Ogni tanto, filtra un po’ di luce anche nei depressi, cinici, autodistruttivi Radiohead

La musica è una cosa viva, non è mai uguale a sé stessa. Come la donna che ami, la strada in mezzo alle colline e il vicino che ti saluta sull’uscio, la mattina, appena uscito di casa. Perché c’è la luce che illumina i palazzi, le facce, la vita. Ed è per questo che accade che ti innamori di una canzone, di un album, di un’artista che avevi già accantonato. E’ una questione di luce: cattura in modo imprevisto il tuo sguardo e lo posa su ciò che avevi dimenticato. Novembre ci ha regalato qualche giorno di luce, luce delle migliori: tiepida, discreta e che dispone l’animo alla tristezza, in placida attesa. Sarà per questo che ho riscoperto “The King of Limbs” ad un anno ormai dalla sua pubblicazione.

Il “re dei rami”, l’ultimo lavoro dei Radiohead, protagonisti indiscussi del rock a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. L’avevo già catalogato come un lavoro minore, non un passaggio a vuoto, ma giù di lì. Invece “The King of Limbs” è un ascolto perfetto per queste giornate che preparano l’inverno. Questo disco non è un capolavoro. Non è un must, non è monumentale, è un piccolo lavoro, uno scrigno ben lavorato pieno di pietre preziose con delle gemme degne del canzoniere dei “nostri”. Occorre corteggiarlo e alla fine riesce a possederti.

L’album cresce in 8 pezzi in cui la sesta traccia “Codex” fa da spartiacque. La svolta elettronica dei Radiohead dai tempi di “Kid A” diventa sempre più matura e assume sfumature nuove, più intimistiche. Ma d’altronde i Radiohead ci hanno abituato: hanno bisogno di ricercare, e noi con loro. E’ questa capacità di cambiare che li rende sempre nuovi, mai scontanti e che probabilmente li tiene a galla, lontani dallo scivolare nella caricatura di sé stessi, rischio sperimentato da molte delle più grandi band del rock. Bloom è un cuore che pulsa di vita nella terra umida. Un corpo ancora informe, come una massa di pietra enorme che aspetta ancora di essere scolpita, ma che ha già in sé la magia. Il mistero del seme, che cova discreto nel sotto bosco assume il ritmo incalzante di Morning MrPie e le  chitarre appena accennate di Little by Little. In Lotus Flower le geometrie sono ormai mature, delineate. Ma manca ancora qualcosa. La splendida architettura sonora di Lotus ha bisogno di vita.Ecco che con Codex filtra la luce che rinvigorisce le foglie. Si accende la luce, la grazia. È lo spettacolo della natura. Su quei tasti Thom ci lascia le dita, il cuore e noi con lui. Tutto quello che sembrava scienza, freddo calcolo, d’improvviso diventa struggente stupore. Grazie Radiohead per questo pezzo. Give up the ghost è un dolce bacio che non abbandoneresti mai più. E’ sempre uguale ma non smetteresti mai di ascoltarla. Drammatica questa canzone.

Ma la novità secondo me è nell’ultima traccia: Separator. I depressi, cinici, autodistruttivi Radiohead ci lasciano con un pezzo carico di speranza. Un amore spezzato probabilmente, un lungo e faticoso sogno, ma :“voglio rituffarmi e se pensi che sia finita hai torto”. E la luce, sempre lei, filtra in mezzo a questo sottobosco di elettronica. C’è l’ordine, il mistero dell’assoluto che entra nel quotidiano. Ascoltate quest’ultima traccia provando a pensare ad una giornata abituale: si esce di casa con i nostri pensieri, i nostri progetti, le nostre pratiche da sbrigare: la quotidianità, quella che a volte ci spezza con quel ritmo incalzante, sempre uguale. In questa apparente banalità il pezzo piano piano si arricchisce fino alla scoperta di quel riff leggero che riconcilia con il tutto. Quell’anelito di libertà che finalmente spicca il volo, a lungo impigliato tra i rami.

Questo disco è una piccola cosa e spesso come tante altre piccole cose ha bisogno della luce di Novembre per svelarsi, lontana dai riflettori perché sono“le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre” (Pierpaolo Pasolini).

Video: Codex

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