Ascesa e caduta del “conservatorismo”. Dal “conservative mind” al culto della Torah

Di Agostino Carrino
04 Settembre 2025
Il contributo di Agostino Carrino (Giurista e filosofo, Roma) per Lisander, il substack nato dalla collaborazione tra Tempi e Ibl, in reazione ad un saggio di Danilo Breschi sul conservatorismo

C’era una volta lo “spirito conservatore” (the conservative mind). Aleggiava sui boschi e sui laghi del Michigan, racchiuso in un libro che l’editore Regnery, allora a Chicago, aveva voluto pubblicare con quel titolo, che diede fortuna a Russell Kirk (1918-1994), il suo autore, il quale lo aveva pensato e scritto tra la sua Mecosta e la Scozia avita. Era il 1953 e il “conservatorismo” non era proprio una brutta parola, ma qualcosa di simile, certo ancora il «partito più stupido», come lo aveva definito John Stuart Mill nell’Ottocento.

Russell Kirk ebbe la felice idea di raccontare con finezza le idee di alcuni filosofi della politica, scrittori e poeti anglosassoni tenuti insieme dall’idea che in un mondo che era cambiato, stava cambiando e sarebbe cambiato sempre più velocemente, vi fosse qualcosa che meritava di essere preservato, per l’appunto “conservato”. Si trattava fondamentalmente dei princìpi racchiusi in due formule: moral imagination e permanent things, immaginazione morale e cose permanenti.

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