«Nulla di quanto è avvenuto nell’Europa dell’Est sarebbe potuto accadere senza questo Papa»

«Tutto ciò che è nostro è nostro, tutto ciò che è vostro si discute» dicevano i dirigenti sovietici. Poi accadde l’impensabile: fu eletto al soglio pontificio Giovanni Paolo II. E così cadde il Muro di Berlino

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Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Giornalista e scrittore scrupoloso e autorevole, Bernard Lecomte, dapprima redattore della «Croix», poi inviato all’«Express» e infine caporedattore del «Figaro Magazine», si è occupato soprattutto dell’Est europeo e della Chiesa di Roma. Tra l’altro, nel 2003, venticinquesimo anniversario dell’elezione papale di Karol Wojtyła, ne ha pubblicato per Gallimard una biografia importante e intelligente (Jean-Paul II), tradotta in italiano e in polacco e di cui nel 2006, dopo la morte del Papa, è uscita una nuova edizione. Del 2007 è il libro che raccoglie le sue conversazioni con il cardinale Roger Etchegaray (J’ai senti battre le cœur du monde, Fayard) e del 2009 quelle con il giornalista Marc Leboucher sui pregiudizi mediatici nei confronti di Benedetto XVI (Pourquoi le pape a mauvaise presse, Desclée de Brouwer). Di quest’anno infine è la biografia del comunista (Gorbatchev, Paris, Perrin, 2014, pagine 463, euro 24) che nel 1989 ha chiuso la Guerra fredda e che per questo — conclude Lecomte — è divenuto «uno dei giganti della fine del XX secolo». (g.m.v.)

È stato l’evento più sorprendente della fine del XX secolo. Il 9 novembre 1989 la caduta del Muro di Berlino, quel “muro della vergogna” triste simbolo del comunismo moderno, ha sconvolto i grandi equilibri del mondo, ridisegnato la cartina dell’Europa, liberato nazioni da lungo tempo oppresse e cambiato la vita quotidiana di centinaia di milioni di persone, in meglio o, talvolta, in peggio.

Nato nell’ottobre del 1917 con la rivoluzione russa, il sistema comunista sovietico si era brutalmente diffuso nel 1945 in nome della “vittoria sul nazismo”. Lungi dal crollare alla morte di Stalin nel 1953, aveva tramutato in “guerra fredda” lo scontro tra Est e Ovest, divenuti due blocchi irriconciliabili. La costruzione del Muro di Berlino, il 13 agosto 1961, ne è stata la tragica dimostrazione. Fino a meta degli anni Settanta, l’Unione Sovietica (Urss) beneficiava di un’immagine positiva nel mondo e la sua influenza non aveva smesso di estendersi ai quattro angoli del pianeta. È stato proprio a quell’epoca che sono apparse le prime crepe in quel formidabile bunker che era diventato l’impero comunista.

Il 1oᵒ agosto 1975 il mondo intero ha gli occhi puntati sulla Finlandia: a Helsinki i delegati di trentacinque Paesi dell’Est e dell’Ovest, sotto la duplice tutela degli Stati Uniti e dell’Urss, firmano accordi «sulla sicurezza e la cooperazione in Europa». Quei testi sono oggetto di aspre negoziazioni. Trent’anni dopo la spartizione del mondo compiuta nel febbraio 1945 a Yalta, mirano a “legalizzare” lo status quo politico e militare nel Vecchio continente dopo tre movimentati decenni: il blocco di Berlino (1948), l’insurrezione di Budapest (1956), la costruzione del Muro di Berlino (1961) e la repressione della Primavera di Praga (1968) hanno cementato e rafforzato con filo spinato questa incredibile divisione dell’Europa.

«Tutto ciò che è nostro è nostro, tutto ciò che è vostro si discute», si faceva dire ai dirigenti dell’Urss, i vari Nikita Krusciov e Leonid Breznev. Quest’ultimo elevò a principio immutabile la dottrina della “sovranità limitata”: ogni velleità di autonomia, nell’Est, provocherà l’intervento militare degli altri “Paesi fratelli”. Nel 1975 gli accordi di Helsinki pongono quindi i rapporti Est-Ovest sotto il segno della “distensione”, ma alla tacita condizione che la dottrina di Breznev resti in vigore all’interno del blocco dell’Est. Il mondo è più che mai diviso in due. E apparentemente per lungo tempo.

Il comunismo infatti — lo si è dimenticato — è allora in piena espansione. È a quell’epoca che il Cremlino ingloba nella sua zona d’influenza la Somalia (ottobre 1969), l’Etiopia (novembre 1974), la Cambogia (aprile 1975), il Vietnam (aprile 1975), il Mozambico (giugno 1975), l’Angola (novembre 1975), il Laos (dicembre 1975), l’Afghanistan (aprile 1978). Sulla cartina del mondo la “macchia rossa” si estende a dismisura, mentre i partiti comunisti occidentali si avvicinano al potere in Portogallo, Spagna, Italia e Francia.

La “distensione” però è un veleno che indebolirà il sistema comunista, che per natura poggia sulla lotta tra le classi e tra i blocchi. Questo veleno contiene alcuni ingredienti mortali: la promozione dei valori democratici, la libera circolazione degli uomini e delle idee, il rispetto dei diritti dell’uomo, lo sviluppo degli scambi commerciali, per non parlare dell’obiettiva necessità del disarmo. Gli accordi di Helsinki, grazie soprattutto all’ostinazione della Francia e della Santa Sede, forniranno strumenti diplomatici e argomenti politici ai movimenti di difesa delle libertà e a una nuova generazione di dissidenti, che cercherà di far riapparire nell’Est un concetto lì ormai scomparso: la società civile.

Insieme ad alcuni personaggi emblematici come Aleksandr Solgenitsin o Andrej Sakharov, ecco spuntare in tutta l’Europa dell’Est piccoli gruppi che, sull’esempio di Charta 77 in Cecoslovacchia, cominciano a esigere il rispetto degli accordi di Helsinki in materia di diritti e di libertà. La repressione non si fa attendere. Nell’Urss i capofila vengono spediti nei gulag o, meglio ancora, esiliati a Occidente: il fisico Andrej Sakharov stesso viene arrestato a Gorki. In Polonia don Popiełuszko viene ucciso dalla polizia politica. La Securitate rumena e la Stasi della Germania dell’Est si scatenano contro i contestatori. Tra un pugno di militanti coraggiosi e il più grande sistema di repressione esistente al mondo la battaglia è impari.

Ma nell’ottobre 1978 un evento inatteso cambia la posta in gioco. A Roma il conclave elegge a capo della Chiesa cattolica il cardinale Karol Wojtyła, arcivescovo di Cracovia, numero due della Chiesa polacca. Il nuovo Pontefice, uno slavo, viene dall’altra parte della cortina di ferro. «Questo Papa è un dono di Dio», commenta lo scrittore Solgenitsin ai microfoni della Bbc. Quando Giovanni Paolo II, appena eletto, lancia il suo grido: «Non abbiate paura!», tutte le comunità cristiane nell’est dell’Europa sono percorse da una sorta di brivido.

Nel giugno 1979, quando il Papa compie il suo viaggio trionfale nel Paese natale, decine di milioni di polacchi riacquistano fiducia nel proprio destino. E i loro vicini cechi, slovacchi, ungheresi, ucraini o lituani, testimoni muti di quell’incredibile periplo, come possono non essere colpiti da quel Papa che osa affermare che il comunismo non è che una parentesi della Storia e che la divisione in due dell’Europa non è che transitoria?

A poco più di un anno da quel viaggio, gli operai di Danzica si lanciano in uno sciopero dagli accenti inediti: un quadro di Giovanni Paolo II troneggia sulla cancellata dei cantieri navali. Il capo del movimento, un elettricista di nome Lech Wałęsa, si fida ciecamente del Papa; e quando il primo sindacato indipendente dell’Est cerca un nome, lo trova nelle omelie papali dell’anno precedente: Solidarność. Poiché è proprio la “solidarietà” tra gli uomini che avrà la meglio su quel vergognoso sistema in cui l’individuo non è che un ingranaggio della macchina sociale.

L’epopea del sindacato Solidarność, che riunisce dieci milioni di polacchi, durerà cinquecento giorni e appassionerà i media del mondo intero. Al Cremlino, dove si teme il contagio nei “Paesi fratelli” in particolare in Lituania e nell’Ucraina occidentale, terre cattoliche, si cerca un modo per limitare i danni. La questione è cruciale: si può evitare d’intervenire militarmente in quella Polonia imprevedibile e prediletta dal Papa?

La decisione richiederà tempo e si concretizzerà nello “stato di guerra” brutalmente decretato nel dicembre 1981 dal generale polacco Jaruzelski. Chiusura delle frontiere, legge marziale, arresto dei dirigenti di Solidarność. L’ordine regna a Varsavia. Un immenso scoraggiamento si abbatte sulla regione. Chi presta ancora orecchio a Papa Giovanni Paolo II quando ritorna in Polonia nel 1983, e poi ancora nel 1987, per predicare instancabilmente il dialogo sociale tra lo Stato, la Chiesa e Solidarność, unica via d’uscita possibile, secondo lui, per il suo infelice Paese?

In quel momento, l’immagine e il prestigio dell’Urss si sono molto deteriorati. A Mosca dei vegliardi pretenziosi e bloccati nelle loro certezze si succedono alla guida di un immenso Paese sclerotizzato e immobile. I vari Breznev, Gromyko, Ustinov, Andropov e Cernenko, che si rivelano incapaci di adeguare la seconda superpotenza mondiale ai bisogni del momento. Come i loro affiliati locali all’interno del Paese (Chtcherbitski, Kounaev e così via) o alla sua periferia (Kadar, Husak, Jivkov e via dicendo), che incarnano questo periodo che verrà presto chiamato zastoi (stagnazione).

Sorpresa! L’11 marzo 1985 questa sequela di vecchi dinosauri si dà un nuovo leader di 54 anni, che parla una lingua comprensibile, che non ha paura dei giornalisti e la cui moglie è una graziosa signora dallo sguardo vivace che paga i suoi acquisti con una carta American Express. Il nuovo capo del Partito comunista non è certo un dissidente, conosce persino a memoria le opere di Lenin, ma è convinto che «non si può continuare a vivere così». È stato scelto per modernizzare il suo partito e per far uscire il suo Paese dalla marginalità. «Quest’uomo ha un bel sorriso, ma nasconde denti d’acciaio», dice il vecchio Gromyko.

Mikhail Gorbaciov si circonda presto di persone della sua generazione (Sevardnadze, Ligachev, Eltsin e così via) e apre tre piste: la perestroika, che consiste nel riformare a fondo le strutture del Paese, soprattutto sul piano economico; la glasnost, che mira a una maggiore trasparenza sui giornali, nelle statistiche, nei libri e nella cultura; e il “nuovo pensiero” che propone di guardare al futuro del mondo non più come a uno scontro mortale tra Est e Ovest.

All’inizio nessuno ci crede. Né in Urss né altrove. Che errore! Ma poco a poco, soprattutto dopo la catastrofe di Chernobyl, nell’aprile del 1986, i dirigenti di entrambi i campi cominciano a chiedersi se quell’uomo non tenti veramente di riformare ciò che appare irriformabile. Quando annuncia la fine della famosa dottrina della “sovranità limitata”, gli occidentali restano scettici. Gorbaciov è sincero quando predica la fine della guerra fredda per far meglio riuscire le sue riforme economiche?

All’Est, i vari Honecker (Germania dell’Est) Ceauşescu (Romania), Jivkov (Bulgaria) prendono in antipatia il nuovo capo del Cremlino: sanno che le riforme che prospetta indeboliranno l’impero e li metteranno in cattive acque. Solo i responsabili polacchi e ungheresi sono disposti a scommettere su di lui. In particolare il generale polacco Jaruzelski, che ha l’occasione di parlare a lungo di Gorbaciov con Giovanni Paolo II durante un udienza a Roma nel gennaio 1987. Il Papa, che in quel momento sta preparando il suo terzo viaggio in Polonia, scommette anche lui sull’apertura. Nel giugno 1988 la celebrazione molto aperta del millenario della Chiesa russa, a Mosca, lo conforta nella sua scelta: se la perestroika sfocia nella tolleranza religiosa, allora bisogna giocare la carta della perestroika.

Se la posizione di Gorbaciov si complica nel suo Paese, dove la situazione economica e sociale si deteriora gravemente, all’esterno diventa però più chiara. Nel febbraio 1989 il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan diviene effettivo, il che finisce col convertire gli americani alla “gorbymania” che regna ormai in Occidente. Qualche settimana dopo, i dirigenti ungheresi istaurano il pluripartitismo nel loro Paese senza attirarsi le forlgori del Cremlino.

In Polonia, alla fine dell’inverno, viene presa la decisione di riabilitare il sindacato Solidarność e, durante una tavola rotonda a cui è presente Lech Wałęsa, di organizzare elezioni “quasi democratiche” nel giugno 1989. Questa premiére in Europa dell’Est porterà, dopo la schiacciante vittoria elettorale di Solidarność, a un governo guidato dal giornalista cattolico Tadeusz Mazowiecki, un non comunista che, per di più, è un vecchio amico del Papa.

Nella Repubblica Democratica Tedesca (Ddr) la tensione è forte da quando migliaia di cittadini sono riusciti a raggiungere l’Ovest assediando le ambasciate occidentali delle capitali amiche come Budapest e Praga. Ma è l’evidente dissenso tra Gorbaciov e la direzione del Partito comunista della Germania orientale durante la celebrazione del 40o anniversario della Ddr, il 7 ottobre, a far capire che nulla funziona più all’Est: «Non è perché il mio vicino ridipinge il suo appartamento che io devo fare lo stesso» afferma fanfaronescamente Erich Honecker. Verrà destituito dieci giorni dopo, tra lo stupore generale.

La nuova direzione della Ddr si mostra esitante. Fino a dove si può spingere con le riforme? Il nuovo capo del partito, l’apparatčik Egon Krenz, non controlla più la situazione. Basta un pasticcio burocratico riguardo alla legislazione sui visti, il 9 novembre, perché avvenga l’irreparabile: apprendendo dalla televisione che i berlinesi dell’Est possono ormai varcare il “muro”, una folla immensa passa rapidamente a Berlino ovest, in un disordine incredibile. I Vopos, che non hanno ricevuto ordini, lasciano passare quella marea umana, armi puntate a terra.

A Mosca, Gorbaciov lo verrà a sapere solo la mattina dopo. L’ordine che dà è chiaro: non immischiarsi negli affari tedeschi! Che i militari restino nelle loro caserme. Non si torna indietro. Il Muro di Berlino non è altro che una finzione. Né George Bush, né Margaret Thatcher, né François Mitterrand, né Helmut Kohl sanno come evolverà la situazione nelle settimane successive, ma un fatto inaudito è appena accaduto, ancora inimmaginabile qualche giorno prima: la “cortina di ferro” è scomparsa nelle pattumiere della Storia.

Tre settimane dopo, mentre i regimi comunisti cadono uno dopo l’altro, e la riunificazione della Germania diviene ineluttabile, il capo del Cremlino va in Vaticano per un incontro storico con Papa Giovanni Paolo II. Ebbene, in quel 1oᵒ dicembre 1989, i giochi sono fatti: la frontiera tra le due Germanie è sospesa, la guerra fredda non è che un ricordo, il regime marxista-leninista è agonizzante. Ci vorranno meno di due anni perché l’impero dei soviet collassi a sua volta e il suo presidente dia le dimissioni.

Due mesi dopo la caduta, in un famoso articolo che sarà pubblicato su «La Stampa», «Libération», «El País» e qualche altro giornale europeo, Mikhail Gorbaciov ritornerà su questa serie di eventi straordinari e scriverà: «Nulla di quanto è avvenuto nell’Europa dell’Est sarebbe potuto accadere senza questo Papa».

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