Apologia di Bersani. Come e perché il segretario del Pd passerà alla storia

Comunque la si voglia vedere, Pier Luigi Bersani passerà alla storia. Quella laterale e sfaccettata della politica italiana di una repubblica in cui tutta cambia perché nulla cambi, ma pur sempre di storia si tratta. Il suo merito sarà quello di aver incardinato sui solidi binari della socialdemocrazia europea quella geniale ed eterea intuizione che ebbe Walter Veltroni non più di qualche anno fa: incamminarsi sulla strada di un partito unico della sinistra. Che poi, tra un Idv e una Sel, non sia stato così è da attribuire agli sfaccettati rivoli della politica e dell’eterno groviglio del nostro sistema dei partiti. E più di qualche responsabilità va attribuita al gioco di prestigio della Seconda repubblica, che ha dato l’illusione di avviarsi verso un sano bipolarismo tendente al bipartitismo, salvo poi crollare sotto i colpi di un’oziosa inerzia generalizzata nel voler cambiare le regole del gioco.

Rimane che il visionario eloquio del fu sindaco di Roma, il suo azzardo che ebbe il prezzo di terremotare l’allora maggioranza di governo e riconsegnare il paese all’avversario di sempre, ha trovato un solido rifugio nelle mani del segretario. Il Pd ha impiegato quasi un lustro per completare quel processo di cambiamento che la socialdemocrazia tedesca compì in una Bad-Godesberg qualunque. Ma oggi può vantare di essere l’unico albero con radici solidamente piantate nella terra mentre l’uragano imperversa, spezzando e rimescolando possibili alleati ed eterni nemici. Un’epoca segnata da un mix di personalismo (poco) carismatico e radicamento identitario. La figura del romanziere Veltroni è stata studiata e sviscerata, anche se forse non a sufficienza. Su quella di Bersani c’è – e ci sarà – ancora molto da dire.
Dopo diversi tentennamenti, ha cercato di mantenere la promessa di dare “un senso a questa storia”, come promettevano i manifesti con i quali si candidò alla segreteria.

Il segretario Democratico è un uomo dell’establishment, capofila di un solido e agguerrito cartello sanamente oligarchico (nel senso in cui Robert Michels parlava di oligarchia) che punta all’esercizio del potere in quanto mezzo di autoconservazione. Maratoneta della mediazione, Bersani è stato capace di assumere decisioni importanti proprio facendosi scudo della propria fama. Il non essere considerato un decisionista, un prevaricatore, ha derubricato a qualche mal di pancia la contestazione derivatagli dalle sue scelte più impopolari. A partire dalla scelta di non approfittare dell’implosione della maggioranza berlusconiana per cogliere un facile successo elettorale per consolidare il partito in vista del voto. Arrivando alle primarie, che hanno sia consacrato la sua leadership personale (grazie alla scelta di un secondo turno che portasse gioco forza l’asticella del vincitore al di sopra della maggioranza assoluta), sia hanno permesso al Pd di compiere un ulteriore passo nella sua evoluzione. Per sintetizzarla in una battuta, dall’eterno confronto tra ex (Ds e Margherita), le categorie interne al partito si sono oggi trasformate in bersaniani e renziani. E non si sottovaluti la capacità del segretario di “normalizzare” Matteo Renzi e i suoi, renderli protagonisti laterali ma irrinunciabili della vita del partito. Laddove, in altri lidi e in altre circostanze, avremmo assistito ad una scissione inevitabile.

Forse Bersani sarà capace di disperdere il capitale politico acquisito in questi mesi. Probabilmente la frammentazione dei partiti e (probabilmente) del voto penalizzerà il Pd e le sue scelte future. Rimarrà che le scelte dell’ultimo quinquennio hanno consolidato la vita di uno dei pochi grandi partiti europei nati non sotto la scorta di un cambiamento drastico della legge elettorale o di un grande trauma nazionale, ma di un’intuizione iniziale e di consequenziali scelte politiche.

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