Il patto del Nazareno e la carezza del Nazareno

Questo intervento è lungo e complesso.

Avevamo consigliato a Renzi e Berlusconi un Patto (vedi Blog “Caro Epifani, giustizia è più di legalità”, agosto 2013): ci hanno ascoltato, in data 18 gennaio 2014.

Avevamo scritto che il Patto del Nazareno è stata la prima mossa politica dalla fine della Prima Repubblica.

La traduzione che si fa dell’accordo Renzi – Berlusconi è ricondotta all’individuazione di nuove regole istituzionali ed elettorali, il cui scopo è favorire le governabilità.

Dal contesto di questo accordo, infatti, discendono azioni del Governo a sostegno di una semplificazione (anche con eliminazione di regole) al fine di stimolare la crescita economica versus una politica di austerity che, al contrario, pone regole che impediscono il liberarsi di possibili energie.

La sinistra, vedi Scalfari, accetta con la “puzza sotto il naso” – usando l’espressione di Montanelli – questo corso.

La Destra è divisa: c’è quella del “fare” (Ncd) e quella che “non sa cosa fare” (Fi).

È naturale che il dibattito giornalistico – mediatico si accentri sui compromessi, sui no e sui sì, sui particolari delle cosiddette riforme.

Ma un’azione si definisce politica se è portatrice di un cambiamento, nella consapevolezza che la sua attuazione ha tempi e modi che possono descrivere solo in parte la sua essenza; questa è la differenza tra una rivoluzione tout court e una rivoluzione democratica, talora anche chiamata Riforma.

Nel Patto del Nazareno c’è una rivoluzione democratica?

Potrebbe esserci, se la sua essenza fosse un cambiamento della cultura giuridica.

È questo che vorremmo spiegare.

Nel contesto globale abbiamo due grandi famiglie giuridiche: common law e civil law.

Per famiglia giuridica si intende “la modalità di controllo sociale della vita (economica)” (Andrei Schleifer).

Il common law (famiglia giuridica dell’America del Nord) rappresenta una modalità di controllo sociale nell’interesse dei privati, laddove, invece, il civil law (famiglia giuridica europea) mira a sostituire tali risultati con interventi del potere pubblico.

Mirjan  amaska, giurista, sostiene che il civil law mira a “porre in essere direttive politiche”, mentre il common law mira alla “risoluzione delle controversie”.

Ancora:  Katharina Pistor (Law School), nel 2006 scrive che il civil law persegue una “libertà contrattuale privata socialmente condizionata”, contrariamente alla tendenza del common law a sostenere la “libertà privata incondizionata”.

Le ultime dichiarazioni del direttore di Tempi, Luigi Amicone, potrebbero essere intese come espressione della cultura giuridica del common law:

Per questo io dico: prendiamo atto che non c’è più possibilità di discussione, ciascuno è un’isola. Dunque basta impegnare energie per contrapporsi in modo inadeguato alla postmodernità. Diciamo liberi tutti, ma liberi pure noi. Per questo faccio l’esempio fondamentale: solcate pure il mare con i matrimoni gay, ma dateci la libertà di scuola dove uguaglianza e diversità possono ancora parlarsi. La trasmissione alle nuove generazioni di un’ipotesi di vita, di un gusto della bellezza dell’esistenza è oggi davvero il solo, fondamentale contributo al bene di tutti che possiamo dare. E allo stesso tempo, è il ‘diritto dei diritti’ il punto di libertà che voglio mi venga riconosciuto. Ripeto: sono pronto a firmare”. 

Noi crediamo che, prima di abbandonare la lotta, si possa mettere in campo la politica, cioè il Patto del Nazareno, per trovare una nuova forma di cultura giuridica che non si contrapponga alla postmodernità, ma la comprenda.

Per spiegarci usiamo un grafico:

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“Lo stile di un sistema giuridico può essere contraddistinto da una ideologia, ossia una concezione religiosa o politica di come dovrebbe essere organizzata la vita economica o sociale “ (Zweigert e Kotz). Si potrebbe sostenere che tra Disordine e Dittatura (intesa come abusi, o forte invasività, commessi dall’autorità), il common law tende ad un equilibrio, in cui il Disordine sia un rischio meno pericoloso della Dittatura (A); mentre avviene il contrario con il civil law (B).

Allora il Patto del Nazereno, cioè la politica, potrebbe portarci in un punto del grafico che stia tra A e B, ma soprattutto potrebbe contribuire a far crescere una classe politica che sia capace di muoversi flessibilmente, a secondo delle contingenze storiche, tra A e B.

In questo senso intendiamo quel che Renzi afferma quando dice: “Siamo la generazione di Erasmus”, gente che si muove,  e quindi è anche capace di interpretare un nomadismo giuridico.

E questo “nomadismo” oggi è proprio della globalizzazione dove lo spazio è zero, dove i capitali finanziari, ma pure il capitale reale (delocalizzazione industriale) si muove dove è più conveniente spostarsi: il nomadismo dei capitali, del lavoro, dell’informazione stanno togliendo alla politica, la cui sintesi nella modernità è stato lo Stato nazionale, il territorio. Alcuni studiosi parlano di atopia, appunto, e lo stato nazionale sembrerebbe oggi quello che Weber riferendosi alle popolazioni del mediterraneo orientale definì “monarchie di servizio” perché, solo e semplicemente, legate a problemi di organizzazione dei servizi. E allora quale è il punto di aggregazione?

Fare politica significa avere una visione.

Se la visione si riduce al “fare”, allora il respiro è corto ed, elettoralmente,  il vantaggio va a chi governa, come l’esperienza del NCD ha dimostrato.

Ci spiace, caro Alfano, che dal suo partito ancora non stia arrivando nulla più che buona volontà.

Vorremmo dirle che il capo scout riconosciuto è Renzi, al massimo voi potete puntare ad essere Giovani Marmotte.

In conclusione, il Patto del Nazareno, per essere di guida per l’Europa, per essere capace di interpretare una visione politica, ha bisogno, oltre al carisma, di durata e di visione, cioè di cultura e di educazione.

Ce la farà?

Sarebbe un buon modo di corrispondere alla “carezza del Nazareno” (Jannacci). Per ciascun europeo.

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