L’avventura missionaria: un servizio alla verità dell’uomo

Di Francesco Ricci
30 Maggio 2026
Pubblichiamo un testo parzialmente inedito di un intervento di don Francesco Ricci a un seminario del 12 giugno 1988 per aspiranti volontari Avsi
Don Francesco Ricci con Giovanni Paolo II
Don Francesco Ricci con Giovanni Paolo II

Il 30 maggio ricorre il 35esimo anniversario della morte di don Francesco Ricci, il sacerdote forlivese che iniziò in Romagna il movimento di Comunione e Liberazione e che fu uno dei protagonisti del suo irradiamento internazionale. Fondatore del Centro Studi Europa Orientale, amico di Karol Wojtyla futuro papa Giovanni Paolo II, negli anni Ottanta venne integrato alla Commissione Internazionale di Comunione e Liberazione e prese parte a incontri di formazione dei candidati volontari per i progetti di Avsi, Associazione Volontari per il Servizio Internazionale. Pubblichiamo un suo testo parzialmente inedito (una parte dello stesso è apparso nel libro di Rodolfo Casadei Una passione – L’avventura missionaria di Arturo Alberti) tratto dal suo intervento conclusivo al seminario del 12 giugno 1988 per aspiranti volontari Avsi presso la Fondazione Sacro Cuore di Milano. I titoletti tra un paragrafo e l’altro sono a cura della redazione.

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«Chi è allora, dunque, questo volontario? Chi è? Che cosa vuole? C’è stato un certo momento in cui era di moda, quando si parlava del Terzo Mondo, dei paesi in via di sviluppo, da parte di certi sociologi, fare ricorso ad una specie di tentativo di natura antropologica per il Terzo Mondo, in cui veniva celebrato l’uomo. E avevano convenuto che i bisogni fondamentali di un uomo erano la casa, il cibo, la salute e l’educazione».

«Il volontariato è stato interpretato come una risposta a quei bisogni umanitari a cui non possono dare risposta le strutture statali e parastatali. Noi assumiamo in pieno la responsabilità di rispondere a quei bisogni fondamentali (la casa, il cibo, la salute e l’educazione), ma l’esperienza che abbiamo vissuto, e viviamo, ci fa percepire chiaramente che queste parole hanno un significato più profondo di quello che può essere la sola organizzazione materiale delle risposte. Difatti casa vuol dire casa dove la gente vive, il luogo di ubicazione della famiglia, ma la casa è anche la casa di Dio, la comunione. Noi sappiamo che il cibo, certo, è un pane, ma “non di solo pane vive l’uomo”; quindi noi sappiamo che c’è un’altra fame nell’uomo: una fame di verità al di sotto della quale, senza la quale, l’uomo non è e non potrà mai essere pienamente uomo. Così il bisogno della salute; la salute del corpo e un’altra salute, quella dell’anima, che non sono due saluti perché l’uomo è uno solo: un corpo e un’anima. Sappiamo che non si può pienamente svolgere un servizio di salute se non si porta all’uomo una proposta di salvezza: “a che serve salvare il corpo se l’anima va perduta?”. E così, un significato più grande alla parola educazione; più grande, perché è stata la nostra più grande esperienza: il saper intendere il significato del destino, il significato della vita e perciò il bisogno fondamentale di educazione nella fede. Dunque la nostra presenza nei luoghi del bisogno è una risposta a questi bisogni fondamentali secondo le integrali dimensioni della nostra esperienza, secondo la totalità del bisogno dell’uomo e secondo la totalità della risposta che viene data all’uomo. Allora si dovrebbero fissare i punti ideali di riferimento, secondo i criteri di una verità e di una credibilità. Sono quattro idee, ma son quattro idee di quelle giuste perché possono costruire».

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Uomini più uomini, uomini più veri

«Prima di tutto quello che sta a cuore a noi è Gesù Cristo: il nervo della nostra umanità, la sostanza umana della nuova umanità è la lezione di Gesù Cristo. Questo è l’interesse della nostra vita. Siccome ci interessa Gesù Cristo, siccome ci sta a cuore Gesù Cristo, ce l’abbiamo nel cuore, allora con Gesù Cristo e perché c’è Gesù Cristo al centro del cuore con Lui c’è l’uomo, ci sta a cuore l’uomo. E ci sta a cuore l’uomo perché sia uomo. Perché la grande possibilità che ha offerto Gesù Cristo, una volta entrato nel cuore e insediatosi al centro del nostro cuore, è che ci ha reso possibile vivere l’esperienza del diventare più uomini, più veri: uomini più uomini, uomini più veri. Per questo il nostro servizio è un servizio allo sviluppo dell’uomo. È inutile che stiamo qui a patteggiare con parole sociologiche. Noi siamo al servizio di uno sviluppo integrale dell’uomo, un servizio alla verità dell’uomo, ma una verità integrale per un uomo integrale: che va dal fare alla verità, che va dalla casa alla comunione, che va dal saper leggere e scrivere al sapere il significato della propria vita, che va dal bisogno di lenire le ferite del corpo al bisogno di sperimentare la liberazione dello spirito. E per questi motivi noi mettiamo noi stessi, la disponibilità della nostra persona. Potremmo così riassumere questo concetto con una frase: “Una persona al servizio della persona, una comunione al servizio di una comunità umana”».

«E poiché è comunione della nostra realtà,  il metodo per la nostra risposta è, con una parola che attraversa tutta la storia del nostro Movimento, e acquista sempre più spazio, spessore e  consistenza, il metodo è quello della condivisione. E oggi è diventata come la grande parola che quasi rende ancora più storicamente significativa la verità della condivisione, che è la parola solidarietà, alla quale ci continua a richiamare tutti, per il semplice fatto che forse siamo stati chiamati ad una maggiore sensibilità di ascolto, ad una maggiore integralità di risposta umana: la solidarietà come forma umana di partecipazione responsabile allo sviluppo integrale dell’uomo in ogni angolo del mondo».

L’operare e l’essere

«La solidarietà, a sua volta, sviluppando il concetto, passa attraverso a quello che noi possiamo di più umano mettere al servizio dell’altro, che è, diciamo, il contenuto della solidarietà, che non è uno scambio affettivo soltanto, o sentimentale, ma è il lavoro. È il lavoro che rende possibile costruire insieme ad altri un mondo in cui l’uomo possa essere più uomo, più vero nella propria umanità. Perciò l’impegno del Movimento nella sua presenza al bisogno è un impegno di lavoro».

«Certo, anche la parola professionalità è una parola importante a condizione che non si riduca a una definizione tecnica del livello qualitativo del lavoro e conservi invece lo spessore di dignità umana che ha il lavoro inteso come il piano fondamentale dell’uomo puntato per la costruzione del mondo umano dell’uomo».

«E non è un caso che nell’enciclica Sollicitudo Rei Socialis noi abbiamo seguito uno speciale riconoscimento della modalità con cui il Movimento vive la sua presenza sociale nel mondo, in Italia e fuori d’Italia. E non è un caso che questo sentirsi come riconosciuti in questa modalità, abbia anche introdotto uno stimolo a rendere ancora più incisiva, ancora più nuova, ancora più efficace questa collaborazione allo sviluppo secondo la via fondamentale della solidarietà fra gli uomini. E il lavoro è il luogo dell’espressione, è la forma dell’espressione della solidarietà dell’uomo con l’uomo, il luogo della comunione fondamentale fra gli uomini e anche per ciò stesso il luogo fondamentale della presenza. E io vorrei che vi restassero scolpite per sempre, sia che andiate sia che restiate, sia che andiate per breve tempo sia che andiate per lungo tempo, sia che viviate la vostra vita con spirito missionario sia che viviate un pezzetto più grande della vostra vita in questo servizio, che vi restino però scolpite per sempre le parole che stamattina vi sono state dette per definire l’identità – non la giustapposizione, non la concatenazione – tra l’operare e l’essere, cioè tra la persona che agisce, che attua, che opera nella situazione col suo lavoro e la persona che, per ciò che è, per l’identità che vive, dà a questo lavoro un significato che manifesta dimensioni della realtà essenziali per la coscienza e per il destino dell’uomo».

Non esci mai di casa

«E una serie di circostanze, oggi, rende possibile quello che fino a qualche anno fa non esisteva ed era solo potenziale: la quasi coincidenza fra i luoghi della presenza di questo servizio chiamato volontariato e i luoghi della presenza del Movimento, cosicché coloro che oggi partono per progetti di volontariato non partono verso terre inospitali o sconosciute o verso deserti, ma vanno invece ad associarsi con la forza del proprio lavoro, con la forza della propria presenza e con la forza della propria persona, al lavoro di costruzione del Movimento nelle varie situazioni: questo vale per l’Africa, vale per l’America latina e soprattutto vale, varrà, io spero presto, dove il Movimento sta vivendo i suoi iniziali passi di presenza. E questo è come se vi potesse dare una maggiore tranquillità: dovunque andate non uscite di casa, se la casa è la nostra comunione, e cioè una compagnia che ti accoglie, che non fa questione se siete siciliani o veneti o lombardi o emiliani; non fa questione di nulla: vi riconosce a priori e vi accoglie, vi accetta, vi libera di un avvenimento di comunione già nato. E questo avvenimento è la cosa più fantastica che vi possa accadere: non esci mai di casa. Poi vi toglie la paura, l’assillo del cosa fare e dall’altra parte, tassativamente, indica la regola detta questa mattina: la necessità di vivere il Movimento ovunque si vada. Non nei suoi schemi, quelli li puoi lasciare a casa, è un peso superfluo, ma nella sua verità originale; è l’avvenimento di comunione, così che uno può proprio andare solamente con i vestiti da mettersi addosso e gli strumenti tecnici del proprio mestiere e il cuore pieno di libertà e di gioia nel poter continuare a vivere lo stesso avvenimento che ha già vissuto con i suoi amici, acquistando nuovi amici che avranno solo nomi diversi e solo caratteristiche fisiche, fisionomiche diverse e abitudini anche di cibo diverse, ma che di diverso non hanno l’appartenenza allo stesso avvenimento, alla stessa storia».

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«Andare ad accrescere questo Avvenimento è una ragione che si può dire perché si lascia quello che si lascia e si va incontro a quello a cui si va incontro. Io credo che forse la parola più diretta al cuore di ciascuno di voi fra tutto quello che è stato detto stamattina sia questa della obbedienza, dell’obbedienza a Gesù Cristo. Non una ubbidienza supina, cieca, ma un’obbedienza docile, intelligente, responsabile che vi permetta di avere in fondo l’unica posizione realmente richiesta, l’unica condizione veramente richiesta, che è quella di un’appartenenza vera a questa storia, che l’appartenenza sia vera».

«Per me questa è la grande testimonianza da dare, quella che san Paolo chiama il buon odore di Cristo, che contagia e genera l’uomo, che suscita speranza e anima e costruisce non solo i grandi progetti di Belo Horizonte ma i piccoli, i laboratori dove le donne dovranno imparare ad usare le mani per cucire: costruisce un mondo più vero, più umano, un pezzo di Chiesa perché costruisce un pezzo di voi».

Obbedienza alle piccole cose

«Si è fatta una domanda sulle lingue: stamattina, mentre Giussani parlava di obbedienza, mi è venuto di collegare l’idea dell’obbedienza, della grande obbedienza, quella del cuore, a una cosa piccola. Pensavo ad una grande obbedienza nelle piccole cose, questo è il succo della santità: una grande obbedienza del cuore a delle piccole cose, a dei dettagli che uno potrebbe considerare anche come fuori dall’obbedienza; e mi veniva da associare il fatto della grande obbedienza nelle piccole cose allo sforzo di imparare la lingua della gente con cui si deve convivere e imparare a parlarla bene. Io credo che faccia parte della carità, che sia segno di grande comunione la serietà con cui ci impegniamo a parlare con la gente nel modo con cui la gente può più facilmente capire. E questo non è solo una questione tecnica, la questione è come uno non trova altro modo: Dio poteva farsi uomo in un modo approssimativo; Dio si è fatto uomo in modo perfettamente umano. È lo sforzo della presenza: si deve vivere totalmente immersi».

«La validità della vostra esperienza deve essere necessariamente maturata nella forma della gente con cui voi sarete chiamati a vivere, a imitazione di Cristo che si è fatto vero uomo. La prima cosa da fare è incuriosirsi per la loro lingua e per la loro cultura: incuriosirsi, innamorarsi, prestare attenzione per la loro lingua e per la loro cultura».

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