Verso una meta certa

Tratto dal n.16/2012 di Tempi

 

Domenica 15 aprile. Che buon odore di pioggia e di terra bagnata c’è fuori. Mi fa venire voglia di uscire e camminare, camminare tanto, come se le gambe volessero scrollarsi l’inverno di dosso. Come vorrei stamattina tornare a Santiago, sul Camino Inglés – Pasqua di due anni fa. Camminare ore e ore, in silenzio, marciando verso una precisa meta. Cercando a ogni cantone il sigillo della conchiglia. O, nella piazza solitaria di un borgo, un cruzeiro: croce di pietra che regge da un lato Cristo, e dall’altro una Madonna. Si partiva prima dell’alba, quando le strade dei paesi erano buie e deserte, e dai giardini certi alberi sporgevano sopra di noi i rami ancora spogli, come braccia che volessero trattenerci. Ma noi, recitato il Mattutino, si andava, silenziosi, insieme. Nell’alba l’oscurità trascolorava e si delineava, chiara, la linea dell’orizzonte – a dividere una volta la terra dal cielo. Era bello vedere luci domestiche accendersi dietro alle finestre, e ascoltare, passando, voci di donne, strilli di bambini, e l’abbaiare dei cani nei cortili.

Bello intercettare i raggi obliqui del primo sole; ma anche bella la pioggia che ci sferzava la faccia e scivolava sulle cerate, lucide sulle nostre schiene nella marcia un po’ incurvate. Era bello, essere pellegrini. Sui sentieri nel bosco il fango ci impegolava, ai guadi dei ruscelli qualcuno scivolava; ed era come tornare bambini, quando si gioca a sguazzare nelle pozzanghere. E poi dopo un po’ i nostri passi farsi cadenzati e uguali, quasi le gambe andassero per conto loro, senza più bisogno pensarci. Sentire accumularsi nei piedi i chilometri, certi però di poterne fare molti, adagio, ancora. Nei bar di sperduti paesi il caffè bollente, e sulle soglie delle case il saluto dei vecchi, che uscivano a guardarci passare. Di nuovo bosco e prati, di quel verde sorgivo che si vede solo ad aprile; e, nella lentezza del cammino, osservare ogni cespuglio di rose selvatiche, ogni cippo di confine (quante cose non vediamo mai, correndo sulle autostrade). In mezzo alla macchia annusare profondamente: profumo di menta? Di fiori di tiglio? O solo di terra bagnata, dolce come un grembo materno.

E la bella stanchezza, la sera, e addormentarsi di colpo: come se quel camminare ostinato avesse rasi al suolo i pensieri inutili, e quella generale sfiducia nella vita e in Dio, che chiamiamo ansia. Era bello, essere pellegrini. Arrivare infine una mattina presto a Santiago, e intravedere da lontano la cattedrale, mentre altri, tanti, da altri sentieri convergevano, e ci si affiancavano – come un popolo in cammino. Le pietre della cattedrale su cui il muschio si è aggrappato, come a volerla assimilare alla terra, alla roccia. Le porte spalancate, ad accogliere chi viene da lontano. Era bello, essere pellegrini. Camminare, intenti, insieme, su sentieri nei secoli calpestati da chi ci ha preceduto, verso una medesima meta. Non andando nel caso o nel capriccio, ma certi della direzione, e non soli. Era, ecco, come un fare, tra tutte, la cosa più vera.

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