I sacri incontri di Solženicyn nell’Arcipelago Gulag

Dieci anni dalla scomparsa di Aleksandr Solženicyn e, a dicembre, il centenario della nascita. Inutile tentare in poche battute di tracciarne figura e opera, ne uscirebbe uno scempio. C’è però una traccia che vorremmo offrire ai lettori che vogliano avvicinarsi alla lettura almeno di uno dei suoi testi più famosi, l’Arcipelago GULag. È un fil rouge che ci permette di caratterizzarlo non tanto o non solo come un’insuperabile descrizione del sistema carcerario totalitario di tipo comunista, ma come un’opera in cui l’autore – assieme a tutti coloro che gli inviarono la propria testimonianza – cerca, scandaglia il cuore umano. Possiamo riassumere questo fil rouge in tre parole: «Attenzione, memoria e incontri».

Nell’Arcipelago sono disseminati molti imperdibili episodi di questo genere.

«Il mio corpo è stato stretto nelle loro bende, ma l’anima non è dominata da loro. Lo so: dopo qualche ora di inevitabili procedure (…) sarò introdotto in una cella e vi incontrerò delle persone sconosciute ma sicuramente interessanti, intelligenti, amichevoli, racconteranno loro, racconterò io, e la sera non verrà la voglia di addormentarsi subito».

Più importante che rimuginare sulla propria triste situazione, per Solženicyn è fissare questi incontri: «La memoria sia il tuo tascapane da viaggio. Ricorda, fissa nella memoria. Guardati intorno, sei circondato da uomini. Forse ricorderai uno di essi per il resto della vita e ti roderai l’animo per non averlo interrogato. E parla meno: udrai di più», perché «quando capitava un uomo interessante bisognava farlo parlare senza porre tempo in mezzo, altrimenti lo si sarebbe mancato per la vita».

In alcune pagine, lo scrittore prende il sopravvento sullo storico, e al lettore non resta che godersi la scena.

«“Professor Timofeev-Ressovskij, presidente della società tecnico-scientifica della cella 75… La nostra società si riunisce ogni mattina dopo la distribuzione del pane presso la finestra di sinistra. Potrebbe farci qualche comunicazione scientifica? Quale?”… Dopo la distribuzione del pane si radunarono presso la finestra i membri della società tecnico-scientifica, una decina, io feci la comunicazione e fui accolto nella società… Un pacchetto di sigarette vuoto mi faceva da lavagna, in mano avevo un frammento illegale di grafite. Nikolaj Vladimirovič me li prendeva, tracciava disegni, m’interrompeva con tanta sicurezza da sembrare un fisico del gruppo di Los Alamos».

«Credete che non abbia discusso, io? Che altro facevo nelle prigioni?… Ad una fermata ci infilano nello scompartimento un dotto marxista. Lo si riconosce perfino dalla barbetta cuneiforme, dagli occhiali… Scendiamo per divertirci un po’ [!!]…
“Ma si guardi attorno: quanta gente sta dentro!”.
“Lo hanno meritato”.
“E Lei?”.
“Io sono stato incarcerato per sbaglio. Quando l’avranno capito, mi rilasceranno”.
“Per sbaglio? E che leggi sono, in tal caso?”.
“Le leggi sono ottime, sono deplorevoli le deviazioni da queste… Bisogna rafforzare l’educazione comunista”.
E così via, è imperturbabile. Discutere con lui è come camminare in un deserto».

Altrove l’incontro e la persona assumono un tono di sacralità da essere posti sullo stesso piano della preghiera:

«Ti può capitare di star camminando in colonna insieme agli altri, dovresti sgranare il rosario nel guantone o pensare alle strofe successive, ma ti ritrovi un compagno di fila troppo interessante, una faccia nuova».

C’è un brano in cui ciò che scrive potrebbe stare degnamente su quei foglietti che aiutano a prepararsi alla confessione:

«Hai risposto a qualcuno in tono irato? Vuol dire che non lo hai ascoltato bene e non hai saputo comprendere il suo modo di vedere. Hai evitato qualcuno perché ti faceva ribrezzo? Così ti è sfuggita la possibilità di conoscere un carattere che non conoscevi affatto, proprio quello di cui avrai bisogno… È l’ascesa. Prima non perdonavi nulla a nessuno, implacabilmente condannavi e osannavi con pari irruenza; ora una serena tolleranza pronta a perdonare tutto, sta alla base dei tuoi giudizi, non più categorici. Ora che hai capito la tua debolezza, puoi capire la debolezza altrui, così come puoi capire la forza altrui. Forse non impari ad amare il prossimo da cristiano, ma impari ad amare chi ti sta vicino. I vicini in spirito, coloro che ti circondano in prigionia. Quanti di noi hanno dovuto ammettere che in carcere hanno conosciuto per la prima volta un’autentica amicizia!».

Per questo, al termine del suo percorso, Solženicyn non può che confessare:

«Sulla mia schiena curva portai fuori dagli anni di prigione l’esperienza di come l’uomo diventa malvagio e come diventa buono… A poco a poco mi si rivelò che la linea di demarcazione fra bene e male passa non fra gli Stati, non fra le classi, non fra i partiti, ma attraverso ciascun cuore umano, e attraverso tutti i cuori umani».

«Capivo di essere partecipe di un grande mistero; nascosto in altri petti solitari, il mistero maturava sulle isole sparse dell’Arcipelago per rivelarsi negli anni futuri».

Grazie di cuore, Aleksandr Isaevič!

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