Buona Pasqua dalla Siberia, «dove la Chiesa non la costruisco io, ma Lui»

Nella terra che fu dei Gulag, l’esperienza di un prete italiano, don Alfredo Fecondo. «I nostri parrocchiani sono pochi, ma io desidero portare Cristo a tutti»

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Ci vuole coraggio a celebrare la Resurrezione in una terra come quella dove don Alfredo Fecondo, sacerdote della fraternità sacerdotale San Carlo, è missionario. Colpita dal dramma dei gulag comunisti, la Siberia ha visto atrocità «per cui tutti: i “bianchi”, i kulaki, i medio-grandi proprietari terrieri, i “borghesi”, i benestanti, i nobili, gli intellettuali, gli ingegneri e poi i tedeschi, polacchi, ucraini, lituani, estoni, lettoni, persino gli italiani, quelli spesso genericamente etichettati come “nemici del popolo” venivano presi, arrestati, condannati, fucilati, deportati senza motivazioni». La tragedia fu tale che «Solženitsyn in Arcipelago Gulag paragonò le decine di milioni di vittime delle tragiche purghe comuniste ai tre fiumi maggiori della Russia (Enisej, Ob, Lena), ognuno lungo più o meno cinquemila chilometri».
Ed è sempre rifacendosi a opere letterarie che don Fecondo cerca di spiegarci cosa sia la Russia: «Penso a due opere come Una giornata di Ivan Denisovič sempre di Solženitsyn e al racconto di Cechov Lo studente. Si tratta di due perle preziose della letteratura mondiale, che, in modo tanto geniale quanto umano, introducono perfettamente al dramma della storia russa. Nella prima, nella durezza delle condizioni del lager emerge una positività “umana” imprevista. Nelle cose più minute e, apparentemente, insignificanti. Nel racconto di Cechov invece sorprende bàbushka (nonnina) Vasilìsa che, dopo aver ascoltato il brano del Vangelo in cui Pietro piange, “ad un tratto si mise a singhiozzare”. Perché? “Evidentemente quello che aveva ascoltato poc’anzi e che era accaduto diciannove secoli addietro aveva un legame col presente: con le sue donne e, probabilmente, con quel villaggio deserto, con lui stesso, con tutti gli uomini”».

Come definirebbe la sua terra di missione?
Terra di speranza, dove l’esperienza di positività di Ivan Denisovič e la fede di bàbushka Vasilìsa mi rilanciano in un’avventura senza fine!

L’incontro fra il Papa e Kirill è un segno di speranza pasquale?
Sì, speranza pasquale! Sì, perché chi altri se non Gesù risorto poteva realizzare un incontro di grazia tra “fratelli” che non si vedevano da più di mille anni? Questo fatto ci fa desiderare di approfondire ed offrire sempre più il nostro rapporto personale con Cristo presente nell’Eucaristia e nella Chiesa, Suo corpo.

È con questa coscienza che i cristiani siberiani vivono la Pasqua?
Guardi, preferiscono che siano loro stessi a risponderle [don Fecondo passa la cornetta del telefono a Igor]: «Ho sempre cercato un ideale nella vita, ma ogni tentativo umano è un fallimento e quindi diventavo sempre più cinico. Finché non ho incontrato Cristo attraverso Comunione e Liberazione. La Pasqua mi aiuta a ricordarmi cosa cerco: l’incontro con Cristo, con la risposta piena alla mia umanità, la resurrezione sul cinismo».
[Interviene Elena]: «La maggior parte dei cristiani qui è di tradizione ortodossa e greco cattolica, come me, ma vive il cristianesimo, quindi anche la Pasqua, in maniera formale, come un insieme di riti da fare, senza coscienza. Quando ho incontrato don Alfredo ho capito che la fede era un’altra cosa: Cristo vivo nella Chiesa. Anche don Alfredo mi dice: “Devi”, ma non “devi fare”, bensì “devi guardare in faccia Cristo che muore e risorge per te, non i tuoi limiti”. Ecco prima di “fare qualcosa” sto cercando di vivere la Pasqua così, mantenendo questa coscienza».

Don Alfredo, e lei con quali sentimenti sta vivendo questo periodo liturgico?
I sentimenti con cui sto vivendo la Pasqua di quest’anno li attingo e condivido rileggendo e meditando il secondo volume di papa Benedetto XVI Gesù di Nazaret. Dall’ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione. Vorrei riassumerli in questa citazione: «Partendo dall’ultima cena e dalla risurrezione, potremmo asserire che proprio la croce è l’estrema radicalizzazione dell’amore incondizionato di Dio – amore in cui, nonostante ogni negazione da parte degli uomini, Egli dona se stesso, prende su di sé il “no” degli uomini, attirandolo così dentro il suo “sì”» (p. 141). E più in là: «Nell’atto del donare la vita è inclusa la Risurrezione» (p. 149).

Cosa significa concretamente che «Egli prende su di sé il “no” degli uomini, attirandolo così al suo “sì”»?
Il protagonista del “no” sono io. Come Pietro tradisco, dimentico, rinnego. A volte non me ne dispiaccio nemmeno, non riesco neanche a dire “mi dispiace di non dispiacermi”. Però, quando lo riconosco presente, gli dico: «Ho dolore di preferire continuamente altro a te!». E scopro che, sebbene io non sia capace di cercare Cristo continuamente, “di giorno e di notte”, come dice don Luigi Giussani, Lui invece è capace e lo fa. Concretamente, mi è stato dato il compito di costruire una chiesa e per me è durissima, a volte mi viene da ribellarmi, allora gli dico: «Questa chiesa non la costruisco io, la costruisci tu!» e Lui mi risponde e mi dona persone senza il cui aiuto non potrei proprio farcela. Così egli prende su di sé il mio “no”, attirandolo dentro il suo “sì”.

Quali sono i frutti del “sì” di Cristo e di sua Madre nelle vostre esistenze?
I nostri parrocchiani sono pochi, normalmente la Messa domenicale nella parrocchia universitaria di Novosibìrsk è frequentata da 20 persone e nella parrocchia di Bièrdsk, cittadina di centomila abitanti circa, da una decina. Poi nei paesi di campagna, qualcuno ci aspetta nella sua casa. Li raggiungo un paio di volte al mese percorrendo per una decina di ore le strade ghiacciate della Siberia. Non vado solo, ma con gli amici della comunità, perché voglio portare Cristo che vive nella comunione con cui mi attira nel suo sì. La resurrezione è dentro questi semi, dentro queste piccole comunità da cui, lentamente, piano, piano, rinasce la Chiesa.


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