Candidato escluso perché cristiano. I LibDem ammettono la discriminazione
Dopo una battaglia legale durata quattro anni, il Liberal Democrat Party (Regno Unito) ha ammesso di aver discriminato per motivi religiosi David Campanale, già giornalista della Bbc, selezionato e poi escluso dalla candidatura parlamentare per Sutton e Cheam nel 2023. Campanale aveva sostenuto di essere stato preso di mira per le sue convinzioni cristiane su aborto e suicidio assistito, posizioni di cui aveva parlato pubblicamente. Solo Tempi – a quanto ci risulta – sollevò allora il caso. Oggi il partito del LibDem, tradizionalmente attento ai diritti civili, ha preferito non venir condannato per l’evidenza del torto: ha raggiunto un accordo, riconosciuto la violazione e pagato un risarcimento. È questa la notizia. Tutto qui. Non proprio.
Da qui conviene partire; senza infingimenti. Non c’è persecuzione con il sangue nelle democrazie europee; non ci sono leggi che vietano la fede; non ci sono prigioni per chi prega. Ma proprio per questo è necessario guardare ciò che accade davvero: una pressione più sottile; una squalifica culturale che, nei passaggi decisivi, diventa criterio di esclusione.
Un’ortodossia gentile
Il caso Campanale è limpido; un candidato viene ritenuto idoneo, poi deselezionato perché portatore di convinzioni considerate incompatibili con la rappresentanza. Non si contesta un atto; si anticipa un pensiero. Non si confuta; si riclassifica. È una selezione morale preventiva. Una sottomissione all’imperativo woke. Benvenuta la resipiscenza.
Qui torna la lezione di Joseph Weiler; non una parola d’ordine, ma una diagnosi: nell’Europa delle élite il professore di religione ebraica aveva identificato prima di tanti politici e media “d’ispirazione cristiana” una cristofobia “soft”; non il divieto, ma l’imbarazzo per i segni di una presenza connaturata all’Europa: il crocifisso. Non la repressione manu militari, ma la marginalizzazione. Nel confronto sul crocifisso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, Weiler mostrò che un simbolo può essere insieme religioso e civile; e che cancellarlo non rende più liberi, rende più meschini. Poi la Corte europea ha preso una piega decisamente prona ai codici woke. Ma non è questo il tema odierno.
Il punto resta semplice; e decisivo. Non puoi chiedere alle convinzioni di esistere, ma di non contare. Non puoi invocare pluralismo e poi stabilire una gerarchia implicita delle opinioni legittime; alcune applaudite, altre tollerate, altre — soprattutto quando toccano l’etica — dichiarate impraticabili nell’arena democratica per definizione. È un’ortodossia gentile; non usa la forza bruta; usa il discrimine dell’impresentabilità rispetto alle ovvietà dei pretesi diritti individuale a dare e a darsi vita e morte.
Sbianchettare il libro di famiglia
Fin qui, il “dentro”. Ma c’è anche un “fuori” che interroga; e qui la domanda diventa più scomoda. Perché tanto silenzio, anche nei nostri media, su ciò che accade ai cristiani nel mondo? Perché l’indignazione intermittente; perché i lampi; perché l’assenza di continuità?
In Nigeria attacchi ricorrenti colpiscono comunità cristiane; villaggi devastati, chiese incendiate, sacerdoti rapiti. In Sudan la guerra civile espone le minoranze a violenze e saccheggi. Si sa chi finanzia le milite assassine: sono Stati che ci vendono gas e comprano armi, tutti zitti. Nel Nagorno-Karabakh una presenza cristiana millenaria è stata svuotata dopo l’offensiva azero-turca del 2023, la comunità costretta all’esodo, luoghi di culto devastati e i governi occidentali (compreso quello italiano, in compagnia peraltro delle opposizioni) zitti e complici. Non è una gara di dolori; è una richiesta inascoltata di memoria.
Non tutte le sofferenze hanno eco pubblica; se va bene, un titolo, poi spariscono. Non entrano in agenda; vengono sbianchettate dal libro di famiglia, anche se è la nostra. È questo il punto che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore i diritti.
La qualità della vita pubblica
Il paradosso è evidente. I partiti che si proclamano custodi delle libertà finiscono, talvolta, per introdurre un criterio nuovo; non conta ciò che fai, ma ciò che pensi. E se il pensiero non è allineato, diventa automaticamente sospetto. Così il cristiano non è perseguitato; è reso politicamente inaffidabile.
Non si tratta di rivendicare privilegi; si tratta di difendere un principio comune. La democrazia vive di pluralismo reale; accetta convinzioni forti; le mette in dialogo; non le pre-classifica come difetti. E l’informazione, se vuole restare tale, non sceglie quali vittime meritino memoria lunga e quali un trafiletto.
Il caso Campanale, proprio perché circoscritto, illumina il resto. Non c’è persecuzione di sangue; c’è una indifferenza selettiva che pesa. Non c’è censura esplicita; c’è una ortodossia che delimita il dicibile. Se alcune convinzioni possono esistere ma non contare, e alcune sofferenze possono accadere ma non restare — perché non entrano in agenda, perché vengono sbianchettate — allora il problema non è dei credenti; è della qualità stessa della nostra vita pubblica.
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