«Il mio messaggio natalizio dietro alle rocce che fanno discutere Bologna»
Chi conosce Marco Bernardi sa che questo 48enne imprenditore bolognese non si fa troppi problemi a prendere posizioni forti, pur rivestendo il ruolo di presidente di un’azienda come Illumia. Non sorprende dunque di per sé l’acceso dibattito suscitato da Iwagumi – Dismisura, la maxi installazione dell’artista australiano Nimrod Weis inaugurata domenica scorsa in piazza Maggiore a Bologna e che qui resterà esposta fino al 26 dicembre. In città non si parla d’altro da una settimana. E non solo per il successo dell’iniziativa, promossa da Bologna Festival e sponsorizzata proprio da Illumia. A stupire questa volta è forse il merito di alcune contestazioni mosse al progetto. Le gigantesche finte rocce gonfiabili alte fino a 14 metri sparpagliate sul “Crescentone” dell’iconica piazza cittadina davanti a San Petronio, che di notte si illuminano cambiando completamente aspetto ed effetto, sono state accusate niente meno che di «umiliare la tradizione cristiana» del Natale, oltre a essere metaforicamente scagliate contro il Comune per punirne il cattivo gusto e lo «sperpero di denaro pubblico». Abbiamo chiesto a Bernardi di darci la sua versione.
Com’è andata l’inaugurazione?
Molto bene: diecimila persone in piazza ad assistere alla prima accensione delle rocce e tutto si è svolto in un bel clima, sia durante l’esibizione della soprano Iolanda Massimo e del pianista Paolo Andreoli, sia durante gli interventi del sindaco Matteo Lepore, di Maddalena da Lisca, sovrintendente di Bologna Festival, dell’artista e del sottoscritto. È stato un momento semplice e bello.
Illumia lo ha annunciato come «un vero regalo di Natale per la città» e lei stesso domenica sera ha voluto dire pubblicamente che «l’opera è profondamente natalizia». In che senso?
Non pretendiamo certo di decidere noi che cosa l’artista volesse dire con questa opera, però, proprio perché si tratta di arte, in accordo con lui, siamo stati liberi di leggerla e proporla nel modo che ci appariva più adeguato.

E che cosa ci avete visto in Iwagumi?
La decisione di proporla in questo periodo discende in particolare da una suggestione del poeta Davide Rondoni, che guardando le immagini di altre esposizioni ha reagito con quella sua tipica immediatezza creativa proponendo di “sottotitolare” l’opera Dismisura.
Perché Dismisura?
Sono due i “poli” della suggestione di Rondoni. Da una parte la sproporzione dell’uomo davanti alla natura, la stessa esperienza che ciascuno fa davanti all’oceano o a un bel tramonto, a una montagna maestosa: queste rocce monumentali ti obbligano in qualche modo a guardare in alto, a riscoprirti piccolo e quindi a ritrovare la giusta umiltà in un’epoca in cui l’uomo tende invece a imporre se stesso come misura di tutto.
Poi c’è il “polo” del Natale.
Sì, come ho detto nella serata inaugurale, questa dismisura ha molto a che fare con il Natale, perché questa sproporzione che ti obbliga a guardare in alto, verso il cielo, aiuta anche a ricordare un fatto eccezionale accaduto duemila anni fa, il fatto cioè che quel cielo è diventato un bambino che piange e che ride. Dio che si fa uomo e compagno nostro davanti alle difficoltà e alle gioie della vita: il fatto storico che rompe ogni misura. Non è un caso nemmeno che sullo sfondo di tutto questo ci sia la basilica di San Petronio, che tra l’altro domenica durante l’evento ha tenuto le porte aperte: a simboleggiare che quel fatto accaduto duemila anni fa si offre al mondo anche oggi, nella Chiesa, come proposta di una strada percorribile.

Parole molto cristiane e molto “natalizie”, il contrario dell’umiliazione della tradizione cristiana.
Si può discutere finché si vuole della riuscita dell’iniziativa, ma Illumia di certo non farà mai nulla con l’intenzione di smentire la tradizione a cui orgogliosamente appartiene, quella cristiana.
Il messaggio è stato recepito dalla piazza domenica?
Io ho detto tutte queste cose in maniera chiara nel silenzio di diecimila persone che ascoltavano. Che il messaggio sia passato posso solo augurarmelo.
Qualcuno contesta che in realtà a Nimrod Weis del Natale non importa nulla: lo avete aggiunto voi pretestuosamente.
Che sia una lettura nostra è vero, che sia posticcia secondo me no. L’artista nella sua laicità non include nell’opera il concetto del Natale, però nella suggestione rondoniana della dismisura si è ritrovato eccome, tanto è vero che ha accettato di “intitolarla” proprio così in italiano. Lui non la chiama esperienza religiosa, ma di fatto lo è. Oso aggiungere: per fare “arte cristiana” non è mica necessario essere per forza cristiani né utilizzare esclusivamente un immaginario esplicitamente cristiano. Cosa su cui non avrei nulla da ridire, per altro.
Sicuro che non ci sia la volontà di fare uno sfregio al Natale da parte di un’amministrazione «comunista», come protesta qualcuno?
Io non sono una persona di sinistra e questo a Bologna lo sanno anche i sassi, per restare in argomento. Detto questo, però, il Comune non c’entra nulla. Non gli si si può imputare nessuna responsabilità ideologica: ci ha solo concesso il permesso di utilizzare la piazza, apprezzando il fatto che il nostro intento fosse quello di valorizzare un’espressione artistica.

Nessuno spreco di soldi pubblici, quindi?
Il Comune non ci ha messo un euro, ci mancherebbe altro. Oneri e onori spettano ai promotori.
E che cosa risponde a chi critica l’opera perché è semplicemente «brutta»?
Questo ci sta. È una proposta culturale e come ogni proposta perturba, obbliga ognuno in qualche modo a prendere posizione. Il nostro obiettivo era proprio che accadesse questo. Siamo contenti che il progetto abbia risvegliato tutti noi dal torpore natalizio, strappandoci dall’unica preoccupazione dei regali da mettere sotto l’albero. Che l’opera piaccia o non piaccia, poi, mi sembra secondario. Anzi, ammetto che alcuni meme circolati in questi giorni erano molto simpatici: li abbiamo rilanciati attraverso i canali social di Illumia.
Insomma, siete contenti che un dibattito ci sia.
Ma certo, è la conseguenza più positiva della nostra iniziativa. E non fa niente se il livello della discussione è un po’ “di pancia”, tocca a noi insistere nel proporre la profondità che ci interessa. Il concetto della sproporzione tra l’io e la natura, per esempio, è passato, mi pare di poter dire che lo abbiano colto tutti.
Bilancio positivo quindi?
Quando si arrischia una proposta, ci si deve prendere anche la responsabilità di quello che si dice, e sono ben cosciente che potremmo aver “osato troppo”. La genesi della proposta, comunque, ha totalmente a che fare con la memoria e il significato del Natale, per questo valeva la pena di rischiare. Come diceva Lorenzo de’ Medici: «Dica pur chi mal dir vuole, noi faremo e voi direte».
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