Quanti danni può fare il giornalismo con l’elmetto? Vedi alla voce “Attilio Fontana”

Attilio Fontana
Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, uscito pienamente prosciolto dal “caso camici” (foto Ansa)

Sul Sussidiario Giulio Sapelli scrive: «Una nuova pax romana si avvicina. L’Europa può divenire un continente di turisti, albergatori e ristoratori? Con tutto il sovrano rispetto per codeste nobili categorie che senza industrie e servizi alle industrie non esisterebbero».

Dopo l’Ucraina ci sarà una pace augustea, con un centro del mondo che decide tutto, o una pace metternichiana con un equilibrio tra potenze? Sapelli ragiona anche su quali potrebbero essere le conseguenze per l’Europa di una pace augustea.

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Sul Sussidiario Mario Barbi scrive: «Se c’è una parte che ha dalla sua tutte le ragioni (l’Ucraina) e un’altra parte che ha tutti i torti (la Federazione Russa) e se un approccio politico realistico viene respinto in nome dei princìpi (morali) e della legalità (norme del diritto internazionale), non c’è spazio per il compromesso e per la composizione: “Che compromesso si può mai fare con chi ha invaso un paese sovrano e commette crimini di guerra violando patentemente il diritto internazionale?”, ha risposto retoricamente a Jürgen Habermas una dirigente nazionale dei Verdi tedeschi (la citazione è a memoria, non letterale), respingendo la riflessione del filosofo che, nel momento in cui sulla guerra grava la spada di Damocle nucleare, ritiene pericoloso e sbagliato pensare a vittoria o sconfitta secondo schemi di tipo tradizionale».

La questione ucraina non è che uno scontro tra il Male e il Bene? Se la nostra coscienza non può che condannare l’aggressione di Mosca nei confronti di Kiev, una rigorosa riflessione politica non può non considerare la situazione che stiamo vivendo come classicamente tragica, cioè una situazione nella quale, al di là dell’inaccettabile prepotenza russa, si scontrano anche due diverse “ragioni”.

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Su Strisciarossa Paolo Soldini scrive: «A voler cercare con il lumicino una qualche ragione di speranza ci si può attaccare alla chiosa in merito agli effetti concreti, sul campo, dell’adesione finlandese alla Nato con cui il ministro degli Esteri Lavrov ha accompagnato la sua dichiarazione di condanna della decisione: la durezza della nostra reazione – ha detto – dipenderà da quanto vicini ai nostri confini saranno i sistemi d’arma che verranno installati nel paese divenuto nemico».

Non è facile di questi tempi trovare giornalisti che approfondiscano le notizie e non si abbandonino, indossando tanto di elmetto, al confortante conformismo del “pensiero unico”. Soldini, dalla sua è uno di quelli che “non si abbandonano”.

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Su Atlantico quotidiano Gianluca Spera picchia duro sul presidente della Campania Vincenzo De Luca che ha detto: «“Non ci sono più Kissinger, neanche Brzezinski, quei grandi diplomatici che avevano innanzitutto senso della storia, non questi primitivi, tangheri che parlano senza misurare il peso delle parole. E rimpiango Moro, Andreotti, i nostri grandi uomini di Stato che, prima di aprire bocca, conoscevano la storia dei paesi dell’Europa, e non erano semianalfabeti di ritorno come il segretario della Nato”. È pur vero che dall’entourage di Stoltenberg hanno fatto sapere che l’invettiva di De Luca non ha turbato i sonni dell’ex premier norvegese. Anzi, per la verità, ci sono stati momenti di incertezza perché nessuno sapeva esattamente chi fosse De Luca. Forse avrà telefonato alla sede di Bruxelles per rassicurare gli alleati la responsabile esteri del Pd, Lia Quartapelle, che ha immediatamente bollato l’impertinente intervento del suo collega di partito come “cabaret”».

Ho molto rispetto per l’impegno politico di Atlantico quotidiano, per la sua intransigente lotta a difesa della democrazia liberale, e ho anche stima per la parlamentare del Pd Quartapelle. Però al fondo alcune considerazioni di De Luca ricordano ragionamenti di Henry Kissinger in un’intervista al Financial Times di qualche giorno fa e persino qualche tono del direttore della Cia William Burns in un’intervista rilasciata sempre al quotidiano londinese, nonché osservazioni che si possono trovare sul New York Times (leggetevi l’articolo di sabato 14 maggio di Ross Douthat). Pur con un certo folklore espressivo, De Luca propone temi sui quali vale la pena di riflettere adeguatamente.

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Su Huffington Post Italia Furio Colombo dice: «Anche Massimo Fini ha scritto cose abnormi, il giornale si sta spostando sempre più fuori dalla rappresentazione realista dei fatti. Ho detto a Travaglio che non ci sarà un mio prossimo articolo».

Ecco un terribile dilemma: è peggio Massimo Fini o Furio Colombo? Il primo per coltivare il suo anticonformismo snob è pronto a scrivere qualsiasi corbelleria gli passa per la mente. Il secondo per consolidare il suo conformismo snob riesce a non perdersi mai una banalità.

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Su Dagospia si riprende un articolo di Domenico Quirico per la Stampa riguardo al colloquio tra Lloyd Austin e Sergej Shoigu: «Parlare con Mosca coglie quello che fin dall’inizio è stato il nucleo centrale di questa guerra, ovvero la richiesta di ridiscutere gli equilibri di forza tra le potenze che Putin ritiene cambiati: insomma una Yalta del terzo millennio. Un negoziato con gli Stati Uniti offre la via di uscita per Putin, che renderebbe meno importanti i problemi sui territori occupati in Ucraina. Ma bisogna convincere anche Zelensky ad accettare una trattativa in cui rinunci a quella ipotesi di vittoria che ormai la propaganda ucraina annuncia come prossima».

Ecco un altro giornalista che cerca di scrivere senza indossare l’elmetto.

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Su Huffington Post Italia il generale Vincenzo Camporini dice : «Nessuna delle due forze è ora in condizione di lanciare un attacco. Si sta trasformando in un conflitto del passato, come una guerra di trincea».

Viva i generali che dimostrano che si può ragionare anche senza indossare un elmetto!

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Sulla Zuppa di Porro Corrado Ocone scrive riferendosi a Matteo Salvini: «Come al solito egli giocherà su due fronti: si distinguerà sempre più da Draghi, per riconquistare pezzi di identità perduta, ma starà attento a non spezzare la corda. Un obiettivo a cui in ultima analisi mira anche il capo dello Stato, con cui c’è una paradossale convergenza di fatto. Proprio perché le elezioni, che comunque metterebbero a rischio i soldi europei, Mattarella, che è il vero arbitro della situazione, non le vuole, l’ipotesi più probabile è che esse non ci saranno. Alla fine al Quirinale, come prevede la Costituzione, c’è un notaio che è però anche un re democratico e (sembra un ossimoro) repubblicano. Ci sarà una vigilanza preventiva, una moral suasion verso i partiti e, se proprio non dovesse bastare, forse anche qualche “soluzione tecnica” ora inimmaginabile».

L’Italia alla fine pagherà il conto di non avere – come in Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Olanda, Svezia, Finlandia e via snocciolando tutti i 26 Stati membri dell’Unione, molti dei quali hanno votato con Covid e guerra – un capo del governo con un vero mandato (pur naturalmente mediato dal Parlamento secondo Costituzione) dal popolo sovrano.

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Su Fanpage Chiara Daffini scrive: «“Attilio, Attilio, sentenza di non luogo a procedere”. Appena uscito dall’aula 31 al settimo piano del tribunale di Milano, poco dopo le 16 di venerdì 13 maggio, l’avvocato Federico Papa chiama il suo assistito, il governatore della Lombardia Attilio Fontana».

La notizia del proscioglimento del presidente della Regione Lombardia non c’entra con la guerra in Ucraina di cui molto discutiamo in questa rubrica. Ma riguarda invece i guasti che può combinare il giornalismo con l’elmetto. Nel febbraio del 2020 di fronte al primo manifestarsi della pandemia “cinese”, Attilio Fontana andò in televisione indossando una mascherina. Venne duramente criticato da Nicola Zingaretti, Giorgio Gori, Beppe Sala e non sostenuto da quel ridicolo personaggio che è Giuseppe Conte, allora presidente del Consiglio. Qualche settimana dopo il governo decise una linea dura per contrastare la pandemia, ma restavano nella pur vaga memoria popolare i ricordi di come non erano stati preso sul serio i moniti di Fontana. Ciò logorava il governo Conte, già in sé assai mal messo. Partirono allora due campagne per distruggere l’immagine della giunta di centrodestra lombarda: una sul Pio Albergo Trivulzio, poi smontata da Gherardo Colombo in persona. L’altra su un appalto di camici alla Regione, che in una situazione di emergenza aveva coinvolto anche un’impresa assolutamente di qualità ma controllata dal cognato del presidente della Regione. Questa seconda inchiesta si è conclusa in questi giorni con un pieno proscioglimento. Resta la campagna con elmetto che ha visto non solo la partecipazione di tante testate di peso, ma anche un certo disinteresse di quotidiani dal pedigree sicuramente garantista, però schierati a protezione del pasticciato governo Conte-Casalino. È la bruttezza della nostra stampa!

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