“Beep Beep” Apple continua a sfuggire alla caccia dell’Unione Europea

L’Irlanda vuole essere il paradiso fiscale delle multinazionali americane e britanniche. Il Tribunale dell’Ue offre il suo aiuto

L’inseguimento senza fine del XXI secolo non è più fra Willy il Coyote e Beep Beep, o fra la Ferrari e la McLaren. o quello fra Armand D’Hubert e Gabriel Féraud nei Duellanti di Ridley Scott; a sfidarsi in un duello infinito sono le istituzioni europee e la Apple, l’azienda privata prima al mondo per profitti realizzati: 55 miliardi di dollari l’anno scorso, 59,5 miliardi di dollari nel 2018. L’Unione Europea cerca in tutti i modi di mettere il sale sulla coda  alla multinazionale fondata da Steve Jobs, ma finora non c’è mai riuscita.

LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DELL’UE

Com’è noto, il Tribunale dell’Unione Europea il 15 luglio scorso ha dato ragione ad Apple e ha annullato la multa da 13 miliardi di euro – la più alta mai comminata a un’impresa privata – che la multinazionale americana avrebbe dovuto pagare secondo quanto deciso dalla Commissione Europea su istanza dal commissario alla Concorrenza, la signora Margrethe Vestager. Si è chiuso così il secondo round di un duello cominciato il 29 agosto 2016, quando la Commissione Europea aveva ordinato a Apple di versare 13 milioni più interessi di tasse non pagate al fisco irlandese, rappresentando i benefici fiscali di cui le sue sussidiarie europee avevano goduto in Irlanda come aiuti di Stato illegali. Nel frattempo la Ue ha aperto indagini antitrust sull’App Store di Apple e su Apple Pay, accusando la multinazionale di pratiche monopolistiche ed atti di concorrenza sleale. E alcuni europarlamentari si sono lamentati del fatto che la app iVote che il Parlamento europeo ha fatto scaricare agli eurodeputati per permettere loro di votare proposte ed emendamenti in commissione durante la quarantena per il Covid 19 è un software della Apple! Per poterlo utilizzare, è necessario approvare le condizioni d’uso che Apple chiede al momento dell’apertura dell’account, e che implicano che i dati restino registrati sui server della multinazionale americana.

È successo tutto nel giro di un mese, e se andiamo in ordine cronologico, ad aprire le ostilità è stata ancora una volta la Ue attraverso l’instancabile commissario alla Concorrenza Vestager, giunta al suo secondo mandato, che il 16 giugno scorso ha aperto una doppia indagine formale sulla multinazionale di Cupertino dopo che l’anno scorso la piattaforma musicale Spotify e il lettore di ebook Kobo avevano presentato denunce contro Apple. La prima indagine riguarda in particolare l’uso obbligatorio sull’Apple Store del sistema di proprietà dell’azienda per acquistare le applicazioni e le restrizioni alla possibilità per gli sviluppatori di informare gli utenti di iPhone e iPad dell’esistenza di possibilità di acquisto più economiche nel web. Kobo lamenta le commissioni del 30 per cento che Apple trattiene per gli acquisti di ebook effettuati tramite il suo Store, commissioni che non esistono se si acquistano prodotti Apple. Per quanto riguarda Apple Pay, il sospetto è che l’azienda utilizzi un accorgimento tecnico per tagliare fuori i concorrenti. Nei telefoni e nei tablet Apple infatti il chip Nfc, quello che permette i pagamenti contactless, funziona bene solo con il servizio pay sviluppato dal gruppo.

LA POLEMICA SU IVOTE

Più o meno negli stessi giorni è scoppiata un’altra polemica che ha al centro la Apple: Marcel Kolaja del Partito pirata ceco, vicepresidente del Parlamento europeo e responsabile per le politiche delle tecnologie Ict, ha denunciato che la app utilizzata da alcune settimane per le votazioni in alcune commissioni parlamentari funziona solo su apparecchiature Apple come gli iPad e gli iPhone, e comporta che gli eurodeputati abbiano un account con Apple e condividano i loro dati personali con l’azienda. «Il diritto ad esercitare il mandato parlamentare non può dipendere dal consenso che si dà ai termini di servizio di una ditta privata», ha dichiarato. «Non dovremmo creare sistemi informativi che dipendono da un particolare venditore che ha il brevetto sul sistema. Non è una soluzione».

Una nota interna del parlamento ha replicato a Kolaja affermando che la app è stata «specificamente concepita per gestire i voti in commissione e nelle attuali circostanze non abbiamo il tempo per adattarla ad altre piattaforme. (…) Effettuare l’accesso a iCloud è una necessità tecnica per inoltrare i voti attraverso la cloud di Apple, (…) il log in per votare con iVote di per sé non condivide nessun dato con Apple che non fosse stato già condiviso quando si è creato l’account con Apple». La spiegazione non lascia tutti soddisfatti, infatti in assemblea plenaria per tutto il periodo della chiusura del parlamento dovuta al Covid 19 i voti sono stati inviati per email scannerizzando dei moduli di votazione, e non con la app iVote.

PARADISO FISCALE

Su tutto questo il 16 luglio si è abbattuta la sentenza con cui il Tribunale della Ue ha stabilito che la Commissione non era riuscita a dimostrare che Apple aveva usufruito di aiuti di Stato in Irlanda. Il che è davvero bizzarro, perché la già bassa tassazione irlandese (12,5 per cento) sui profitti delle multinazionali non è stata applicata ad Apple, che di fatto ha pagato in tasse al fisco irlandese appena lo 0,005 per cento all’anno dei profitti delle vendite dei suoi prodotti nei paesi dell’Unione Europea in un periodo che va dal 2004 al 2014. Come è stato possibile questo? Attraverso due accordi fiscali che la Apple ha concluso con l’Irlanda, nel 1991 e nel 2007. Sulla loro base, Apple ha creato due sussidiarie irlandesi concepite come entità fantasma: Apple Sales International (Asi) e Apple Operations Europe (Aoe), compagnie con sede in Irlanda ma considerate non residenti in termini fiscali e allo stesso tempo non tassabili da parte di altre giurisdizioni in quanto aventi lo status di aziende irlandesi.

A ciò si aggiunge che la tassazione sui profitti di queste due entità non è stata calcolata dal fisco irlandese sulla base delle vendite di prodotti Apple in Europa (che nessuno ha potuto tassare!), ma su quella dei costi operativi delle due aziende in Irlanda, che contano alcune centinaia di dipendenti. Una vera situazione da paradiso fiscale, di quelli che la Ue dice di voler combattere con tutte le armi a disposizione e con ripetute liste di proscrizione, ma che finora non è stato possibile modificare. La prima ad opporsi, affiancandosi a Apple in giudizio, è stata la stessa Irlanda, che avrebbe ricevuto 13 milioni di euro più interessi di tasse arretrate! Nessun autolesionismo: l’Irlanda vuole essere il paradiso fiscale delle multinazionali americane e britanniche. Fra le prime 50 aziende operanti in Irlanda 25 sono multinazionali americane che pagano l’80 per cento di tutte le tasse sui profitti d’impresa nel paese e che investono nell’economia irlandese 334 miliardi di euro, una cifra superiore al Pil nazionale (318 miliardi di euro nel 2018). È anche per questo che Vestager, da anni impegnata nella caccia all’elusore fiscale di nome Apple, assomiglia ogni giorno di più a Willy il Coyote.

Foto Ansa