L’eutanasia di Laura. Not in My Name

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In questi giorni anche i giornali italiani hanno iniziato a raccontare la vicenda di Laura, nome di fantasia attribuito a una ventiquattrenne belga che, pur stando bene fisicamente e solo perché depressa, ha chiesto e ottenuto l’eutanasia. Tempi.it vi aveva già segnalato la storia tempo fa, e pubblicato anche una lettera aperta alla stessa giovane (Cara Laura, ci sono passata anch’io, ma l’eutanasia non è la risposta alla tua depressione).

Su Io Donna ne ha scritto anche la giornalista e scrittrice Marina Terragni che, dopo aver riassunto la vicenda, così conclude:

Il caso di Laura sta dividendo il Paese. Si tratta di un caso limite: una ragazza fisicamente sana, con una lunghissima aspettativa di vita, e una ragionevole speranza di poterla cambiare (essere adeguatamente e amorosamente curata, magari aiutata a trasferirsi altrove, lontano dal teatro di una vita insopportabile, poter sperare in un amore, in una rete di relazioni affettive, in qualcosa di bello che può capitarti). Forse appena un barlume, che tuttavia resta acceso. I tentativi non riusciti di suicidio messi in atto da Laura lo dimostrano indirettamente: in genere i TS sono grida d’allarme, estreme richieste di attenzione. Chi vuole davvero morire, la gran parte di noi lo sa avendo avuto la dolorosa esperienza di amici o congiunti suicidi, sa farlo a colpo sicuro.

Certo: l’eutanasia di Laura costerebbe pochissimo al servizio sanitario nazionale belga. Ma costerebbe moltissimo all’identità di quel Paese.

L’augurio è che i cittadini belgi inorriditi da questa storia sappiano fare sentire alta la propria voce: Not in My Name. Il tempo è davvero poco. Io non posso che ripetere qui quello che ho scritto ieri sui social network, dopo aver appreso della vicenda: questa storia è merda.


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