Perché l’Europa è andata fuori strada

Di Carlo Marsonet
18 Marzo 2026
Nel suo ultimo libro edito in Italia, il filosofo francese Rémi Brague ragiona sui motivi della crisi del Vecchio Continente. Rinnegare il cristianesimo significa rinnegare l'umano
Remi Brague
Remi Brague

I lettori di Tempi ben conoscono Rémi Brague, storico del pensiero, emerito di filosofia medievale e araba alla Sorbona, titolare della cattedra Guardini di scienza e storia delle religioni all’Università di Monaco e vincitore del Premio Ratzinger per la teologia nel 2012. Un paio di anni fa, intervistato da Rodolfo Casadei, lo storico delle idee francese si era espresso sullo stato “morale” dell’Europa: un’area culturale, prima che politica, in crisi perché incapace di salvaguardare il proprio patrimonio di idee e dunque sprovvista di quella consapevolezza che fornisce la base attraverso cui affrontare altre culture e nuovi problemi.

Il nichilismo, che sembra derivare da una falsa cioè errata idea di relativismo, ha condotto l’Europa fuori strada. E questo perché un relativismo “buono” non nega che esistano delle idee e dei principi a fondamento della propria identità: anzi, è proprio da questi che si deve partire per potersi misurare con l’altro, in un confronto proficuo, maturo e responsabile.

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Apertura all’altro

Proprio da qui parte Brague in un piccolo volumetto appena pubblicato da Ares, a cura di Alessandra Di Pilla: Rileggere l’Europa. Cristianesimo e storia. Il libro nasce da una conversazione avuta dal pensatore francese con l’Associazione Patres, intorno al tema delle origini e dell’identità dell’Europa, così come della sua eredità intellettuale e spirituale, al quale si aggiungono due saggi inediti in lingua italiana. Per Brague, è impensabile poter parlare di questo negando alla radice i fondamenti della propria identità. Anzi, scrive Brague, uno dei caratteri distintivi dell’Europa è proprio la sua capacità di aprirsi all’altro, di confrontarsi con ciò che è diverso muovendo però dalla propria storia e dalla propria cultura, plurale e filtrata attraverso diverse esperienze (la “secondarietà” di cui parla nel libro).

In tal senso, cruciale risulta un autore a lui assai caro, C.S. Lewis. Ne L’abolizione dell’uomo, un classico tra l’altro da poco pubblicato con una nuova traduzione da Adelphi, lo scrittore ricorda quanto sia importante poter contare per l’essere umano su principi permanenti cui aggrapparsi: possiamo chiamarli il “tao” o «dottrina del valore oggettivo», oppure ancora Tradizione, o anche «permanent things», à la T.S. Eliot, ma il punto è sempre il medesimo. I valori, di cui tanto oggi si parla, assumono un significato solo nella misura in cui poggiano su qualcosa che li preesiste, che li rende in qualche modo comprensibili.

Se il cristianesimo scomparisse

E del “tao” di cui parla Lewis fa certamente parte il cristianesimo, il quale a sua volta va costituire una solida base, storicamente fondata, dell’idea di Europa. Si badi, scrive Brague, che non è che la dottrina cristiana inventa qualcosa ex novo. Piuttosto, riceve e trasmette, in chiave universalistica, un’idea di uomo senza la quale l’Europa va in crisi: non è dunque errato vedere nella crisi europea, per l’appunto, la proiezione della crisi della stessa di uomo.

Brague cita un noto e molto potente pensiero di T.S. Eliot del 1946:

«Io non credo che la civiltà europea potrebbe sopravvivere alla completa scomparsa della fede cristiana (…). Se il cristianesimo scomparisse, sarebbe tutta la nostra civiltà a scomparire».

Senza di esso, viene a mancare un’idea radicale della dignità umana, un’idea di libertà responsabile che contraddistingue l’uomo europeo e occidentale. Non solo. Scrive Brague infatti che, senza Dio, l’uomo diventa schiavo delle proprie passioni, schiavo di idoli terreni – pensiamo solo al potere – che sovente nel corso della storia hanno portato alla distruzione dell’umano. Il messaggio cristiano lascia in eredità all’Europa, all’Occidente e a chi ne comprende la portata universale, principi di giustizia, civiltà, dignità e libertà con cui non si può non fare i conti. A meno che non si voglia deliberatamente e consapevolmente essere schiavi.

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