Disperanti contorsioni di una sinistra disabituata a giocarsela alle urne

Benedetto Della Vedova, Enrico Letta, Carlo Calenda
Da sinistra, Benedetto Della Vedova (+Europa), Enrico Letta (Pd) e Carlo Calenda (Azione) dopo la sigla dell’accordo elettorale a lungo inseguito a sinistra, 2 agosto 2022 (foto Ansa)

Su Open Alessandro D’Amato scrive: «Il patto tra Partito democratico e Azione difficilmente ribalterà l’esito delle elezioni. Ma potrebbe raggiungere un obiettivo importante. Ovvero quello di non far arrivare alla maggioranza il centrodestra in Senato. “Niente è già scritto, nemmeno il risultato del voto”, è il convincimento del Nazareno. E strappando i collegi giusti grazie all’accordo con Calenda si può arrivare “se non a vincere, quantomeno a vanificare la vittoria degli altri”. Ma intanto il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni non ci sta: con i Verdi torna a pensare all’alleanza con il Movimento 5 stelle. E punta il dito contro il rigassificatore di Piombino e l’Agenda Draghi: “Se è questo il programma della coalizione, allora arrivederci e grazie”. Per Fratoianni si deve riaprire il dialogo con il M5s».

Il giornalista collettivo osserva disperato le contorsioni delle varie forze che dovrebbero opporsi al centrodestra. E si chiede perché non trovino un accordo. Il perché è molto semplice: sono dieci anni che tutte le grane del fronte anticentrodestra gliele hanno risolte (in larga misura manipolando le indicazioni del voto) prima Giorgio Napolitano e poi Sergio Mattarella (in realtà Ugo Zampetti), ora che potrebbe essere decisiva la volontà degli elettori, non ci si ricorda più come intercettarla.

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Su Dagospia si riprende un articolo di Giuseppe Sarcina su corriere.it dove si scrive: «L’ex segretario di Stato ha osservato: “Si è venuta a creare una brutta situazione. La Cina ha esplicitamente minacciato di usare la forza militare se Pelosi dovesse dirigersi verso Taiwan. Le relazioni tra Cina e Stati Uniti non dovrebbero essere messe in mano ai militari, in particolare quando c’è già un confronto con la Russia. La diplomazia avrebbe dovuto evitare di arrivare a questo punto”».

Il mondo è migliore da quando un drone della Cia ha giustiziato il successore di Osama Bin Laden alla testa di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri. Non si può non ammirare la fermezza di Nancy Pelosi nel visitare Taiwan senza curarsi delle minacce di Pechino. Destrezza militare e fedeltà alla libertà sono due grandi doti del popolo americano che non possiamo mai dimenticare. Detto questo non si può non notare come gli Stati Uniti abbiano abbandonato Kabul ai talebani, intimamente legati ad Al Qaeda e nemmeno preoccupati di nascondere questa alleanza. Né si può evitare di costatare come il presidente degli Stati Uniti non riesca neanche a influenzare la presidente della Camera del suo stesso partito. Armi e princìpi sono fondamentali, ma senza politica e diplomazia possono portare alla catastrofe. Quasi ogni settimana Henry Kissinger ricorda questa verità (così anche nella citazione che riportiamo). Speriamo che alla fine riesca a influenzare la politica americana.

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Sulla Zuppa di Porro si scrive: «Oggi va detto che è stata raggiunta l’apoteosi. Titolo: “Il voltafaccia della romanista Giorgia Meloni, quando da ragazza urlava: ‘Sono lazialissima’”. Lancio sui social: “La leader di Fratelli d’Italia si è sempre professata giallorossa. Ma nelle chat di fine anni 90, quando si faceva chiamare ‘draghetta’, era un’aquilotta sfegatata”. E all’interno il racconto accorato della fede calcistica di quella che, forse, potrebbe diventare il prossimo premier italiano».

Porro prende in giro la Repubblica che in preda all’ossessione anti-Meloni (come si sa: la fissazione è peggio della malattia) accusa la leader di Fratelli d’Italia di essere stata laziale, prima che tifosa giallorossa. Per un quotidiano che esalta ogni giorno ogni tipo di banderuola, da Maria Stella Gelmini a Luigi Di Maio, appare obiettivamente una scelta un po’ stravagante.

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Su Strisciarossa Pietro Spataro scrive: «Sembrava di stare su un proscenio proteso verso la Storia, quella con la s maiuscola. Per i giorni i quotidiani ci hanno raccontato la trattativa tra Enrico Letta e Carlo Calenda come fosse l’incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II o l’accordo tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro dopo le elezioni del 1976. Verrebbe da dire: è la stampa di oggi, bellezza. Se non fosse che ci tocca assistere, purtroppo, a piccole storie che non faranno storia, che si scioglieranno come neve a sole ai primi intralci che si incontreranno lungo un percorso che già si annuncia accidentato. D’altra parte il leader di Azione negli ultimi dieci anni ha dato ampie prove di essere un abile navigatore: nato sotto l’ombrello della Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo, poi suo pupillo politico in “Italia futura”, poi uomo di Monti in “Scelta civica”, attratto dalla sirena di vari governi di cui è stato viceministro e ministro. Eletto dal Pd alle Europee del 2019, subito abbandona i dem per fondare “Azione” e candidarsi a sindaco di Roma contro il candidato del centrosinistra Roberto Gualtieri. Uno slalom spericolato, non c’è che dire. Il problema però non è tanto la leggerezza con cui Calenda entra ed esce dai palazzi della politica – non è l’unico in questo triste panorama in cui i partiti nascono in un batter d’occhio –, quanto il senso di un’operazione politica che, per come è stata congegnata, rischia di creare più danni dei risultati che si crede possa ottenere».

Spataro ritiene che sia necessario trovare un’intesa di un centrosinistra più largo possibile per contrastare una possibile vittoria di Giorgia Meloni, però è disorientato dalla pochezza dei protagonisti di questa “necessaria” operazione. Al fondo il problema è che cavar sangue dalle rape non è semplicissimo.

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