che stanno rinchiuse nelle carceri italiane in maniera disumana e in una condizione perpetua di tortura, solo per l’incapacità della cosiddetta società civile di garantire il rispetto della dignità umana soprattutto a chi sta scontando la sua pena.

Sono del parere che nessuno può scaricare sulla classe politica degli ultimi vent’anni la responsabilità di questo disastro e, quindi, tirarsene fuori. Lei cos’ha fatto per impedirlo? Lei c’era! Non ci si può nascondere, non si può speculare sulla tragedia di 70 mila persone che questa società, nella quale lei ha un ruolo di dirigenza, tiene detenute in una maniera che tutta l’Europa definisce disumana.

Questa realtà lei ha il dovere spiegarla ai giovani. Certo, mi rendo conto che è difficile farlo, soprattutto quando si occupa un ruolo di potere e di responsabilità come il suo. Se poi la sua, invece, fosse una maniera per sfuggire alle sue responsabilità per ragioni di bottega, per non rischiare di perdere il consenso elettorale, allora lei non sarebbe affatto migliore di quelli che vorrebbe rottamare, in questo caso lei non si potrebbe chiamare fuori dalle ipocrisie di quella nomenclatura, come la definisce lei, di cui vorrebbe essere il fustigatore…

Lei è il sindaco di Firenze, si è candidato alla guida del suo partito e si candiderà alla guida del prossimo governo del paese. È investito di una responsabilità che le imporrebbe il dovere morale e politico di non scappare davanti alle sue responsabilità e di non trincerarsi dietro alla convenienza elettorale, anche perché facendo così, forse guadagnerà i voti persi dalla Lega e da Di Pietro, ma sicuramente ne perderà molti di più nel Pd, il suo civilissimo partito. La saluto.

Bruno Turci carcere di Padova

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