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Belgio. “Laura” si chiama Emily e non si è uccisa con l’eutanasia (nonostante il tifo dell’Economist)

novembre 13, 2015 Leone Grotti

Un film del giornale inglese sulla 24enne, sana ma depressa, cerca di far passare una tesi terribile: è l’eutanasia a darle speranza

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«Non posso farlo. Le ultime due settimane sono state relativamente sopportabili. Non ho avuto crisi, non so perché. Forse perché la serenità della morte era così vicina? O forse è cambiato qualcosa in me?». Come anticipato da tempi.it, Laura, ragazza belga di 24 anni che ha chiesto l’eutanasia perché depressa e «inadatta alla vita», questa estate non si è uccisa e ha rifiutato l’eutanasia.

LAURA È EMILY. Martedì 10 novembre The Economist ha mandato in onda il film “24 & Ready to Die” (24 anni e pronta a morire), nel quale viene presentata la storia di Laura, che in realtà si chiama Emily, e del suo dramma. Il video è un gigantesco ed emotivo spot in favore dell’eutanasia, del diritto di morire e della libertà di scegliere come e quando morire, a prescindere dalle proprie condizioni di salute.
Il film comincia con Emily, il suo bel volto inquadrato da vicino, che riassume bene il dramma di una vita in una sola frase: «Ciao, sono Emily, ho 24 anni, vengo dal Belgio, questo documentario è sulla mia richiesta di eutanasia a causa di sofferenze mentali. E quando vedrete questo documentario io non sarò più qui». L’Economist fa capire subito da che parte sta. La primissima cosa che dice la voce fuori campo è questa: «Il diritto di morire può essere un principio morale complesso ma è anche un diritto umano fondamentale».

OMISSIONI. Tutta la storia di Emily e del suo enorme disagio psicologico, del quale il giornale inglese omette la causa principale, cioè un’infanzia infernale segnata da un padre alcolista e violento che le ha fatto desiderare il suicidio già a sei anni, viene raccontata secondo questo schema: Laura soffre in modo insopportabile, non esiste una cura farmacologica per lei, quindi ha diritto di morire. In un film di oltre 21 minuti, non c’è spazio per una voce fuori dal coro. All’unica dottoressa che spiega perché si può sempre migliorare vengono dedicati appena 39 secondi. Nel video viene anche omesso il modo in cui alla ragazza è venuto in mente di richiedere l’eutanasia: solo dopo l’incontro in clinica psichiatrica con Sarah, che stava organizzando la sua propria eutanasia.

«MI SENTO VUOTA». Emily ha pensato di uccidersi con l’iniezione letale di Stato nel 2013. Quell’anno registrò queste parole: «Ne ho abbastanza di tutto questo. Niente riesce più a parlarmi, niente mi raggiunge più. Ci ho provato, ma qualsiasi cosa faccia mi sento vuota». In un altro passaggio però dice: «Se fosse sopportabile, preferirei vivere». Per questa mancanza di senso, per questo male di vivere «noi non abbiamo soluzione farmacologica. Non abbiamo niente da offrire. Emily non può recuperare», spiega nel video uno dei suoi medici, la psichiatra Lieve Thienpont. Per i medici non esiste altro oltre alla scienza, niente che possa rispondere a quel desiderio comunque espresso: «Preferirei vivere». E siccome la scienza non ha «niente da offrire», Emily deve poter morire.

LA MORTE IN OGNI CASO. Per tutto il film, la voce fuori campo insiste su un concetto, che poi viene ben espresso dalla psichiatra: «Molte persone sono sollevate dal fatto di sapere che possono ottenere il suicidio assistito. Quando li si rassicura sul fatto che c’è un’uscita di emergenza, ecco, questo li aiuta ad andare avanti». Una simile posizione è una contraddizione in termini, come svela la stessa Emily, che dichiara di essere atea: «Se non avessi avuto l’eutanasia, mi sarei uccisa da sola». Cambia il mezzo, non il risultato: la morte.

EUTANASIA COME SPERANZA. Ma Emily ha deciso di non uccidersi: né da sola, né con l’iniezione letale. Forse è stato grazie alla mamma e alle amiche: queste, come si capisce dalle poche parole pronunciate davanti alla telecamera, hanno cercato di dissuaderla. Il film non racconta i fatti in modo imparziale, ma tifa chiaramente per un’ipotesi e lancia un messaggio terribile: se non si è uccisa è grazie all’eutanasia, l’eutanasia dà speranza, l’eutanasia preserva la vita.

DUE VERITÀ. Questo è anche quello che i suoi medici ripetono per venti e passa minuti. Ma non è quello che dice Emily. La ragazza di 24 anni si domanda: «Forse è cambiato qualcosa in me?». A questa domanda ancora non c’è una risposta, ma due cose sono certe. Primo: Emily doveva morire in estate e invece è viva. Secondo: per la sua psichiatra «Emily non può recuperare», ma come dice la ragazza: «Le ultime due settimane sono state relativamente sopportabili». Aveva quindi ragione quella dottoressa che l’Economist relega in appena 40 secondi: «Ci sono condizioni gravissime ma si può sempre migliorare e andare avanti».


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