Blue Whale. «Gli adolescenti hanno bisogno di un’educazione alla violenza»

Una bufala divenuta psicosi. Cosa sappiamo del macabro gioco di cui si parla nelle cronache. E un’opinione controcorrente di Claudio Risé

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Blue Whale Challenge, «la bufala c’è; e “funziona” talmente bene da tendere a tramutarsi in realtà». Come scrive Umberto Folena su Avvenire, la leggenda ormai virale della balena blu che dalle profondità dei social network istigherebbe ragazzini e adolescenti a suicidarsi, si è aperta un varco nella rete e nell’immaginazione in alcuni di loro «innescando l’effetto Werther: se mi suicido secondo le modalità del gioco, avrò quella visibilità che nella vita non ho, e a cui aspiro». Una profezia che si autoadempie con la complicità di chi non vede l’ora di crederci e mette in atto una comportamenti che la realizzano, insomma, un meccanismo semplice e feroce che ha spinto la polizia di Stato in Italia a realizzare un vademecum per i genitori degli adolescenti per aprire un dialogo sul fenomeno che viaggia in rete e prestare attenzione ad alcuni segnali. Cosa c’è di vero in queste storie? Poco tempo fa ilpost.it ha ricostruito tutti i punti oscuri della vicenda. Il problema è che, come dice Avvenire, ora a furia di parlarne «la bufala è potente».

FENOMENO RUSSO. La “balena blu” (traduzione di “blue whale”) naviga infatti in acque italiane solo da pochi mesi ed è stata portata a galla da un recente servizio delle Iene e alcuni casi di cronaca che poco hanno a che fare con le leggende e molto con la moda delle sfide estreme online (dai selfie sui binari, a stendersi sull’asfalto aspettando le auto per alzarsi solo all’ultimo secondo, fino al cutting, tagliuzzarsi e veicolare le immagini in rete). Tutto ha inizio infatti in Russia, dove, ricordiamo, la percentuale di suicidi tra i 15 e i 19 anni è altissima (in media 1.500 all’anno, tre volte la media europea), quando il giornale Novaya Gazeta pubblica un’inchiesta sostenendo che le morti di 130 ragazzi registrate in pochi mesi tra il 2015 e il 2016 sono riconducibili a gruppi partecipati da adolescenti con pensieri suicidi nati su VKontakte (VK), un social network simile a Facebook molto diffuso in Russia, 80 dei quali direttamente collegati al Blue Whale.

BUFALA DIVENTA REALTÀ. Un gioco mortale che ha inizio con un contatto da parte di un “curatore” e che si avvale di 50 macabre regole: dalle incisioni col rasoio, al dolore autoinflitto, alla visione alle 4.20 di film dell’orrore, il tutto documentato con invio di foto al curatore che il 26esimo giorno comunicherà al concorrente del Blue Whale la data in cui dovrà morire. Un’escalation di assurdità che il 50esimo giorno dovrebbe portare un ragazzino sulla cima di un palazzo, e da qui saltare giù, spiaggiandosi a terra ripreso da un complice col telefonino. A dare corpo alla leggenda l’11 maggio viene arrestato a San Pietroburgo Philipp Budeikin, 21 enne, studente di psicologia accusato di istigazione al suicidio di 16 adolescenti e di aver partecipato alla diffusione del fenomeno Blue Whale. «Ci sono le persone e gli scarti biologici – pare abbia spiegato spiegato Budeikin –. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società». Insomma le persone che avesser creduto alla bufala, «un “purificatore” della società, sic. Chiaro il meccanismo? La bufala diventa realtà», nota ancora Folena.

SEGNALAZIONI. In Russia il Blue Whale ha trovato il suo simbolo nel suicidio di una sedicenne, Irina Palenkova, che proprio su Vk, nel gruppo “f57”, aveva documentato la sua fine. Su Instagram si legge che «i post recenti di #f57 (secondo le presunte regole del gioco il primo step sarebbe proprio incedersi sulla mano con il rasoio “f57” e inviare una foto al curatore, ndr) al momento sono nascosti perché la comunità ha segnalato alcuni contenuti che potrebbero non rispettare le linee guida», ma in Italia le autorità invitano i genitori a prestare massima attenzione a chi potrebbe avere abboccato alla psicosi. Le Iene hanno collegato al Blue Whale il suicidio di un ragazzo di 16 anni, che si è gettato da un grattacielo all’inizio di marzo a Livorno, dopo che un compagno di classe aveva raccontato della sua partecipazione a un qualche tipo di sfida online e dei suoi comportamenti insoliti.
Da allora non c’è giorno che non scattino le segnalazioni in tutta Italia: solo nelle ultime ore i giornali hanno parlato di una diciassettenne di Cosenza, una tredicenne friulana, una quindicenne di Fiumicino, una quattordicenne di Ravenna e, soprattutto, di un dodicenne straniero che in provincia di Venezia sarebbe stato “salvato” dopo aver già superato dieci delle 50 prove grazie alla segnalazione di un genitore, l’intervento dell’Istituto che ha avvisato i servizi sociali del Comune e l’arrivo dei carabinieri (in realtà non sarebbero state riscontrate “incisioni” dai medici sul corpo del bambino).

CURA O CURATORE. Psicosi, bufala, fake news, comunque e in qualunque abisso sia nata, Blue Whale ha assunto i contorni della profezia che si autoadempie e porta alla luce un messaggio chiarissimo. «Il fatto che un cinquantennio di educazione antiautoritaria e liberale si concluda con un curatore (o tutore) misterioso che ti impartisce istruzioni per progressivamente distruggerti e poi ammazzarti, cui obbedisci senza fiatare, ci insegna molte cose. Le prima è che i ragazzi hanno bisogno di cura, altrimenti si cercano il curatore», scrive Claudio Risé in prima pagina sul Giornale. «Nessuno può vivere senza regole, soprattutto gli adolescenti. La personalità, per formarsi, ha bisogno di un contenitore, un sistema di regole. Senza di esse non avrà identità, si sentirà “nessuno”, spazzatura sociale (come definisce le sue vittime l’iniziatore di Blue Whale) e diventerà vittima di chi voglia essere il suo carnefice». La seconda è che oltre che di regole, gli adolescenti hanno bisogno anche di «un’educazione alla violenza. Se nessuno gliela spiega, mostrandogliela in qualche modo, questa diventa un tabù, il cui fascino e potere (come insegnano antropologia e storia delle religioni) diventa invincibile». Risé ricorda la crescita degli amanti del cutting, dei ragazzi che osano un passo verso la distruzione pur di rompere il benessere anestetizzato in cui sono stati immersi da una società ossessionata dall’annientamento di tutto ciò che è dolore e violenza, «non incontrando né dolore né violenza, di cui non si può neppure parlare, non si prova spesso alcun piacere. Per riconoscerlo, dobbiamo fare anche l’esperienza del suo fratello negativo, il male». È quello che i ragazzini (ma anche le ragazzine, con i loro giochi crudeli) hanno sempre saputo, pestandosi più o meno duramente appena potevano, afferma Risé, prima che tutto sprofondasse nell’attuale bullismo transgenere. «L’educazione, vera, è iniziazione alla vita integrale: piacere e dolore, corpo e spirito, vita e morte. Se togliamo il dolore, lo spirito e la morte, anche il piacere svanisce, e la vita diventa incomprensibile. E ci si uccide. Per fretta di godere e devozione al politically correct, abbiamo semplificato in po’ troppo». Urge cambiare strada.

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