“Ma come faccio a non sperare?” Tutto il bello dell’ultimo film di Checco Zalone

“No, io non vado a vedere Checco Zalone come fanno tutti. Troppa volgarità”  L’ho sentito dire a tanti, con l’orgoglio illuso di chi crede così di elevarsi dalla massa volgare. E sembra quasi che sia necessario essere idioti, sufficientemente ignoranti o superficiali – pensano i nostri eminenti “Uomini di cultura” – per cedere a questo tipo di comicità sbracata. Del resto i Nostri hanno sempre fatto simili ragionamenti, su per giù, anche per la politica.

E certo verrebbe voglia di tirarli per le orecchie e portarceli di forza, al cinema. Per mostrare di che si tratta a loro che etichettano come banalità tutto ciò che non capiscono, nel migliore dei casi, o che non guardano neppure, nel peggiore. Quelli che banalizzano tutto ciò che piace proprio perché piace, anziché, come ha fatto Davide Rondoni su Avvenire, provare a chiedersi il perché.

Ebbene, cosa c’è di banale  (il comico, e persino il volgare, non coincidono certo con il banale, che è peggio) nell’immagine di un padre che prende in mano la pagella perfetta di suo figlio, strappa il microfono al corrispondente della solita “trasmissione deprimente” sulla crisi (di santoriana memoria) per dire in diretta una frase di questo tipo: “Ma con questa pagella… come faccio a non sperare?”. Ecco, come si fa a non sperare? Come si fa, nel pieno della crisi (il film racconta proprio questo, per chi non lo avesse visto) a non puntare su quel poco di buono che esiste nella vita di ciascuno? Come si fa a non scommettere sulla scia di promessa che le poche cose belle e vere (un figlio, una moglie o un marito, il bene dei propri cari, gli amici) rappresentano per ciascuno? Il protagonista del film, a suo modo (e cioè in modo comico) prova a fare proprio questo. Il film, insomma, è impastato proprio con la materia più incandescente: la speranza… a tratti irrazionale, ingenua, giocosa, ma in fondo gioiosa.

Sole a catinelle è la storia di un padre (prima uomo di successo nel lavoro, poi fallito per la crisi: forse un richiamo ironico a La ricerca della felicità di Gabriele Muccino?) che si lancia nella sfida della vita e del lavoro senza paraurti, che non usa, anzi irride, il manuale del politically correct (e forse ci piace proprio perché è come noi) e che alla fine, nella sua generosità ingenua – quella di chi non  ha il problema di sentirsi buono o di apparire tale – riesce a farsi amare da suo figlio e dagli altri. E così sfida, sempre “ingenuamente”, protagonisti e dogmi culturali del tempo. Come il sindacato o la psicologia, entrambi ritratti nella loro ossessiva quanto talvolta inutile, e per questo comica, tentazione di risolvere i problemi, o crearli dove non ci sono, con schemi ideologici che nulla hanno a che fare con la realtà.

E così, alla fine, il dissidio tra padrona della ditta e le lavoratrici in sciopero (tra di loro c’è la moglie di Checco) si risolve in una pacificazione festosa senza che sia servita la lotta sindacale minacciata (e che Checco esprime comunque in un discorso “pseudomarxista” che diventa, a quel punto, comicamente fuori luogo). Allo stesso modo, sempre nel finale, osserva sconsolato e quasi compatisce la psicologa della scuola, che giudica suo figlio malato solo per i suoi racconti per lei “immaginari”, quando invece sono reali.

È’ geniale quando sbeffeggia l’immagine di una famiglia così particolare da fare, appunto, ridere: è quella del ricco imprenditore che presenta prima sua moglie, giovanissima, poi sua figlia, un po’ più anzianotta, prima che Checco, rivolgendosi alla nipotina, possa concludere: “Aspetta… questa è la nonna”. È appunto la risata, non una predica, a seppellire così una follia divenuta normalità e quasi modello. O ancora quando (nella scena del regista Ludovico) irride l’ossessione estetistica di tanta cultura teatrale e cinematografica del tempo, riuscendo a scherzare in modo lieve ma non banale (verrebbe quasi da dire serio) sull’eutanasia?

Magari a tratti è sguaiata, volgare, troppo “pop” per i palati fini, eppure ci regala, a suo modo, un po’ di verità. Non sarà dotta ma è bella, questa risata.

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