Nuova via della seta cinese. L’attacco schizofrenico e sospetto dell’Ue all’Italia

Il mastodontico progetto del regime cinese è imperialista ed egemonico, vero, ma per l’Italia può essere un buon affare (per Germania, Olanda e altri paesi europei invece lo è già)

L’Unione Europea si è destata dal suo torpore e ha lanciato un monito che i giornali nostrani si sono affrettati a riprendere come una stoccata al memorandum sulla Nuova via della seta che Cina e Italia firmeranno a fine mese. L’Ue contro l’asse Roma-Pechino: “Non si rompa il fronte europeo”, titola Repubblica. Ma il campanello d’allarme suonato da Bruxelles è un po’ schizofrenico, per non dire sospetto e comunque fuori tempo massimo.

XI JINPING ARRIVA IN ITALIA

Dal 21 al 23 marzo arriverà a Roma il presidente della Cina e segretario del partito comunista Xi Jinping. Nell’ambito della visita con ogni probabilità sarà firmato il memorandum che farà dell’Italia il primo paese del G7 ad aderire alla Nuova via della seta, progetto più o meno esplicitamente ideato in chiave antiamericana e che desta comprensibilmente le preoccupazioni a stelle e strisce.

Chi non è accecato dall’ammirazione per il potere economico-politico del colosso cinese e dall’odio verso Donald Trump (e l’Ue non è esente da nessuna delle due derive), può facilmente capire che la Nuova via della seta (Belt and Road Initiatve, Bri, “Una cintura una strada” in cinese) è un colossale e ambizioso progetto ideato da Pechino nel 2013 per estendere la sua influenza in tutto il mondo.

GLI INTERESSI EGEMONICI DELLA CINA

La Bri infatti attraverso la costruzione di strade, porti, ferrovie, aeroporti, pipeline per petrolio e gas naturale, reti e centrali elettriche e linee a fibra ottica in decine di paesi coinvolgerà i due terzi della popolazione terrestre e oltre un terzo del Pil mondiale. La Cina, pur non dichiarandolo esplicitamente, ha tre grandi obiettivi:

  • Economico. Nel 2018 il Pil cinese è cresciuto del 6,6%, il dato più basso dal 1990. Per evitare nuove frenate dell’economia, la Cina ha bisogno di nuovi mercati dove espandersi e nuovi progetti dove impiegare la propria sovracapacità industriale in settori come l’acciaio, l’alluminio, il cemento, i prodotti chimici, la cantieristica navale e l’edilizia. Secondo il Center for Strategic and International Studies di Washington, al momento sono cinesi l’89% delle aziende impegnate nella realizzazione delle infrastrutture, dei porti, delle autostrade e delle ferrovie.
  • Geopolitico. Secondo uno studio del Center for Global Development, già otto paesi si sono indebitati a tal punto con la Cina da esserne diventati del tutto «dipendenti»: Pakistan, Gibuti, Maldive, Laos, Mongolia, Montenegro, Tagikistan e Kirghizistan. Brahma Chellaney, docente di studi strategici al Center for Policy Research di Nuova Delhi, ha parlato di «imperialismo del creditore» e «schiavitù del debito».
  • Strategico. Attraverso la Bri, la Cina conferma di avere una vocazione globale e di volere fare concorrenza agli Stati Uniti lanciando un progetto tutt’altro che innocuo.

GIÀ INVESTITI 1.200 MILIARDI DI DOLLARI

Dal 2013 Pechino ha già firmato 2.200 accordi in oltre 80 paesi per un valore complessivo di 1.200 miliardi di dollari e gli investimenti tra il 2016 e il 2020 potrebbero raggiungere la cifra mostruosa di 10.600 miliardi di dollari. E poiché neanche le tasche del regime cinese sono senza fondo, il gigante asiatico ha bisogno dell’appoggio di banche internazionali e partner occidentali credibili. Come l’Italia appunto.

La Bri prevede la realizzazione di sei corridoi commerciali che collegheranno più rapidamente Pechino e le sue merci all’Asia, all’Africa e all’Europa. Nel progetto ideato dal governo cinese (che è già cambiato più volte negli anni), l’Italia diventerebbe il punto di approdo della Via marittima che collegherà Cina, Bangladesh, India, Myanmar e, attraverso il Canale di Suez, Grecia e appunto Italia. Dai nostri porti (Trieste, Venezia, Genova) le merci dovrebbero poi essere trasportate in tutta Europa.

LE PREOCCUPAZIONI DEGLI USA

Impegnati da oltre un anno nella guerra dei dazi contro la Cina, gli Stati Uniti sono comprensibilmente preoccupati dall’adesione di un paese come l’Italia al progetto cinese (che secondo il Corriere della Sera potrebbe fruttare a Roma ricche joint venture in progetti energetici in Egitto, Azerbaigian, Kazakistan e Georgia). Da giorni funzionari dell’amministrazione Trump si dichiarano «scettici» che l’Italia possa trarne benefici e lanciano velate minacce: «La firma di Bri potrebbe limitare la nostra capacità di investire».

Ma come dichiarato in un’intervista alla Verità dal viceministro leghista alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, anche se

«gli Stati Uniti sono alleati e bisogna rispettarli, riteniamo importante che Xi riconosca l’Italia come paese strategico nel Mediterraneo. Se poi ci dicono che non possiamo commerciare con la Russia, né con la Cina, né con l’Iran, né con buona parte dei paesi africani e mediorientali. Se non arriva una nave americana nei porti italiani… Con chi commerciamo? Non vorrei che quello che l’Italia non può fare, poi lo fa la Francia».

OLANDA E GERMANIA SÌ, ITALIA NO?

E arriviamo all’Unione Europea. Bruxelles ora si inquieta per le mosse italiane, ma forse non si è accorta che negli ultimi anni la Cina ha già firmato memorandum con Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Slovenia e Grecia. Non solo, uno dei corridoi terrestri collegherà orizzontalmente la provincia cinese dello Jiangsu con Rotterdam, in Olanda, passando per Duisburg, in Germania. E ancora: i porti di Rotterdam e Amburgo (soprannominato “Han Bao”, cioè “Fortezza dei cinesi”) sono già legati da accordi con la Cina riguardanti la Nuova via della seta. Olanda e Germania sì, Italia no?

Quando Trump ha lanciato la guerra dei dazi per contrastare il modo (irrispettoso delle regole internazionali) della Cina di fare business (protezionismo, furto di tecnologia, sovracapcità di materie prime) e si è ritirato dall’Accordo di Parigi sul clima, Angela Merkel ed Emmanuel Macron su tutti si sono affrettati a elogiare Xi Jinping come nuovo alfiere della globalizzazione. Ora la Commissione Europea si sveglia e mette in guardia dal «doppio gioco» della Cina, dalla situazione pessima dei diritti umani, dall’impegno fasullo sui cambiamenti climatici, dalla violazione delle regole internazionali.

È vero che la Commissione sottolinea l’importanza di trattare con la Cina «uniti», ma la verità è che Pechino non ha nessuna intenzione di trattare con Bruxelles, preferendo gli accordi bilaterali. Non solo perché così ritiene di strappare accordi più convenienti ma anche perché percepisce la galassia europea (e non a torto) come un insieme di Stati molto poco uniti tra di loro. Ecco perché è forte l’impressione che l’uscita dell’Unione Europea sia non solo l’ennesimo tentativo di rifilare una stoccata al governo “sovranista” italiano, ma anche un tentativo di impedire un accordo vantaggioso per uno dei suoi membri in un’ottica concorrenziale.

ALTRO CHE “WIN-WIN”, OCCORRE ATTENZIONE

Detto questo, non ci illudiamo che il progetto cinese sia neutrale né ci beviamo la retorica dell’accordo “win-win”. La Cina ragiona sempre con logica imperiale ed egemonica e per questo il governo farà bene a stare attento a ciò che firma, per non fare la fine della Grecia, che ha svenduto a Pechino le sue infrastrutture. Il regime comunista però ha bisogno dell’Italia e di ciò che rappresenta nel mondo e nel Mediterraneo per guadagnare credibilità e per questo un buon accordo può essere raggiunto, con le dovute cautele, come scritto ieri nel suo editoriale sul Corriere da Franco Venturini:

«Che fare, allora? Bendarsi gli occhi e firmare con i cinesi? Ascoltare l’America e fare marcia indietro? A nostro avviso in entrambi i casi rinunceremmo a difendere l’interesse nazionale italiano. Dobbiamo almeno restringere al massimo la portata del memorandum e adottare un metodo diverso per i singoli progetti che verranno in un secondo tempo. E dire «sì», se possibile assieme ad altri europei, soltanto dopo che le necessarie garanzie politiche e di sicurezza saranno state date e sottoscritte dai cinesi. La Cina può far parte dell’interesse nazionale italiano. A condizione che il governo italiano capisca per tempo quale partita epocale sta giocando».

Foto bandiere Italia-Cina da Shutterstock