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Date un vaccino alla Grande Malata: la scuola

Asfissiata dalla burocrazia e messa in ginocchio dal virus, la scuola ha la grande occasione di ripartire, a patto che riscopra la sua vera funzione. La ricetta di monsignor Camisasca

Rientro a scuola dopo l'emergenza coronavirus

Articolo tratto dal numero di settembre 2020 di Tempi. Attenzione: di norma i contenuti del mensile sono riservati agli abbonati. Per abbonarti a Tempi, clicca qui.

Durante il tempo della pandemia, la scuola di ogni ordine e grado è stata oggetto di racconto nei servizi giornalistici, televisivi e nel web. A un numero rilevante di dibattiti ha fatto riscontro una grande povertà di contenuti. Soprattutto il tema dell’educazione dei piccoli e dei ragazzi, centrale in ogni tempo, ma soprattutto in questo tempo di ripresa, è stato latitante.

Ricordiamo un poco quelle settimane. Di colpo, le scuole sono state chiuse. I bambini, i ragazzi e i giovani sono rimasti confinati nelle case, dove hanno dovuto all’improvviso reinventare la propria giornata e il proprio rapporto con l’apprendimento scolastico. Non tutte le famiglie avevano computer sufficienti per lo smart working dei genitori e lo studio a distanza dei figli; non tutti avevano le stanze così ampie da non ostacolarsi a vicenda; non tutti avevano adulti che potevano insegnare a bambini di quattro o cinque anni l’uso della tecnologia per la relazione con i loro educatori di scuola materna.

Di colpo i nostri figli e nipoti si sono trovati a vivere senza un rapporto fisico con i loro insegnanti, mentre la gran cassa della pubblicità mediatica sosteneva immancabilmente che un gran bene sarebbe derivato da questo nuovo approccio allo studio. Certamente si sarebbero venduti più computer, dimenticando che in una parte del paese manca la rete, e in un’altra essa è molto debole.

Massimo Camisasca

L’insegnante veniva così ad assumere una funzione nuova: doveva suggerire ai ragazzi che cosa fare, presupponendo in loro una capacità di obbedienza e creatività difficile da reperire. Anche per gli adulti, dunque, il tempo del lockdown è stato un tempo stressante.

Quasi senza accorgercene, è mutata la funzione dell’insegnante, il suo rapporto con gli studenti e, in ultima analisi, lo scopo stesso della scuola. Possiamo dire perciò che il lockdown ha beneficamente catalizzato alcune domande che da tempo latitano nell’orizzonte della realtà educativa del nostro paese: qual è la funzione della scuola? Come si iscrive tale compito in quello più generale svolto dalla famiglia e dalle altre comunità educative? E, in particolare, qual è il compito degli insegnanti? Qual è il posto dei libri, delle interrogazioni, dei voti, della ricerca, della sperimentazione e delle tecnologie in tutto questo itinerario?

Un elefante che non si muove

Prima di rispondere a queste domande, vorrei far notare che la scuola italiana è considerata dalle famiglie e dagli operatori culturali del nostro paese una grande malata. Ma, quel che è peggio, è che essa è una malata al cui capezzale sono accorsi, in questi ultimi cinquant’anni, troppi medici, con diagnosi e terapie contrastanti, spesso bruscamente interrotte per essere sostituite da altre, provocando la paralisi o l’aggravarsi della situazione clinica del malato. Uscendo di metafora, ho qui accennato ai tentativi di riforma delle istituzioni scolastiche che si sono succeduti con vertiginosa rapidità e altrettanta inconcludenza in un periodo di tempo che avrebbe dovuto registrare, proprio a causa dei cambiamenti repentini e profondi della società, piani di riforma coerenti e percorsi perseguiti per tempi lunghi.

La scuola italiana è nelle mani di un’enorme burocrazia, potente e impermeabile a qualunque cambiamento, come un enorme elefante che fatica a muoversi e a ripensare se stessa, mentre avrebbe bisogno di agilità e capillarità. Ogni anno sembrano ripresentarsi gli stessi problemi: la carenza degli insegnanti; concorsi che si susseguono, senza che si intraveda mai un completamento decente degli organici; l’edilizia scolastica che rimane arretrata e ritorna come tema urgente e inevaso soltanto in occasione di terremoti o di disastri; gli insegnanti sottopagati e spesso perciò demotivati, e profondamente segnati da una crisi radicale nel rapporto con le famiglie, oltre che da una perdita di autorevolezza.

Inoltre, i programmi scolastici vengono spesso modificati in ragione della corrente culturale prevalente del momento: così, storia o filosofia, greco o latino, scienze o arte… sono di volta in volta messi in rilievo o degradati nel numero delle ore di insegnamento, senza che un piano preciso corrisponda a quelle scelte e ne riveli il significato. Altri temi bisognerebbe qui ricordare: soprattutto il rapporto tra insegnamento della scuola superiore, lavoro e università.

Altro tema fondamentale è l’autonomia delle singole unità educative, la loro capacità e possibilità di generare, all’interno del quadro più ampio stabilito dallo Stato, programmi e percorsi più adatti agli studenti delle singole Regioni o località; l’autonomia amministrativa e la valorizzazione delle scuole nate dall’iniziativa appassionata di privati, religiosi e laici, che costituiscono un bene essenziale, anche dal punto di vista quantitativo, per l’intero paese. Quella scuola che ancora oggi ci si ostina a chiamare “privata”, con un senso di disprezzo non tanto mascherato, e che invece è a tutti gli effetti “pubblica” per il servizio che svolge, anche se non emana dall’iniziativa dello Stato.

Il senso e la passione

Ma vorrei concentrarmi sui nodi centrali, senza dei quali ogni altro tentativo di riforma sarà privo di futuro.

Le due questioni fondamentali che sono alla base di un’autentica riforma della scuola possono essere sintetizzate così: la scuola è solo luogo di formazione o anche di educazione? Qual è in essa il compito dell’insegnante e della famiglia? Vediamo ora di affrontarle distintamente.

Il lungo equivoco che ha attraversato gli ultimi decenni del secolo passato della scuola di Stato, è stato generato dal prevalere della teoria della “scuola neutra”. In altre parole, si è voluto far credere che fosse possibile trasmettere delle conoscenze senza che, assieme ad esse – anzi, alla loro base – fosse necessario comunicare un senso e una passione per l’esistenza. Quel senso e quella passione che lo studente avrebbe dovuto trovare non si sa poi in quale comunità di riferimento. La conoscenza, in realtà, non può essere mai disgiunta da una passione che la motivi, da domande che la originino, da un’inesauribile attrattiva verso il bene e la bellezza che la sostengano.

Nell’uomo, e perciò anche e soprattutto nel ragazzo e nel giovane, il cammino verso la realtà, verso la storia, la geografia, l’apprendimento di una lingua, la ricerca scientifica, la conoscenza del passato, la progettazione per il futuro… sgorga sempre da qualcosa di più vasto e più profondo. Esso è il desiderio di rispondere alla domanda: chi sono? Qual è il mio posto nel mondo? Quale contributo io posso e potrò dare alla crescita dell’intera società, mettendo a disposizione i miei doni e le doti che contraddistinguono la mia personalità?

Mentre è giusto riconoscere la tipicità di ogni conoscenza e di ogni metodo di apprendimento relativo alle diverse espressioni dell’umano, è impossibile separare il rapporto con un testo, un’opera d’arte, un’ipotesi storiografica, una formula matematica, una legge della fisica e della chimica… da un’intuizione globale dell’esistenza, sempre perfettibile ma necessaria, che costituisce l’orizzonte dentro cui si colloca ogni passo dell’uomo verso la comprensione di se stesso e del mondo. Affermare questo non vuol dire ingenuamente misconoscere il rischio dell’ideologia. Il ragazzo non deve essere indottrinato, né devono essere surrettiziamente imposte a lui, attraverso l’autorità di un insegnante, con lo spauracchio di un voto negativo, letture del mondo e delle cose proposte come verità, senza che egli abbia a vivere e a scoprire il valore critico della ragione e degli affetti, la relazione cioè tra il vero, il bene e il bello.

L’insegnante e la famiglia

Sta proprio qui, in questa avventura continua della scoperta e della messa in discussione, il lato più affascinante dell’apprendimento, ove la proposta dell’insegnante e la ricezione critica dell’alunno sono chiamate a convivere, anzi, a sorreggersi reciprocamente, nell’esaltante scoperta della crescita della persona verso la sua maturità. Gli insegnanti che più ricorderemo non saranno quelli che si sono nascosti dietro la propria materia, ma quelli che, attraverso di essa, ci hanno mostrato la passione della loro vita.

Quanto è faticoso e nello stesso tempo esaltante per un ragazzo poter tornare a casa dicendo a se stesso: “Oggi vedo meglio di ieri, ho capito una cosa che non conoscevo. So ascoltare meglio una musica, comprendere di più una poesia, guardare meglio quel quadro, difendermi con armi migliori di fronte all’invadenza delle notizie e delle immagini, comprendere di più come va il mondo, ma soprattutto qual è il contributo che solo io potrò dare”.

Certamente non dobbiamo pensare a una visione angelicata della scuola. Ciascuno, fin dalla più tenera età, porta dentro di sé domande senza risposta, drammi, fallimenti, contraddizioni, pulsioni fortissime che sembrano rendere tutto banale e insignificante. Proprio a questo livello si pone il contributo che nessun altro può dare come la scuola: una comunità di persone che vivono assieme dentro tutti gli smarrimenti e le fatiche, sotto la guida di insegnanti autorevoli motivati e pazienti, cercando di trovare le vie per il miglioramento.

Ci apriamo così alla seconda domanda: qual è il posto dell’insegnante e della famiglia. Che lo si riconosca o no, l’insegnamento non è soltanto una professione: è una vera e propria vocazione. Esso infatti si colloca a quel livello del rapporto interpersonale che non può essere mai ridotto soltanto a una funzione. Un insegnante infatti non è colui che scarica sui propri ragazzi un insieme di conoscenze che essi devono apprendere mnemonicamente per guadagnare un voto positivo. Esso è ben altro. È una persona che si colloca al centro della crescita di un’intera società, di una nazione, per favorire, nel passaggio generazionale, il ripensamento critico di una tradizione, aiutando i giovani a scoprire ciò che in essa è caduto, ciò che va accolto, ripensato, riformulato, verso una nuova sintesi.

Non potrà esserci nessuna riforma efficace della scuola se non maturerà nel paese una considerazione nuova della preziosità del lavoro degli insegnanti, ma anche una riscoperta da parte di essi del livello strategico del loro compito, affidato essenzialmente alla capacità di relazione tra maestro ed allievo.

Il cuore dell’avventura

La crisi del principio di autorità ha portato molti insegnanti a svalorizzare la propria immagine di fronte a se stessi. Gli enormi problemi tracimati nella scuola dalla crisi dell’istituto familiare, hanno spesso generato in loro un senso di impotenza insuperabile. Se non si ripartirà da un’alleanza famiglia-insegnanti, soprattutto nella scuola materna, primaria di primo e secondo grado, la funzione positiva dell’istituzione scolastica non potrà rinascere.

Laddove la famiglia fa vedere al ragazzo l’insegnante come un avversario o addirittura un nemico, le ore di scuola diventeranno un tormento da evitare, anche se i voti non saranno più espressi in numeri ma in giudizi. Ogni cambiamento rimarrà superficiale se non muterà la relazione fra docente e discente, che è il cuore dell’avventura scolastica. Come potranno i docenti essere autorevoli per i loro ragazzi se, talvolta, sono i primi a non credere più nella bontà dell’adulto, per il cammino verso la maturità affettiva e conoscitiva?

Da qui penso si debba ripartire: da comunità familiari e comunità di insegnanti che si sostengano a vicenda in un’opera magica che non può essere appaltata a nessun altro.

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Monsignor Massimo Camisasca, autore di questo articolo, è vescovo di Reggio Emilia-Guastalla. Nato a Milano nel 1946, ha insegnato filosofia nei licei, all’Università Cattolica di Milano, alla Pontificia Università del Laterano a Roma. Nel 1985 ha fondato la Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo

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Foto Ansa