Perché mi conviene ”convertirmi” in un bambino

Nicodemo disegnato da Federico Barocci
Disegno preparatorio di Federico Barocci per Nicodemo

Articolo tratto dal numero di aprile 2021 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Essere bambini davanti a Dio. I teologi definiscono quest’atteggiamento «infanzia spirituale» e quasi tutti i santi l’hanno assunto. C’è un perché. Non si tratta di una maniera vezzosa di rivolgersi a Dio ma identificarsi con Gesù, il Figlio, e un figlio è sempre piccolo davanti a suo padre. Anche James Bond o Sandokan davanti al proprio padre non possono assumere atteggiamenti da eroi, farebbero solo ridere. Di fronte al proprio padre e alla madre si è sempre piccoli anche se non si “bambineggia” più.

Credo che questo sia il motivo di fondo delle parole di Gesù: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli». (Matteo 18). Diventare come bambini non è un optional: è necessario per entrare nel regno dei cieli, dice Gesù, che chiama il Padre “papà”, Abbà.

Siamo figli piccoli di Dio. Il bambino sa di non essere autonomo, che dipende dai genitori, e non si irrita per questo: lo trova naturale. Per il bambino è spontaneo sentirsi figlio. Identificarsi con Gesù significa identificarsi col Figlio sentendosi dipendenti dal Padre e desiderosi di fare la Sua volontà.

Se il bambino combina un guaio, piange e si fa consolare proprio da chi dovrebbe rimproverarlo. Così fa il cristiano, consapevole che la bontà di Dio ha braccia ospitali. Allo stesso modo il bambino cerca la madre sapendo che in lei, in Maria, trova comprensione e perfino complicità.

Il bambino è amico di tutti e non soffre di pregiudizi. Tutti, se vogliono, diventano amici suoi. Se subisce una contrarietà piange ma presto torna a sorridere se chi lo consola gli sorride; il bambino sa di non essere bravo e non si affligge se non riesce a fare qualcosa ma chiede aiuto e riprova.

Il bambino accetta le verità di fede senza spirito critico, sa meravigliarsi: non a caso i bambini ci sorprendono quando fanno i “teologi”. Il bambino non perde la speranza di poter migliorare, trova logico che ogni giorno può fare di più e meglio. Il bambino cerca ciò di cui ha desiderio ma non possiede nulla. È “povero” nel senso che tutto è di suo padre e come povero merita il Regno di Dio (Luca 6).

«“Mettete” in un bambino “così” molta grazia di Dio, il desiderio di fare la sua Volontà (di Dio), molto amore per Gesù, tutta la scienza umana che le sue capacità gli permettono di acquistare… e avrete il ritratto del carattere degli apostoli d’oggi, così come senza dubbio li vuole Dio», san Josemaría, Cammino 857. Il bambino non sta a prevedere le contrarietà, procede e basta… Mi conviene “convertirmi” in un bambino…

@PippoCorigliano

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