«Ma gliel’hanno detto che Gesù è risorto?»

La Resurrezione di Andrea Mantegna

Articolo tratto dal numero di febbraio 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Per me gli anni passati sono abbastanza per fare un bilancio e la domanda che mi pongo è come sarebbe stata la mia vita se non avessi detto sì al Signore, se non avessi abbracciato con totale dedizione il cristianesimo (salvo un carico di lacune e tradimenti pratici). La domanda è: perché non si capisce immediatamente che la vita di un cristiano è di gran lunga più felice di quella di una persona che ignora Dio?

Credo sia facile capire che la vita senza Dio è infelice. Resto in balìa di me stesso, dei miei stati d’animo, del mio egoismo. La frase di sant’Agostino rimane come simbolo:

«Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

Certo, si può obiettare che chi sa amare vive uno stato di grazia. Papa Benedetto nella Spe Salvi giunge a scrivere questa frase:

«Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di redenzione».

La parola redenzione in bocca a Ratzinger ha un valore chiaro: un rapporto immediato e filiale con Dio. La conclusione è che chi ama lascia che la forza di Dio operi in lui, sia che faccia professione di fede cristiana sia che non la faccia. San Paolo è così esplicito da arrivare a dire che la fede senza l’amore è morta. Resta comunque la conclusione che chi resta in balìa di se stesso naviga in cattive acque.

Perché allora la felicità di chi crede in Dio non è sempre evidente? Una bambina, all’uscita di una chiesa dove aveva visto tutti seri, chiese alla mamma: «Ma gliel’hanno detto che Gesù è risorto?».

Nietzsche da parte sua diceva:

«Crederò nel Salvatore quando vedrò i cristiani con la faccia dei salvati».

Credo che occorra superare l’idea che per aderire alla chiamata di Gesù basti un generico “sì, scelgo la casacca del cristiano”. Il rapporto con Dio non è una casacca, un club o un partito. Il rapporto con Dio deve essere stretto. Più stretto è, meglio è.

Un faro sono i mistici. Santa Caterina che firma le sue lettere con «Gesù dolce, Gesù amore». Santa Teresa d’Avila imprenditrice del suo ordine e poetessa: «Muero porque no muero». San Francesco che nel Cantico delle creature spalanca il nostro cuore. Questo è il mio punto d’arrivo e ci arriverò solo se lascio operare la grazia di Dio in me, senza mettere ostacoli. Un continuo alimento spirituale attraverso i sacramenti e la preghiera, evitando l’unica cosa che so fare da me: mettere barriere fra me e Dio.

@PippoCorigliano

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