Non c’è vera pace senza conflitto

Di Rodolfo Casadei
23 Agosto 2026
Al Meeting di Rimini il filosofo Bruno Mastroianni spiega le tre condizioni per una “disputa felice”. «Le decisioni più importanti della nostra vita sono quasi sempre il risultato di grandi, impegnative discussioni»
L’incontro “Discutere senza distruggere” con il filosofo Bruno Mastroianni al Meeting di Rimini (foto Flickr Meeting di Rimini)
L’incontro “Discutere senza distruggere” con il filosofo Bruno Mastroianni al Meeting di Rimini (foto Flickr Meeting di Rimini)

Si chiama Meeting per l’amicizia fra i popoli, ma periodicamente, e meritevolmente, dà la parola a ospiti che ricordano con buone ragioni che la pace, la crescita sia personale che sociale, la libertà politica e una sana vita pubblica hanno bisogno del conflitto. Amicizia non è sinonimo di aconflittualità, ma di rapporti virili che generano stima reciproca. Ultimo messaggero in ordine di tempo di questa linea argomentativa è stato quest’anno Bruno Mastroianni filosofo docente dell’università di Padova, autore di libri che si intitolano La disputa felice e Litigando si impara. Il titolo della sua esposizione a Rimini (in realtà un’intervista in pubblico) discende direttamente dal contenuto dei due libri citati: “Discutere senza distruggere”.

Rimuovere il conflitto rende falsi i rapporti

Una dozzina di anni fa Claudio Risé, chiamato a esprimersi sull’eclisse del padre, “L’assente inaccettabile” come affermava il titolo di uno dei suoi libri più famosi, aveva valorizzato come ineludibile momento di crescita il conflitto che nasce dai “no” che il padre è tenuto a pronunciare all’interno del rapporto educativo coi figli; quattro anni fa Miguel Benasayag riprese il cuore dell’argomentazione del suo libro Elogio del conflitto: nella nostra vita pubblica e privata l’idea stessa di conflitto è stata bandita, siamo diventati intolleranti verso qualunque forma di opposizione e conflittualità, e così ci perdiamo gli aspetti positivi di crescita sociale e individuale che il conflitto racchiude.

La rimozione del conflitto (lo psicanalista Benasayag non poteva esimersi da questo concetto) rende falsi i rapporti con gli altri, trasmette l’illusione che i rapporti possano essere obiettivi e razionali come in uno scenario burocratico. La trasparenza, propria dei processi formalistici, prende il posto dell’ombra, che è il proprio dell’umano. La rimozione del conflitto, la negazione della sua natura ineliminabile dall’esperienza umana, ha in sé il rischio della criminalizzazione di ogni dissenso, e porta con sé l’effetto “stabilizzante” di ogni ideologia totalitaria che, calandosi all’interno di ciascun individuo come dispositivo interiorizzato di autocontrollo, garantisce il compiuto trasferimento della logica del potere dalla sua forma di potere sovrano alla sua forma tipicamente contemporanea di potere disciplinare.

Il litigio come manovra evasiva

Mastroianni si collega a questo filone di riflessione, e interpellato dagli organizzatori dell’incontro sulla dimensione distruttiva degli scambi sui social («Il litigio è il tratto principale del discorso sui social, spinto da algoritmi che sono calibrati per premiare aggressività e sopraffazione verbale. Ma è ancora possibile avere una discussione senza demolire l’altro?») prende in contropiede l’interlocutore spiegando che il litigio non è l’esito del conflitto, ma dell’evitamento del conflitto! «Il litigio è una manovra evasiva: ci attacchiamo sul piano personale per non affrontare lo specifico della questione. Il litigio evita il conflitto, di cui abbiamo paura perché fa venire fuori i difetti della nostra posizione e mette in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Ma non c’è vera pace senza conflitto. Creare ambienti senza conflitti pro bono pacis significa rendere gli stessi carsici, sotterranei, fino al momento in cui esploderanno distruttivamente». Senza volare troppo in alto, Mastroianni ha fatto l’esempio della cena al ristorante della famiglia con figli preadolescenti: «Per garantirsi la tranquillità i genitori concedono ai figli di stare attaccati ai loro cellulari per tutta la serata: abbiamo evitato un conflitto, ma quella non possiamo chiamarla pace vera!». Touché.

«Il conflitto gratifica»

Dice Mastroianni, come Risé e Benasayag, che il conflitto è indispensabile, e che noi ci rifugiamo nel litigio o nella rinuncia al confronto perché vogliamo evitare una fatica che ci mette in discussione. Cioè? «Il consenso gratifica, il dissenso infastidisce. Quando incontriamo qualcuno che oppone resistenza alle nostre idee, è come se ci vedessimo coi suoi occhi, e scoprissimo che le nostre formidabili idee non sono poi così formidabili. Allora per evitare ferite narcisistiche ci inventiamo regole per evitare i conflitti. Regole che non tengono – quante volte avete deciso che il gruppo whatsapp non doveva trattare certi argomenti, e poi invece qualcuno ha rotto la consegna? – o che creano bolle autoreferenziali, luoghi dove il pensiero è cristallizzato». Si tratta allora di «passare dalla contrapposizione alla contraddizione: argomentare, mettere nelle parole le nostre differenze, smettere di trattare l’interlocutore come un contrattempo che è venuto a turbare la mia tranquillità».

La “disputa felice” però ha bisogno di alcune condizioni: «Il primo ingrediente è la durata di tempo: una buona discussione ha bisogno di tempo e non si conclude con la parola “fine”, ma con l’espressione “siamo arrivati sin qui”. Il secondo ingrediente è l’ascolto dell’altro, permettergli di dire tutte le sue cose anche se ci suonano inaccettabili: è anche la tecnica con cui i negoziatori dell’Fbi calmano i criminali che minacciano di uccidere gli ostaggi; il negoziato si sviluppa se l’interlocutore sente prese sul serio le sue richieste. Il terzo ingrediente riguarda una realistica valutazione delle nostre capacità: di quali conflitti sono in grado di farmi carico? Evidentemente non di tutti quelli che i social evocano: ogni giorno sui social incontriamo innumerevoli proposte polarizzanti, e noi non possiamo e non dobbiamo farci carico di tutte: dobbiamo scegliere».

La potenza distruttiva dei social

Una riflessione sulla questione dei social si impone. Mastroianni ne riconosce la potenza distruttiva rispetto alle esigenze del sano conflitto, ma ne relativizza la novità epocale: «Si litigava anziché disputare felicemente anche prima che apparissero i social. Pensiamo alle assemblee condominiali: gente che si conosce da una vita ma che si mette a litigare in modo irrazionale. Oppure pensiamo ai pettegolezzi, ai bigliettini diffamatori, alle dicerie e alle maldicenze: cose che ci sono sempre state. Certo, i social enfatizzano e rendono più visibili questi rapporti malati. Ma possiamo imparare a usarli».

Per imparare a usarli bisogna mettere a fuoco le loro caratteristiche decisive: «I social disinibiscono e comprimono il tempo. La presenza fisica, il volto dell’altro, sono filtri che generano rispetto, che viene meno facilmente sui social dove la presenza è tutta virtuale. Inoltre alimentano una fretta psicologica: dobbiamo reagire subito, oppure lasciar perdere per sempre. Sono certamente caratteristiche distruttive, ma che possiamo sfruttare anche in modo generativo».

Per esempio «possiamo usare Whatsapp o Messenger o una email per comunicare una questione delicata o una preoccupazione che facciamo troppa fatica a dire alla persona faccia a faccia. Un’altra cosa che si dovrebbe fare è arrestare la discussione sui social a un certo livello generale, e approfondirla in modo più personale con telefonate, email, chat ristrette, ecc. Insomma, per avere una “disputa felice” occorre essere consapevoli della differenza dei contesti, privilegiarne alcuni ed escluderne altri sulla base della questione oggetto di discussione. Il digitale opera le sue compressioni, a noi spetta scegliere il contesto nel quale hanno senso ed evitare quelli in cui provoca danni».

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Le discussioni vere e le lusinghe dell’Ai

L’opposto del litigio è la compiacenza che l’intelligenza artificiale mostra verso coloro che con essa intendono interloquire. Il risultato è però lo stesso: la perdita del senso critico, l’illusione di sapere e di potersi infischiare di quello che dicono gli altri, l’intolleranza per i punti di vista altrui. «La tentazione è forte, perché psicologicamente preferiamo una situazione artificiosa che ci soddisfa a una reale che ci disturba. Gli appelli a esercitare il senso critico anche quando siamo di fronte alla Ia cadono nel vuoto se non ci rendiamo conto che il senso critico non si coltiva a tavolino, ma solo dentro a relazioni personali autentiche».

Chi fa la fatica di discussioni vere nella vita «può resistere alle lusinghe della Ai. Basta pensare a un fatto: le decisioni più importanti della nostra vita – il matrimonio, la scelta del lavoro, il trasferimento in una città – sono quasi sempre il risultato di grandi, impegnative discussioni. Il pensiero critico è una capacità relazionale: ci vogliono gli altri perché possiamo svilupparla».

E c’è, dulcis in fundo, l’aspetto politico della questione, già evidenziato da Benasayag: «È meglio discutere senza arrivare a una decisione che decidere senza aver discusso. Perché in quest’ultimo caso significa che abbiamo delegato la decisione a un altro, abbiamo posto le basi per la svolta autoritaria. Rinunciare a discutere implica la perdita di pezzi di libertà. La sfiducia verso la verità come esito del dialogo comporta la perdita della libertà».

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