Ben Weasel: Te Deum laudamus per la nostra Chiesa ostinata

«Se ciò che Dio vuole da noi è l’amore, la cosa che vuole che facciamo, innanzitutto, è perseverare. Alla fine l’unico peccato è arrendersi». L’inno di un’icona del punk rock, leader degli Screeching Weasel

ben-weasel-facebook-2Come da tradizione, anche nel 2013 l’ultimo numero del settimanale Tempi è interamente dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso firmati da diverse personalità del panorama sociale, culturale e civile italiano e non solo. Nella rivista che resterà in edicola per due settimane a partire dal 27 dicembre, troverete, tra gli altri, i contributi di Carlo Caffarra, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, Ben Weasel, don Gino Rigoldi, Costanza Miriano, Luigi Amicone, Marina Corradi, Aldo Trento, Pippo Corigliano, Monica Mondo, Francesco Belletti, Antonio Saladino, Samaan Daoud da Damasco, Claire Ly, Susanna Campus, Fred Perri, Berlicche.

Pubblichiamo qui il Te Deum di Ben Weasel. Benjamin Foster, in arte Ben Weasel (nelle foto in questa pagina, tratte da Facebook), è il leader della storica band punk rock di Chicago “Screeching Weasel”, nata nel 1986. Precursore di un intero genere musicale, ha influenzato profondamente gruppi come i Blink 182 e i Green Day (di cui è grande amico). Ben Weasel è considerato in tutto il mondo un’icona punk non solo per la sua musica, ma anche per le sue posizioni originali e non convenzionali che hanno ispirato più generazioni di sostenitori sfegatati del rock. Sposato e padre di tre figli, ha dato l’ennesima prova di essere una voce fuori dal coro convertendosi al cattolicesimo.

tempi_te_deum_2013_copertinaCerco di ricordare di ringraziare Dio per le cose belle della mia vita e, quando mi sento un po’ più devoto, anche per quelle schifose. Ma soprattutto ringrazio Dio per la grazia della permanenza nella speranza. Se ciò che Dio vuole da noi è l’amore, la cosa che vuole che facciamo, innanzitutto, è perseverare. Alla fine l’unico peccato è arrendersi.

Penso a Caterina da Siena, che ha dovuto sopportare le pressioni della famiglia. Volevano che facesse come tutte le ragazze, che si sposasse. Credevano che fosse come tutte le altre, e che avrebbe abbandonato quella religiosità e quella devozione che sembravano carine e simpatiche a prima vista, ma devono essere diventate parecchio irritanti quando hanno preso a interferire con i progetti che la famiglia aveva su di lei. Come Cristo, lei ha obbedito ai genitori, ma, sempre come Cristo, ha perseverato con quella caparbia determinazione che è rara oggi come allora.

E penso ai cattolici che si lamentano della Chiesa perché non è al passo coi tempi e vorrebbero che cambiasse. Queste invocazioni contengono sempre due assunti: primo, che il cambiamento (in realtà, la voglia di inchinarsi alle tendenze culturali del tempo) porterà nuovi fedeli e risveglierà i cattolici addormentati; secondo, che l’assenza di cambiamento avrà come esito la morte della Chiesa.

La prima idea appare chiaramente falsa. Non riesco a pensare a nessuna istituzione religiosa che è riuscita a ingrossare le sue fila rimpiazzando i precetti con un sacco di distrazioni. Per quanto riguarda la seconda, il fatto che la Chiesa cattolica sia sopravvissuta per duemila anni opponendosi ai modi del mondo rende improbabile la sua morte definitiva per non avere ordinato le donne o non aver sposato le coppie gay.

In realtà, è esattamente per la perseveranza della Chiesa nonostante i contrasti e le opposizioni che noi patetici, modesti peccatori possiamo sperimentare che quello che essa ci offre è reale e vero; è per questo che possiamo inginocchiarci davanti al tabernacolo e, piangendo lacrime di contrizione e gioia, mendicare e ricevere la pietà del Signore. L’impegno incessante della Chiesa nel fare la volontà di Dio parla ai poveri, a chi è solo e ai disperati con più forza e chiarezza rispetto a quelli che si lamentano del suo rifiuto di abbracciare le istanze culturali della modernità. È con la perseveranza nel proclamare la carità che la Chiesa fa entrare chi la cerca. Di sicuro è stato così per me.

ben-weasel-facebook-3In un certo senso la mia vita è stata difficile, alle volte, specialmente per via dell’ansia e della depressione. Ma da quando ho memoria, per quanto mi sia lamentato, per quanto sia stato difficile riconoscere il bene in me e negli altri, per quanto abbia rifiutato spesso ciò che era ragionevole per scegliere quello che mi trascinava giù, non c’è mai stato un momento in cui ho perso del tutto la speranza.

Nei momenti di angoscia e di miseria
Anche quando ho toccata il fondo, ho sempre avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di meglio sulla mia strada, una specie di smodato ottimismo che mi costringeva a guardare a cose più importanti dei miei problemi. Ricevere questa grazia è un dono di una potenza che non riesco a descrivere con le parole, specialmente avendo conosciuto così tante persone che si sono arrese alla disperazione.

Rendo grazie, dunque, per il dono della speranza, sapendo che mi è arrivata in modo assolutamente immeritato, e che contagia ogni cosa. È possibile avere una moglie bellissima e premurosa, tre bambini meravigliosi, una casa in cui crescerli e un lavoro con cui sostenerli soltanto perché Dio mi ha dato speranza nei momenti di angoscia e miseria. E rendo grazie per la Chiesa di Cristo, luce che illumina il cammino attraverso l’oscurità, e che continua a guidare tutti noi peccatori in cerca di perdono, e che, come Davide, hanno corpi che anelano e anime che hanno sete del Signore.

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