Diabolico è piangere su Pompei e pretendere di avere la cultura gratis

Il diavolo va a nozze con la lagna sul degrado dei tesori del Belpaese

Mio caro Malacoda, periodica, in Italia, è la lamentazione per come viene trascurato il vero patrimonio nazionale, la cultura. La citazione classica in ogni salotto engagé recita: “Il 50 per cento del patrimonio culturale dell’umanità è in Italia. Abbiamo questa ricchezza e non la sappiamo sfruttare come fanno altri paesi, anzi non sappiamo neanche tutelarla…”. Inizia poi l’elenco dei crolli di Pompei, degli orari dei musei…

In questi giorni si è aggiunto un dato giudicato preoccupante. I giornali hanno constatato con amarezza che la crisi ha colpito anche i consumi culturali: «Dopo 10 anni di resistenza abbiamo rinunciato anche ai consumi culturali». Questo l’annuncio ferale di un grande quotidiano, che scopre solo adesso che gli italiani erano grandi consumatori di cultura, mentre sinora li accusava sdegnosamente di essere “alle vongole”. A sostegno della tesi del popolo ignorante imbesuito dalla tv si portavano le statistiche di lettura: nel 2010 solo 47 italiani su 100 avevano letto almeno un libro, nel 2011 sono scesi a 45. Mentre legge ben il 61,4 per cento degli spagnoli, il 70 per cento dei francesi, l’82 per cento dei tedeschi e il 72 per cento degli americani.

Oggi invece scoprono che i consumi culturali sono stati in costante aumento dal 2001 al 2011 (+26,3 per cento), ma sono scesi nel 2012 (-4,4). A tre anni dall’inizio della crisi (2008) in cui ha continuato a spendere in cultura sino ad arrivare nel 2011 a 72 miliardi, il popolo italiano ha ceduto. Nel 2012 di miliardi ne ha spesi solo 68,9. Non va più a teatro (-8,2 per cento), a mostre e musei (-6), ai concerti classici (-23), e non frequenta più i siti culturali (-9,5).
Io non ho intenzione qui di addentrarmi nelle motivazioni (la colpa pare sia della politica che non sa stimolare la domanda che, assicurano gli esperti, pur esiste), ma farti notare un paradosso: gli italiani sono così ricchi di cultura che la considerano come una parte del panorama, come un bel tramonto, e gli piace averla gratis. Ma questa è una pretesa contemporanea, non è stato sempre così, quello che oggi vogliono ammirare gratis nella storia gli italiani se lo sono comprato, eccome. Non è vero che nei periodi di crisi non si investisse in cultura, pensa ai benedettini dopo il crollo dell’impero romano, pensa alla Fabbrica del Duomo di Milano che ha continuato a raccogliere gli oboli del popolo anche durante le carestie del ’600, pensa ai sacrifici delle famiglie operaie e contadine nel Dopoguerra per mandare i figli all’università. Da un certo punto in poi l’italiano ha preteso che il sapere fosse gratis: ti basti l’esempio delle richieste di copie omaggio dei libri da parte di professori e giornalisti, gente che sfoggia scaffali stracolmi di tomi alle proprie spalle in ogni pensosa intervista. O quello dei furti in libreria, che possono essere a ragione definiti “un classico della letteratura”: la settimana scorsa è stato arrestato un uomo (non un disoccupato senza reddito) che aveva nascosto sotto i vestiti ben tredici libri per un valore di 250 euro.

Ora, chi ruba apprezza ciò che ruba e in qualche modo gli rende omaggio, rischia (la galera) per ciò che considera un valore. Chi pretende gratis ciò che proclama essere un valore in fondo non lo considera tale. La cultura e l’istruzione in Italia vivono di questo paradosso: le osannano ma non sono disposti al sacrificio economico che permette di goderne. A noi diavoli va bene così, chi è pronto al sacrificio smette di lamentarsi.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche