Quel giorno li ritroverò. Noi donne e i nostri figli non nati

gravidanza-donna-shutterstock_155821295Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Una collega mi ha mandato un sms: ha perso il bambino che aspettava, al terzo mese di gravidanza. Ho capito perché me lo diceva in modo così sommesso, silenzioso, con un sms: perdere ai primi mesi un figlio, è un dolore segreto e non sempre compreso da chi ti è vicino. Ti dicono: coraggio, su, ne arriverà un altro. Ma tu sai che sì, forse ne verrà altro, ma non sarà più “quel” bambino. Quel bambino, che fra te già chiamavi per nome. Sono cose che raramente gli uomini capiscono fino in fondo. Sono viscerali dolori di donne.

Anche a me è successo, di perdere ai primi mesi un bambino. Mi è successo anzi due volte. La prima è stata una corsa all’ospedale, un evento traumatico che però almeno si vedeva, era comprensibile agli altri. Per l’altro, invece, è stato un andarsene silenzioso. Appena due giorni prima, una precoce ecografia mi aveva fatto sentire il battito del cuore. Una notte mi sono svegliata con addosso un indecifrabile ma acuto dolore – non fisico, un dolore come un lutto.

Mi sono messa a piangere senza sapere perché. Ma poi ho capito che piangevo perché mi sentivo abbandonata: il bambino, ne ero certa, era morto. «Il bambino, ho perso il bambino», ho detto a mio marito svegliato nel pieno del sonno, frastornato. E lui, razionale come lo sono gli uomini: «Dormi, hai fatto solo un brutto sogno». Il mattino dopo sono tornata dal medico, e anche lui dapprima ha sorriso. Ho insistito per una nuova ecografia. E davvero il battito del bambino non c’era più, c’era solo silenzio.

Io non so come sia stato possibile, che mi sia accorta che se ne era andato. Mi hanno detto: il tuo corpo ha avvertito il crollo ormonale. Possibile, ma sul fatto che quel dolore fosse spiegabile semplicemente con la chimica conservo i miei dubbi. Mi pare un modo appunto “maschile”, e un po’ corto, di guardare alla realtà. Come se ogni cosa fosse riducibile a una formula.

Ho di quel dolore un ricordo acuto. E, anche, il ricordo di una solitudine. Via, mi ripetevano tutti, sei giovane, presto ne verrà un altro. E in effetti, così è stato. Eppure se penso a quella notte, e anche all’altro perduto, ancora mi incupisco. Perché non erano un niente, quei figli grandi appena due millimetri. Anche i tre che ho avuto sono stati, un giorno, grandi due millimetri. E dunque già in quel microcosmo erano loro, i loro occhi, i loro capelli, il disegno già meticolosamente tracciato. («Quando ti intessevo nel seno di tua madre, Io ti conoscevo», recita un salmo). Erano unici, erano figli; e se ne sono andati.

Non trovo altre parole per la mia collega, che quelle che da anni ripeto a me stessa. Non trovo altro che dirmi che li ritroverò, quel giorno, e li prenderò fra le braccia, e sarò di nuovo giovane, e loro bambini. Non c’è un altro paradiso che mi interessi. E se ce n’è un altro, non lo voglio. Se non è questo il paradiso, che me ne importa? Ma io in fondo so, con una certezza radicale e ostinata che mi meraviglia, che riabbraccerò quei due – che già chiamavo per nome.


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