Nemmeno un grazie a Andreotti e Martelli, i soli che tentarono di salvare Falcone

Ritratto di Giovanni Falcone
Ritratto di Giovanni Falcone appeso in piazza Municipio a Napoli per il 30esimo anniversario della sua uccisione, 23 maggio 2022 (foto Ansa)

Sulla Zuppa di Porro si scrive: «E se gli americani non fossero più così convinti di aiutare l’Ucraina in chiave anti russa? La guerra esplosa ad Est, vista dagli Stati Uniti, è decisamente lontana. Non fa lo stesso effetto che sugli europei, i quali si trovano le bombe a pochi passi dai propri confini. E così, dopo un primo periodo di sostegno alla strategia di Joe Biden per Kiev, secondo i sondaggi ora i cittadini statunitensi avrebbero raffreddato i loro sentimenti. Impauriti dagli effetti che può avere l’inflazione sull’economia a stelle e strisce».

Al vecchio idealismo dei democratici americani è subentrato l’idealismo opportunistico di Barack Obama e delle sue guerre gestite “behind” che tanti guasti hanno prodotto in Nord Africa e Medio Oriente, modello che ripetuto in Ucraina provocherà nuovi problemi – come ha fatto capire persino il segretario al Tesoro Janet Yellen – anche al popolo americano.

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Su Strisciarossa Andrea Aloi scrive: «Non c’è più tempo o forse è questo nostro tempo cieco che tira la cima di tutti i tempi verso il buco nero della catastrofe. Escalation? Militari Usa in arrivo all’ambasciata americana di Kiev? E che altro serve per capire e avere solida paura?».

È stato giusto colpire i russi con sanzioni, è stato giusto dare armi agli ucraini per difendersi, ma l’escalation nelle armi e nelle sanzioni richiede una riflessione politica consapevole che non ci pare di cogliere in tanti ambienti occidentali.

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Su Dagospia si riprende un articolo dal Daily Mail nel quale si scrive: «Henry Kissinger al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, ha affermato che l’Occidente dovrebbe smettere di cercare di infliggere una sconfitta schiacciante alla Russia. Secondo l’ex segretario di Stato americano 98enne, l’Ucraina dovrebbe rinunciare al territorio e dovrebbe avviare i negoziati “prima di creare sconvolgimenti e tensioni che non saranno facilmente superate”».

Il quasi centenario Kissinger è ancora uno dei più lucidi analisti di politica estera in circolazione, mentre il quasi ottantenne Joe Biden appare un presidente molto affaticato, più impegnato nella retorica che nell’analisi.

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Su Huffington Post Italia si scrive: «La revoca delle sanzioni in cambio del grano. Mosca propone lo scambio per sbloccare le esportazioni ed evitare la crisi alimentare globale. “La Russia così ricatta il mondo”, scrive su Twitter il capo della diplomazia ucraina Dmytro Kuleba».

Mentre moralmente non si può non comprendere la protesta di una Kiev aggredita dai russi, politicamente non si può non considerare che cosa una cieca escalation in armi e sanzioni contro i russi non possa non provocare.

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Su Startmag Francesco Damato scrive: «Nessuno, dico nessuno, si è ricordato nei discorsi commemorativi, neppure il presidente della Repubblica, di spendere una parola di ringraziamento, riconoscimento o quant’altro al governo che ne seppe valutare le qualità e, avvertendo lo stato di pericoloso isolamento in cui i colleghi lo avevano messo a Palermo, chiamò Falcone a Roma. Dove gli consentì di continuare la sua lotta alla mafia dalla postazione di direttore generale degli affari penali del ministero della Giustizia: purtroppo senza riuscire a salvargli la vita, perché la mafia lo eliminò ugualmente, e nel modo più spettacolare e sfrontato possibile. Quel governo era presieduto da Giulio Andreotti ed aveva come guardasigilli Claudio Martelli: entrambi oggi praticamente innominabili come, rispettivamente, un mafioso salvato in vita dalla prescrizione in tribunale e un avanzo del craxismo inteso come fenomeno delinquenziale».

Dal 1992 in Italia con l’ampio arco che allora si formò dal Secolo d’Italia al Corriere della Sera alla Repubblica all’Unità, è nato “il giornalista collettivo” che privilegia la retorica del pensiero unico all’analisi proposta da quello critico (che non può non essere che articolato in opinioni diverse).

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Su Affaritaliani si scrive: «Maria Stella Gelmini pensa al clamoroso addio a Forza Italia. La ministra degli Affari regionali dopo l’intervista in cui ha puntato il dito contro Berlusconi, reo di aver difeso Putin e la Russia, ha scatenato l’ira del partito».

Dopo Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Angelino Alfano, Beatrice Lorenzin e tanti altri, anche la Gelmini si prepara a rompere con Silvio Berlusconi. La corte che il giornalismo main stream fa a chi abbandona Berlusconi è una tentazione alla quale non è facile resistere. Bisognerebbe però riflettere sugli spazi che una scelta come questa riesce a determinare. Nell’area moderata conservatrice (che ancora oggi è sostanzialmente maggioritaria al netto degli intrighi) dell’Italia, è forte la convinzione che il fondatore di Forza Italia pur con tutti i suoi difetti sia la principale garanzia per difendere margini decenti di libertà.

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Sul Post si scrive: «Nel motivare la sua dichiarazione, Erdogan ha duramente criticato Mitsotakis accusandolo di aver chiesto al governo statunitense di fermare la vendita di alcuni aerei da guerra F-16 alla Turchia; ma ha anche accusato il governo greco di aver dato rifugio a diversi esponenti dell’organizzazione politica di Fethullah Gülen, che il presidente turco considera responsabile del progetto di colpo di Stato ai suoi danni avvenuto nel luglio del 2016».

La Casa Bianca si dovrebbe rendere conto che, se invece di costruire equilibri internazionali che contengano le crisi, si punta a escalation che alimentano il disordine globale, le conseguenze si misureranno in ogni angolo del pianeta.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Luca Volontè scrive: «La Croazia, con il presidente Zoran Milanovic, dal 19 maggio sta “bombardando” la Bosnia con parole incendiarie. Dapprima ha dichiarato il proprio veto rispetto all’entrata di Svezia e Finlandia nella Nato, accusando i due paesi scandinavi di promuovere sentimenti contrari alle comunità croate in Bosnia ed Erzegovina; poi ha auspicato l’approvazione di una “dichiarazione di indipendenza” di tali comunità dalla Bosnia e un pronto ricongiungimento con la madrepatria; infine, il 24 maggio, ha dichiarato apertamente il possibile scoppio di un conflitto armato in Bosnia. Ulteriore segnale inviato da Zagabria a Sarajevo è la scelta del governo croato di individuare, proprio ai confini con la Bosnia, un grande sito di raccolta e stoccaggio di materiali radioattivi».

Ecco un altro frutto del disordine globale che si genera con escalation fuori controllo.

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