Caro Di Maio, come stanno insieme “decrescita felice” e Nuova via della seta cinese?

Gli accordi strategici con la Cina – che quasi tutti i paesi europei hanno sottoscritto, e rispetto ai quali dunque l’Italia arriva buon’ultima – non possono mai essere esclusivamente economici, ma sono sempre necessariamente politici. Questo perché la Cina non è un paese qualsiasi, bensì è quello che sfida l’egemonia degli Stati Uniti nel mondo. Mentre l’Iran, l’Arabia Saudita, la Turchia, la Francia, la Germania e persino la Russia hanno ambizioni esclusivamente regionali, la Cina proietta la sua forza attraverso la massa continentale euroasiatica e attraverso gli oceani non per ricreare il mondo bipolare dell’epoca della Guerra fredda, quando Usa e Urss si spartivano i destini dell’umanità, ma per sostituire gradualmente l’unipolarismo statunitense inaugurato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991) con un unipolarismo cinese che emergerà nel tempo per l’effetto combinato dell’ascesa cinese e del declino americano.

I grandi progetti infrastrutturali che Pechino concepisce e cerca di realizzare in Asia, in Africa, in Europa e persino nelle Americhe (dove però il progetto di un secondo canale attraverso l’istmo centroamericano da realizzare in Nicaragua sembra non poter decollare) non hanno mai un contenuto meramente economico, ma sono funzionali a una politica di potenza che ha bisogno dell’accesso alle materie prime e ai mercati di tutti i continenti. Prima della presidenza Trump l’Occidente ha aperto le porte alle merci cinesi nonostante l’evidente asimmetria degli standard relativi al lavoro, alla proprietà intellettuale, agli aiuti di Stato, alle norme ambientali, ecc., arrivando al punto di ammettere Pechino nel Wto come se fosse una normale economia del mercato, e arrivando a dimenticare la strage di piazza Tiananmen nel 1989, nella convinzione che l’integrazione della Cina all’economia mondiale avrebbe avuto effetti liberalizzanti e democratizzanti sul sistema politico cinese.

Così non è stato: l’accesso ai mercati finanziari e delle merci mondiali, non che indebolire il Partito Comunista cinese, gli ha permesso di consolidare il suo controllo granitico sulla società cinese e di estendere a vaste aree del mondo, soprattutto in Asia e in Africa, la sua influenza politica. All’Onu i paesi dell’Africa sub-sahariana non votano praticamente mai risoluzioni che contrastino in qualche modo gli interessi cinesi. Paesi come Angola, Sudan, Sud Sudan, Ghana e Congo seguono le indicazioni cinesi con una frequenza che varia tra l’83% e il 93% per cento delle votazioni.

Ma non sono solo paesi poveri con una tradizione molto limitata di Stato di diritto e di libertà politiche come la gran parte di quelli africani a mostrare subalternità nei confronti della Cina: la crescente difficoltà con cui il Dalai Lama, leader spirituale di 500 milioni di buddhisti nel mondo ma purtroppo per lui anche punto di riferimento delle aspirazioni politiche del popolo tibetano, viene ricevuto da rappresentanti delle istituzioni di paesi occidentali, la dice lunga sul condizionamento politico che sempre si accompagna all’intrecciarsi di relazioni finanziarie e commerciali fra la Cina e un singolo paese, anche ricco e sviluppato.

Chi coopera all’ascesa globale della Cina deve sapere bene cosa fa. La Cina di Xi Jinping è una sintesi del peggio del comunismo e del peggio del capitalismo, malamente nascosti da quelle cosmesi che sono la facciata consumista e la retorica di partito. Il sistema cinese incarna l’incubo del futuro distopico dell’umanità: un mondo di consumatori suddivisi in caste profondamente diseguali con scarse opportunità di mobilità sociale e nessuna autentica libertà politica e di espressione del pensiero. La Cina sta realizzando quello che da alcuni decenni l’establishment scientifico non smette di enunciare: il libero arbitrio non esiste, l’umana libertà di scelta è un’illusione, le forze che determinano le nostre scelte sono al di fuori del controllo della nostra volontà e dei nostri impegni morali.

Ma mentre i divulgatori scientifici alla Edward O. Wilson e alla Richard Dawkins si contraddicono continuando a discutere come se il libero arbitrio che ritengono di aver negato per via scientifica potesse continuare a svolgere un ruolo nel dibattito politico e culturale, i cinesi molto coerentemente passano dalle teorie ai fatti. La Cina è il paese che decide quanti figli possano o debbano avere le coppie, che protegge i minorenni dalle ideologie religiose vietando loro l’accesso alle chiese, che esclude gli elementi giudicati antisociali da certe professioni e da certi ruoli, che stabilisce che cosa debbano scrivere i media e che censura la rete: tutti provvedimenti presi nell’interesse delle persone e della società, perché il governo sa meglio di te che cosa è meglio per te.

Indirizzi politici che anche in Occidente stanno già prendendo piede, in nome degli equilibri ecologici, della salute, del politicamente corretto e della lotta alle fake news. E che si radicalizzeranno man mano che la potenza cinese crescerà e penetrerà le nostre società. Anche le contraddizioni sono comuni: come la Cina è il paese che maggiormente investe in energie rinnovabili e allo stesso tempo è quello che emette più gas a effetto serra nell’atmosfera, così l’Occidente accompagna la crescente attenzione alla conservazione della biodiversità con l’espansione di ogni tipo di manipolazione genetica della specie umana.

Venendo all’Italia, siamo sempre nel campo delle stridenti contraddizioni quando a perorare la causa del memorandum d’intesa sulla “Nuova via della seta” è un governo guidato da un partito, il Movimento Cinque Stelle, che predica la “decrescita felice” e che vorrebbe cassare opere infrastrutturali come la Tav Torino-Lione in nome di un modello economico-sociale alternativo al paradigma sviluppista dominante. Se c’è un modello economico e sociale intriso di materialismo greve, omologante, unicamente quantitativo, industrialista, funzionale a creare debito e dipendenza finanziaria, quello è proprio il modello che sottende un’operazione come la Nuova via della seta. Non fanno meglio dei Cinque Stelle il Partito Democratico e i suoi affini, che da Romano Prodi a Paolo Gentiloni guardano alla Road and Belt Initiative (altro nome della Nuova via della seta) come a un’opportunità meramente economica e a un’occasione per il rilancio dei porti di Genova e Trieste.

C’è da chiedersi che fine abbia fatto la sensibilità politica: nel momento in cui gli Stati Uniti, alleato strategico dell’Italia, sono impegnati in un braccio di ferro commerciale con la Cina imperniato sulla questione dei dazi, la mossa italiana indebolisce la forza negoziale dell’amministrazione Trump nei confronti di Xi Jinping. Ottima idea quella di rilanciare i porti di Genova e Trieste, nell’ottica di recuperare competitività rispetto allo scalo di Rotterdam che domina gli scambi marittimi in Europa. Ma bisognerebbe anche farsi un paio di domande di natura politica. La prima: perché l’Olanda ha mantenuto la proprietà pubblica del porto di Rotterdam (consorzio fra lo Stato olandese e la municipalità di Rotterdam) anche dopo che lo scalo ha cessato di essere il più trafficato del mondo (fra il 1962 e il 2004), superato da quelli cinesi, e oggi è solo 11° per quanto riguarda i container e 6° per quanto riguarda il tonnellaggio dei cargo? Seconda questione: la Cina, che si prospetta come il grande investitore per l’upgrading dei porti di Genova e Trieste, è entrata nella proprietà del porto del Pireo (Grecia), costruisce infrastrutture ferroviarie in Serbia (per collegare Belgrado con Budapest) e in Bosnia Erzegovina. La seconda domanda allora è: come mai la Cina sceglie proprio paesi politicamente deboli perché economicamente deboli per le sue iniziative infrastrutturali? Perché non abbiamo notizie di progetti analoghi in paesi come Francia, Germania, Regno Unito? In mancanza di risposte certe e politicamente tranquillizzanti a queste domande, gli scrupoli di Salvini e Berlusconi appaiono preferibili agli entusiasmi di Conte, Di Maio, Prodi e Mattarella.

Resta sullo sfondo, inevasa a destra come a sinistra, fra gli europeisti come fra i sovranisti, la questione culturale e antropologica di fondo: nell’interesse dell’ecologia umana (dunque sociale), animale e vegetale gli scambi e i flussi globali di prodotti e persone oggi come oggi non andrebbero incrementati, ma semmai rallentati. Le politiche pro-globalizzazione, come questi accordi che si stanno concludendo con la Cina, vanno esattamente nella direzione opposta. Il fatto che il Movimento Cinque Stelle teoricamente fautore della “decrescita felice” nei fatti abbia finora solo promosso decrescita infelice e contraddetto se stesso con accordi come quello con Xi Jinping non è constatazione sufficiente a spazzare via dal tavolo la questione della necessaria revisione del modello socio-economico dominante, ma insostenibile socialmente, politicamente ed ecologicamente.

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