Perché Beppe Sala e Virginia Raggi sono più simili di quanto sembri

Beppe Sala, sindaco di Milano, con Virginia Raggi, sindaco di Roma

Ringraziamo Matteo Forte, consigliere comunale milanese d’opposizione, che ci ha aiutato a capire che cosa hanno in comune due sindaci apparentemente agli antipodi come Beppe Sala e Virginia Raggi e i partiti che li sostengono, cioè il Partito democratico e il Movimento 5 stelle. Più di Mario Monti e dei mandarini di Bruxelles che a parole snobbano (il primo) o esecrano (la seconda), i sindaci di Milano e di Roma sono gli apripista della tecnocrazia che prende il posto della politica.

Forte li accomuna sotto l’etichetta di “tecnopopulisti”, inaugurata dal politologo Lorenzo Castellani, direttore della Fondazione Luigi Einaudi. Faccio un po’ fatica a considerare populista il Beppe Sala eletto sindaco dai milanesi della cerchia dei Bastioni, l’equivalente meneghino dei bo-bo di David Brooks, ovvero i borghesi di sinistra discendenti diretti di Camilla Cederna, Inge Feltrinelli e Giulia Maria Crespi, che nel tempo sono diventati molto meno rossi e molto più verdi (fuori dalla cerchia dei Bastioni vivono solo nella colonia del Bosco Verticale di Stefano Boeri e in altri palazzi eco-compatibili di Porta Nuova). Ma sulla loro subalternità ai tecnici di ogni genere, con una spiccata predilezione per la tecnica giuridica, non ci piove.

ETEROGENESI DEI FINI

Come ha scritto Lorenzo Castellani, «se si guarda agli assessori del sindaco Raggi non c’è traccia di politica pratica, non c’è un assessore eletto come consigliere comunale, i profili scelti sono quelli di alti burocrati, magistrati, accademici e professionisti mai avvistati in nessun meet-up grillino. (…) Virginia Raggi è un sindaco circondato esclusivamente da tecnocrati». A Milano invece il sindaco si muove solo dietro il via libera dell’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone e del Comitato per la legalità, la trasparenza e l’efficienza amministrativa presieduto da Gherardo Colombo, nomina un capo dei vigili organico ai magistrati star della procura di Milano e si autosospende se parte un’indagine sulla sua persona.

Per quale eterogenesi dei fini il populismo dei Cinque stelle, che pretende di incarnare la rivincita della democrazia diretta per il tramite del web sulla democrazia rappresentativa dei partiti politici, produca invece il trionfo della tecnocrazia lo spiega Castellani: fatta fuori la vecchia classe dei professionisti della politica, i grillini non hanno personale qualificato per assumersi gli onerosi e complicati compiti dell’amministrazione pubblica, giocoforza sono costretti ad affidarsi ai tecnici.

IL TECNOPOPULISMO

In cosa consista invece il tecnopopulismo di Beppe Sala lo spiega Matteo Forte: «Tecnopopulismo è proprio l’assenza di responsabilità politica nelle scelte. Il tecnopopulista non risponde politicamente delle sue scelte, applica delle procedure, delle sentenze, delle tecniche imposte da autorità esterne. Questo per quanto riguarda il “tecno”. “Populista” perché in fondo condivide con l’antipolitica l’idea che le assemblee rappresentative, i partiti, i dibattiti politici sono inutili liturgie che fanno perdere di vista l’efficienza, il “fare” nel senso brutalmente pragmatico del termine. Il governo della cosa pubblica come problem solving. Non esistono più destra e sinistra, non esistono più differenze culturali, esiste il fare. Riaffermare il primato della politica è una perdita di tempo».

Non è una novità dei nostri giorni, le parole di Forte fanno venire in mente il Fronte dell’Uomo Qualunque che alle prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana nel 1946 raccolse oltre 1 milione di voti e il cui leader Guglielmo Giannini affermava: «Per governare basta un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre. E non sia rieleggibile per nessuna ragione». Antesignano delle tecnocrazie palesi o striscianti odierne, il Fronte dell’Uomo Qualunque concepiva uno Stato non di natura politica, ma semplicemente amministrativa, senza alcuna base ideologica: uno stato tecnico.

DAL LIBERALISMO AL COMUNISMO

Ma l’idea della spoliticizzazione della vita umana e della metamorfosi dei problemi politici in problemi puramente tecnici è sorta ben prima del qualunquismo, dei Cinque stelle e dell’imprenditore sindaco Beppe Sala che alla prospettiva di stabilire per legge la chiusura domenicale dei negozi sbotta «non rompeteci le palle», segno evidente che l’orizzonte ultimo del suo agire amministrativo è favorire il parossismo del ciclo produzione-consumo. È stato Friederich Engels a scrivere 140 anni fa nel suo Anti-Dühring che con la fine dei rapporti di dominio fra le classi lo Stato si estinguerà e la politica sarà sostituita dalla «amministrazione delle cose». Dopo di lui Vladimir Lenin, in Stato e rivoluzione, scrive che sotto il comunismo l’amministrazione dello Stato sarà talmente semplice da poter essere affidata anche a un’aiuto-cuoca.

Prima di loro ad auspicare la ritirata della politica dalla vita dei cittadini erano stati i liberali: per John Locke l’unico compito dello Stato è quello di garantire la proprietà privata, che permette a ogni cittadino di perseguire i suoi scopi privati senza interferenze da parte dello Stato. E dopo di lui Benjamin Constant distingue la libertà degli antichi dalla libertà dei moderni per sottolineare che la prima consisteva nel partecipare alla vita pubblica, mentre la seconda consiste nella libertà individuale di perseguire scopi privati.

MA QUALE NEUTRALITÀ

Il risultato di tutte queste belle teorie è che oggi la politica coi suoi conflitti, mediazioni e decisioni è sì sul viale del tramonto, ma solo per essere sostituita da tecnocrazie che poco hanno a che fare con la mera “amministrazione delle cose”. Non siamo più nelle mani di partiti servi dei capitalisti o di politici al servizio della rivoluzione comunista, ma siamo caduti nelle mani di pubblici ministeri, giudici, magistrati, burocrati nazionali e sovranazionali, finanzieri globali, ceto dirigente di innumerevoli authority, autorità di autoregolamentazione, commissioni disciplinari, comitati etici.

Tutti tecnici che non sono affatto neutrali. Non lo sono, come scrive Castellani a proposito di Roma, per ragioni di bottega: «Si evidenzia, dunque, un rischio legato all’affermazione populista e alla sua colonizzazione da parte degli interessi costituiti, di cui è spesso espressione la tecnocrazia, che è quello di avere le urne piene, ma il governo vuoto. Con una classe politica inesperta ed inadeguata sostituita da tecnici solo formalmente neutrali, ma nella realtà legati al precedente sistema di potere». Oppure non lo sono per ragioni ideologiche, come nel caso di giudici e magistrati che sentenziano, contro la legge vigente e contro le leggi della biologia, che un bambino è figlio di due maschi o di due femmine, e come tale va registrato; o come i giudici della Corte costituzionale che mutilano e sovvertono le leggi approvate dal Parlamento con motivazioni assolutamente pretestuose, come la sentenza con cui è stata sdoganata la fecondazione assistita eterologa che era proibita dalla legge 40; o intimidiscono il Parlamento minacciando di intervenire se entro un anno non approverà una legge che autorizzi il suicidio assistito.

Si noti come in questi ed altri casi quei tecnici che sono i giudici e i magistrati agiscono in realtà come avanguardie del pensiero individualista radicale. Come il partito comunista si concepiva ed agiva come avanguardia del proletariato, di cui interpretava gli interessi più veri anche quando il proletariato stesso non ne aveva coscienza, così oggi i giudici della Corte costituzionale e quelli delle Corti d’appello che ordinano la soppressione delle Eluane Englaro agiscono come avanguardia dell’autodeterminazione degli individui, sovvertendo carte costituzionali, leggi e codici che sono stati votati da parlamenti e assemblee costituenti nell’ottica della solidarietà sociale, dell’indisponibilità di alcuni beni, dell’interesse collettivo superiore a quello individuale, eccetera.

PUBBLICO E PRIVATO

Tuttavia bisogna notare un altro paradosso del tecnopopulismo e più in generale dell’egemonia liberaldemocratica odierna: mentre le decisioni intorno all’economia e alla gestione della cosa pubblica vengono progressivamente de-politicizzate, affidate a tecnici ed esperti, la vita privata viene pervasivamente politicizzata. Ogni giorno appaiono leggi, regolamenti e sentenze giudiziarie che stabiliscono quali vocaboli e desinenze possiamo usare per parlare nella vita quotidiana e a quali dobbiamo rinunciare, come dobbiamo educare i nostri figli e quali valori debbano insegnare le scuole nelle quali li mandiamo, come debbano essere suddivisi i compiti e come debbano essere i rapporti all’interno di una famiglia, cosa dobbiamo e cosa non possiamo mangiare e bere, quali regole debba seguire il corteggiamento fra uomo e donna, cosa dobbiamo pensare in materia di sesso, genere, omosessualità, contraccezione, aborto, eccetera per non essere sanzionati.

A Milano questa tendenza è plasticamente illustrata dalle pareti della fermata di Porta Venezia della metropolitana, permanentemente dipinte coi colori della bandiera arcobaleno che celebrano le rivendicazioni del movimento Lgbt. Come i cittadini cecoslovacchi al tempo della Cortina di ferro erano costretti a leggere un cartello con la scritta “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” nel negozio del fruttivendolo da cui si recavano per fare la spesa, così oggi i cittadini milanesi sono costretti a prendere coscienza delle rivendicazioni gay ogni volta che salgono su di un treno della linea rossa della metropolitana. E come i cittadini cecoslovacchi e il loro verduraio evocati da Vaclav Havel, non possono dare segni di insofferenza di fronte alla propaganda ideologica imposta dall’ente pubblico, perché sarebbero immediatamente emarginati dal consesso civile in quanto “omofobi” (ma andrebbe bene anche la formula “elementi antisociali”, che si usava coi dissidenti nei paesi del socialismo reale). A Roma il politicamente corretto funziona in negativo: è il sindaco Virginia Raggi a provvedere a far rimuovere i cartelloni pubblicitari che non si conformano all’ideologia dominante.

Questa duplice tendenza – spoliticizzazione dell’economia e delle decisioni intorno alla cosa pubblica, politicizzazione della vita privata – ha certamente anche a che fare con l’estrazione sociale dei nuovi governanti e amministratori: non sono politici di professione (nel senso nobile, weberiano del termine), vengono dall’imprenditoria e dalle professioni, da quelle che Locke e Constant consideravano le attività private per fini individuali. Poiché conoscono bene solo la vita privata, politicizzano quella; mentre accettano la subalternità ai tecnici per quanto riguarda la politica vera e propria.

Foto Ansa

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