Bastioni di Porta Eritrea. Storie di tanti giovani africani, scampati al mare e approdati a Milano, in attesa di ripartire

Fuggono da un paese annientato da anni di folle dittatura. Affrontano viaggi terrificanti per inseguire chissà quali speranze. E quando non muoiono per strada si ritrovano a Milano. Storie e voci da un esodo gigantesco e invisibile

«Never Eritrea. Never, never, never». L’inglese di Jasmine (nome di fantasia, come tutti quelli degli altri profughi) è elementare e suona duro all’orecchio, ma basta per esprimere l’idea: nel suo paese la ragazza africana non intende tornare. Sette mesi fa se n’è andata di casa, non sa spiegare con precisione il perché, ma la cosa non sembra importarle nulla: nostalgia non ce n’è, sebbene le sue giornate ora offrano ben poco e si riducano alla compagnia dei tanti connazionali che da qualche settimana hanno invaso Milano. Di giorno girano per la città in cerca di qualcosa, alla sera tornano ai Bastioni di Porta Venezia e si accampano in qualche maniera per trascorrere la notte, a centinaia. Un fenomeno migratorio che da metà maggio a oggi si è intensificato spaventosamente, portando nel capoluogo lombardo circa 2.500 eritrei. Arrivano in Libia, s’imbarcano per Lampedusa, risalgono l’Italia in treno e si fermano a Milano. Alcuni giorni nella città lombarda e poi via di nuovo verso nord: Francia, Germania, Svezia e Norvegia.

Jasmine invece non pensa di partire: non ha nessun parente da raggiungere nel Nord, a differenza di altri connazionali. Forse andrà in Inghilterra, ma per ora è più un sogno che un progetto. Nel frattempo se ne sta a Milano e le pare di stare in paradiso rispetto alla durezza di vita del suo paese. Qui non dorme neanche per strada: «Sono in un hotel», dice soddisfatta, riferendosi a quello che in realtà è uno dei dormitori messi a disposizione dal Comune. «A Milano in fin dei conti si sta bene: a Porta Venezia siamo in tanti e ci aiutiamo. E poi non lontano da qui vivono diversi eritrei: sono arrivati anni fa e hanno aperto bar o ristoranti. Per questo ci siamo accampati in questa zona».

È una sera qualsiasi di una settimana di inizio luglio: il caldo dell’estate non morde ancora e la temperatura è godibile, dai locali del vecchio Lazzaretto gronda il vociare della movida milanese. La musica che arriva dai bar non attira però i giovani eritrei, che preferiscono attaccarsi al ritmo gracchiante di una canzone araba, sparata a tutto volume dall’iPhone di uno di loro: sono profughi ma non poveri, e per le mode tecnologiche si trovano sempre i soldi. Tantissimi hanno telefoni all’ultima moda: un ragazzo lo usa per chiamare a casa, altri due hanno le cuffie alle orecchie, in tanti girano durante il giorno in cerca di wifi gratuite per connettersi e guardare i propri profili Facebook. Attraverso internet poi si tengono in contatto con qualche cugino che ha già fatto il loro stesso viaggio e adesso li aspetta nel Nord Europa.

Una camicia per tutti
Anche Simon non ha una vera e propria meta, e tra i ragazzi fermi sui gradini dei Bastioni è uno dei più tranquilli. Quattordici anni fa ha perso il padre in guerra, sua madre era scappata in Svizzera, a Lugano, ma è morta anche lei per un cancro. È stanco e diffidente, non ha nessuno che lo aspetta in Scandinavia. Si accende però appena i volontari dei City Angels si avvicinano a lui e gli offrono una camicia e una coperta. In pochi secondi è accerchiato da altri giovani africani, anche loro in cerca di qualcosa di nuovo da mettersi. Ha 22 anni Simon, e se n’è andato dall’Eritrea perché non vuole fare il servizio militare, una delle disgrazie più funeste del paese. La dittatura di Asmara infatti impone a tutti i cittadini, uomini e donne, di arruolarsi nell’esercito dopo aver compiuto i 16 anni: l’obbligo di leva sarebbe, in teoria, di 18 mesi, di fatto può durare anche 10 anni. Per sei mesi si segue l’addestramento, poi il servizio effettivo. I soldati vengono però utilizzati molto spesso anche per altre mansioni, come costruire strade o linee elettriche, e di fatto l’arruolamento è diventato un modo per controllare la popolazione. I giovani che indossano la divisa vengono chiamati “schiavi moderni”, le diserzioni sono frequenti. Chi lo fa è costretto a fuggire, per gli obiettori di coscienza c’è solo il carcere.

È un dramma il presente dell’Eritrea. La dittatura folle di Isaias Afewerki ha annullato ogni opposizione politica, represso la libertà di stampa, privato tanti giovani di una vita autonoma attraverso il servizio militare obbligatorio. È per questo che i ragazzi scappano a migliaia, andando incontro a viaggi eterni e maledettamente pericolosi. Il rapporto The Human Trafficking Cycle: Sinai and Beyond pubblicato in Olanda dall’Università di Tillsburg afferma che tra il 2007 e il 2012 fino a 30 mila persone nel Corno d’Africa sono state coinvolte nel traffico di esseri umani: tra i 5 e i 10 mila di questi non si sa che fine abbiano fatto. Si sono persi tra il deserto e il Mediterraneo, la spietatezza dei contrabbandieri e la violenza dei beduini che li trasportano attraverso il Sahara.

Di stagione in stagione la situazione si fa sempre più angosciante, e anche la Chiesa di recente ha alzato la voce contro questa moria di giovani: lo scorso 25 maggio, per il 21esimo anniversario dell’indipendenza dell’Eritrea, i quattro vescovi cattolici delle diocesi del paese hanno scritto una lunga lettera pastorale. “Dov’è tuo fratello?” era il titolo, a ricordare le parole che papa Francesco pronunciò a Lampedusa all’indomani di una tragedia che ebbe come vittime soprattutto eritrei. «Fino a quando questa magmatica fuga umana? Perché mai la durezza delle condizioni di vita nelle traversate del deserto e del mare, il peso finanziario che comportano, i rischi per la vita che si corrono, non riescono a convincere i giovani a retrocedere da avventure, o meglio dire disavventure, di queste proporzioni?».

Una terra desolata
La missiva è lunga venti pagine, e prende in esame tante piaghe dell’Eritrea. «Se la patria fosse uno spazio dove regna la pace e la libertà e dove non manca il lavoro, non ci sarebbe nessun motivo per scegliere la via dell’esilio, della solitudine e delle difficoltà di ogni genere», affermano senza paura i presuli, preoccupati dal progressivo disgregamento delle famiglie: «I componenti di ogni famiglia oggi sono sparpagliati tra il servizio nazionale, l’esercito, i centri di riabilitazione, le carceri, con gli anziani lasciati indietro senza nessuno che si prenda cura di loro. Tutto questo sta rendendo l’Eritrea una terra desolata». Ma si parla anche delle prigioni e dei tanti detenuti in attesa di processo finiti dietro le sbarre spesso per ragioni politiche: «Il rispetto delle persone, della loro dignità e dei loro diritti è la pietra angolare della pace. L’assenza di tale rispetto distrugge i fondamenti della pacifica convivenza umana. Per questo chiediamo la liberazione di quanti, arrestati, ne sono in attesa da tempi più o meno prolungati. Sia resa giustizia a quanti sono detenuti senza le dovute norme di legge, i dimenticati nelle prigioni».

Ad Asmara si soffoca, a Milano si prova a tirare il fiato, attendendo soldi e occasioni per andarsene altrove. «È una vera emergenza quella dei profughi eritrei: le prime settimane dopo i loro arrivi sono state molto caotiche. Adesso finalmente siamo riusciti a organizzarci e in qualche maniera proviamo a venire incontro a questa gente. Il problema è che sono tantissimi». Padre Berhane Ghebrekidan è un connazionale di questi ragazzi, e a Milano ci vive da anni. La onlus Aspe (Associazione di Solidarietà e Promozione per l’Eritrea e l’Etiopia) di cui è presidente è una delle associazioni che aiutano gli africani: con l’Opera San Francesco riescono a offrire una mensa agli eritrei, in piazza Velazquez. Qui possono anche lavarsi, oltre a ricevere assistenza medica.

mare-nostrum-marina-lampedusa-migranti7«Che tristezza vederli scappare»
Padre Ghebrekidan spiega che gli sbarchi sono aumentati quest’anno per la situazione esplosiva della Libia: è più facile per gli eritrei attraversare il paese, a costo anche di finire nelle mani di trafficanti o criminali che li vogliono sfruttare. Su altri passaggi, come il fiume Evros tra Grecia e Turchia, sono stati rafforzati i controlli, oppure sono divenuti impraticabili, e così quasi tutte le rotte dei profughi sono deviate qui. In più con la bella stagione il Mediterraneo è all’apparenza più tranquillo, e i viaggi dei barconi si moltiplicano. «Non potete immaginarvi che tristezza è per noi vedere il paese svuotarsi in questa maniera», si lascia andare il religioso. «Tutti questi giovani sono il futuro dell’Eritrea, e invece di cercare di stare a casa e costruire qualcosa preferiscono scappare, andarsene».

È quello che ha fatto Yonas, 24 anni e un titolo di studio in ingegneria agraria. Ci ha messo due mesi ad arrivare a Milano, pagando 1.800 dollari a uno scafista per attraversare il Mediterraneo, «e mi è andata bene, perché lungo la strada non mi è successo nulla. Talvolta in Eritrea danno l’ordine di sparare al confine a tutti quelli che scappano». Dà l’impressione di essere tanto libero quanto solo, finalmente fuori dall’inferno ma abbandonato a se stesso: non ha cari che lo attendano, né si cura di chi piangerà la sua mancanza a casa. «Io ho il mio destino, tu il tuo». Veste un giubbotto Nike, attorno alla vita una tuta vecchia e sporca di terra: dorme in un’aiuola di Porta Venezia, uno scatolone come materasso. «Sono scappato perché non ne potevo più di essere schiavo». Racconta di essere stato anche in carcere tre mesi, per aver detto no al governo che lo voleva maestro di scuola: «Ho studiato agraria, perché dovrei insegnare?». Andrà in Germania Yonas, anche se non ha parenti là.

Partirà invece per la Francia Massawa, che vicino a Parigi ha un fratello e una sorella che vorrebbe raggiungere. Il suo viaggio è cominciato a dicembre, ed è più ricco di un libro d’avventure. Ha fatto tutta la strada a piedi, passando per la Siria e la Turchia. Da lì si è imbarcato per la Grecia, e all’arrivo in porto la polizia ha preso lui e i suoi compagni e li messi in carcere. Massawa accenna pure ad alcuni pestaggi, ma non vuole parlarne: preferisce raccontare la liberazione, il passaggio per la Macedonia e l’arrivo in Serbia. Qui si è fermato a lungo, ospite in un campo profughi dell’Onu. Era la fine di maggio, e i Balcani venivano sommersi da una delle peggiori alluvioni della loro storia. «È piovuto per tre giorni ininterrottamente». Il fango saliva anche nel campo e i rifugiati sono stati costretti a scappare, ma non prima di essere impiegati nel soccorso alla cittadinanza. Per alcuni giorni hanno ripulito strade e cantine, posizionato sacchi di sabbia per evitare altri allagamenti. A inizio giugno, finalmente, Massawa è arrivato in Italia. «Ho visitato più paesi di un turista», scherza nella notte dei Bastioni. Di Milano si sente ospite. Sta bene e non ha paura. Ma non s’avvicina a nessuno che non parli la sua lingua. L’Italia è solo un’altra tappa del suo lungo cammino. Verso chissà dove.