Bologna si svegliò anticonformista

I segreti per niente segreti della vittoria di Guazzaloca e della
sconfitta Ds. Mentre la sinistra pescava nomi nel mondo cattolico,
il suo rivale seduceva diessino-comunisti delusi rievocando
il mito del sindaco Dozza. E proponendo alla città
una scommessa dove fa capolino la sussidiarietà

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

E pensare che bastava lasciarlo alla Camera di Commercio. La battuta circola nei corridoi delle botteghe oscure bolognesi e romane ed è sale sulle ferite aperte della Quercia che ha perso il suo municipio simbolo. Giorgio Guazzaloca, neosindaco nella città bandiera dei post-comunisti, il Muro della sinistra in Occidente, appena un anno fa si batteva per fare il presidente della Camera di Commercio felsinea. Nel paniere dei diessini mancavano solo due poltrone delle cento che a Bologna contano. Poniamoci subito rimedio, disse l’allora segretario Alessandro Ramazza. L’ingordigia non ha pagato, e Ramazza è già un ex, immolato sull’altare della sconfitta la cui notizia sta facendo il giro del mondo. A Bologna sono piombati giornalisti anche dal Giappone. Guazzaloca, defenestrato dalla Camera di Commercio, non ha accettato di fare il presidente della Fiera, che è poi andata a Luca Cordero di Montezemolo. Con grande scandalo già allora, e con la prima crepa a sinistra, per opera di quell’Antonio La Forgia che ha poi lasciato la presidenza della Regione per seguire Romano Prodi, altro personaggio chiave sotto le due torri e al quale stanno fischiando sicuramente da giorni le orecchie. Meditava più in grande, il Guazza.

Tempo di faide e di dimissioni Ora son tutti a chiedersi come farà a cambiare l’amministrazione cittadina, fondata su apparati educati e strutturati da 54 anni monotematici. Tutti gli chiedono la lista degli assessori, ma lui, sornione, dice che ci vuol pensare bene. Silvia Bartolini, la sconfitta, aveva già scodellato fior di nomi come “consulenti” di spicco: c’erano Flavia Prodi, riservata dicono, ma comunque sempre presente, e Giuseppe Gervasio, a lungo presidente di Azione Cattolica. Il caso Gervasio ha provocato non poche polemiche e la Curia bolognese s’era trovata costretta a precisare di non essere in alcun modo implicata nell’operazione. Alla Silvia non sono bastati i nomi. Nel frattempo il city manager del Comune ha annunciato le dimissioni. Leva il disturbo, e dice che le aveva già firmate da 15 giorni, quelle dimissioni, ma non annunciate per non far danno in piena campagna elettorale.

Per capire che potrà succedere, conviene allora ancora meditare su quel che è successo nel capoluogo emiliano. Il vincitore non ha fatto crociate, ha addirittura evocato il sindaco simbolo del dopoguerra, il comunista Giuseppe Dozza, come esempio di persona al servizio di tutta la città. Scandalo, ha urlato il bottegone, come ti permetti di toccarcelo. Guazza ha tenuto le distanze dai partiti e ha cercato la gente agli angoli delle strade. La sua lista civica è stata la più votata, dopo quella dei diessini (cioè di quel che resta di loro). Quindi risalita dal basso, ma soprattutto – punto chiave a detta di molti – sconfitta del conformismo, il vero grande segreto di Bologna. Altro che progressismo, proletariato, servizi sociali e buon governo. La vittoria del fenomeno Guazzaloca il macellaio è allora forse già tutta nel primo turno, nell’aver agguantato il ballottaggio. Gli scettici hanno cominciato a ricredersi, e c’è voluto mezzo secolo. Adesso avrà vita dura, ma un po’ di respiro glielo concederanno le faide interne alla sinistra, appena cominciate. “Scorrerà il sangue”, commenta triste una diessina antiBartolini che aveva profetizzato la caduta. Via i vertici, in arrivo i commissari e la pulizia, mentre Renzo Imbeni, ex sindaco e, secondo molti, nume tutelare della Bartolini, cerca di sdrammatizzare: “Commissariamento? Ci vorrebbe il commissario Rex”.

Profezie pre-ballottaggio Il lavoro sarà duro, ma sarà altrettanto duro per chiunque porre condizioni all’uomo che ha sconfitto il conformismo bolognese. In un commento preballottaggio, Davide Rondoni, responsabile della Compagnia delle Opere di Bologna, segnalava che in Guazzaloca il tasso di sussidiarietà era certamente superiore a quello della rivale, paladina di una tradizione che il “più società, meno Stato” se l’era dimenticato da un pezzo. Potrebbe essere la chiave di volta, tutta da verificare, del cambiamento: non solo questioni di assessori e apparato da rivoluzionare, ma di idee, risorse, progetti che potrebbero ora risgusciare fuori, da fucine finora inascoltate o soffocate.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •