Il Pd è «una contraddizione in termini»: più che un altro leader, serve un pensiero

Enrico Letta e Stefano Bonaccini
Il segretario uscente del Pd Enrico Letta e il governatore emiliano Stefeno Bonaccini, candidato a succedergli al vertice del partito (foto Ansa)

Su Dagopsia si riprende un’intervista concessa da Filippo Andreatta ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera dove si dice: «Il Pd ha perso il rapporto con il popolo della sinistra. Rimane in sintonia con la borghesia delle Ztl, ma non fa più breccia tra i lavoratori delle periferie e dei piccoli centri. Si sta trasformando in una specie di partito radicale di massa, che è una contraddizione in termini. Non si è saputo adattare al cambiamento della società e ora non ci sono più rendite. Il centrodestra ha preso più voti persino in Toscana ed Emilia».

Il centrodestra ha alcune difficoltà nel definire il nuovo governo che sarà presieduto da Giorgia Meloni, difficoltà sostanzialmente inevitabili quando non vince un partito ma una coalizione e che probabilmente verranno rapidamente superate. Più complessa è la crisi dell’articolato fronte di centrosinistra, dove sono in ballo non solo alcune fondamentali scelte di programma, ma anche vere e proprie questioni identitarie sulle quali è complicato trovare una saldatura tra le forze più radicali e quelle più moderate dello schieramento.

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Su Formiche Paolo Franchi dice: «Da una parte quella di chi dice dobbiamo fare come Calenda e dall’altra di quella che dice che dobbiamo fare come Conte. L’esperienza aiuta: ricordo che quando i partiti si dividono tra chi è più filo questo o filo quell’altro, sei già morto nel momento in cui fai questa divisione. Per cui la questione dei temi congressuali è importante: mi auguro si apra tra dieci giorni una grande discussione, il più possibile pubblica, su come arrivare a una fase ricostituente, piuttosto che proseguire con candidati, veri o presunti, senza una riflessione politica».

Se non si ha un autonomo progetto e una autonoma cultura politica, come spiega Franchi, manovrare tra una forza vagamente progressista ma sostanzialmente modernizzante piuttosto che di sinistra come quella calendian-renziana, e un classico movimento di tipo peronista come i 5 stelle, sarà assai difficile.

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Sugli Stati generali Paolo Natale scrive: «Il Partito democratico è cresciuto, sia pur di poco, rispetto alle precedenti politiche, ma pare abbia perso; Forza Italia si è quasi dimezzata ma sembra quasi abbia vinto, e lo stesso è accaduto per quanto riguarda il Movimento 5 stelle. E così via per molti degli altri partiti. Perché le percezioni dell’opinione pubblica sono così distorte? Per due ordini di motivi: il primo è legato alle aspettative dei commentatori e delle stesse forze politiche, il secondo, molto più rilevante, trae origine dalle stime ricavate dalle rilevazioni demoscopiche».

Il Partito democratico, assorbendo rispetto al 2018 gli elettori di una formazione nata da una scissione a sinistra (Leu) e quelli socialisti, il 25 settembre ha mantenuto i suoi voti reali pur di fronte al clamoroso ridimensionamento dei 5 stelle e al traino della “scelta utile” per contenere la destra. Tutto ciò non può in alcun modo essere descritto come “una tenuta”, al contrario di quanto lascia intendere un pur assai capace osservatore della politica italiana come Natale.

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Su Strisciarossa Sergio Gentili scrive: «E ciò, in un mondo dove alla Guerra fredda si è sostituita l’egemonia/predominio americano portatore di una feroce competizione internazionale a cui la Russia degli oligarchi sta rispondendo con la guerra; dove con le guerre in Europa, nel Medio Oriente e altre che si progettano in Asia contro la Cina, si sta incenerendo l’idea di un mondo di pace e di coesistenza pacifica. Per quest’insieme di fattori che è montante in Europa e in Italia, una nuova e grave crisi economica e sociale che rischia di aumentare il degrado ecologico e le diseguaglianze, dove c’è chi specula e fa guadagni enormi sul gas e le materie prime e chi si impoverisce. E questi sono paesi interi, sono il lavoro e le imprese, la vita civile e democratica. Quindi, contenuti e necessità per la rigenerazione e una nuova presenza di lotta politica, sociale e culturale delle forze di sinistra e progressiste sono evidenti, come è evidente che solo la loro unità potrà contrastare i venti di guerra e le destre con la loro visione reazionaria e retrograda del mondo e dei rapporti umani e di produzione».

Su un sito di ex comunisti non dimentichi del proprio passato, Gentili fa un’osservazione corretta sostenendo che sarà difficile ricostruire una sinistra senza fare i conti con la questione della “pace”. Poi però l’uso di categorie come quella dell’imperialismo americano, la mancanza di un’analisi del ruolo della Cina, rendono evidente come nello schieramento progressista non sia ancora maturata un’adeguata cultura post Guerra fredda, lasciando così spazio alla demagogia-affarismo dell’ala filocinese grillino-prodiana e al pragmatismo tecnocratico di chi agisce senza una consolidata cultura politica alle spalle.

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