«Andare in piazza a difendere l’articolo 18 non serve a nulla. È un feticcio del passato che non porta lavoro a nessuno»

«Non servono riforme “pasticciate”, calate dall’alto. Meglio fare da sé, con la contrattazione decentrata, che attendere i tempi da anni 70 della politica e i sindacati italiani». Intervista a Luigi Recupero (Ugl)

Il dibattito sull’articolo 18 è un «feticcio», fumo gettato negli occhi dei cittadini, secondo il segretario regionale dell’Unione generale del lavoro (Ugl) in Lombardia Luigi Recupero. Perché i problemi reali della gente, così come pure degli imprenditori, sono ben altri. Si tratta, più che di discutere se “licenziamento sì” o “licenziamento no”, di come portare un’azienda fuori dalla crisi. Ecco perché, come spiega Recupero a tempi.it è «importante che i sindacati non vadano in piazza per questo». Sarebbe un errore strategico e, molto probabilmente, rimarrebbero «inascoltati».

Recupero, l’articolo 18 è da cancellare?
A quanto mi risulta, l’articolo 18 è già stato quasi completamente depotenziato dalla riforma Fornero. Perciò, non dovrebbero esserci troppe difficoltà a spazzarlo via del tutto… io credo, piuttosto, che il dibattito sull’articolo 18 sia utilizzato strumentalmente, come un feticcio, per spostare la discussione dal vero problema che ha l’Italia: e cioè che non basta cambiare le regole per creare nuovi posti di lavoro. Del resto, sfido chiunque a dimostrarmi tecnicamente come ciò sia possibile, semplicemente cancellando l’articolo 18. È impossibile.

E allora come si riporta il lavoro in Italia?
Al governo dobbiamo chiedere l’unica cosa che ha il potere di fare, e cioè di ridurre le tasse e il costo del lavoro. Ma per farlo occorre che lavoratori e datori di lavoro, sindacati e associazioni di categoria, scendano in piazza uniti. Altrimenti non li ascolterà nessuno. Anche perché, mi scusi, è inutile che si mettano gli uni contro gli altri sull’articolo 18. Sarebbe un errore colossale lasciare che il governo si intrometta su questo punto tra di loro. Molto meglio cominciare a cambiare da soli, senza chiedere a nessuno di modificare le regole.

Le istituzioni vi seguiranno?
Il punto è che il tradizionale sistema delle rappresentanze, dalla politica ai sindacati, alle associazioni di categoria, è bloccato da logiche un po’ troppo “anni ’70”. E io ripongo in esse la stessa scarsa fiducia che ho nei confronti dello Stato perché cambino sul serio qualcosa. Fortunatamente, però, esse non rappresentano più la maggioranza delle pmi e del ricco tessuto produttivo italiano. È con queste aziende che noi dobbiamo ripensare gli impianti contrattuali, innovando in base a quelle che sono le loro reali esigenze, senza ricorrere ai soliti filtri del passato.

Cosa chiedono le aziende?
Contratti nazionali innovativi e minimali, coerenti alle esigenze produttive delle aziende e ai parametri del mercato; contratti che, però, deleghino l’attuazione dei singoli contenuti dell’accordo coi lavoratori alla contrattazione di secondo livello, ispirandosi a principi di maggiore flessibilità e autonomia. Ed è per questo che non c’è affatto bisogno di riforme “pasticciate” e calate dall’alto. Noi ne abbiamo già stipulati tanti di contratti di questo tipo e sappiamo come si fa. Sono soluzioni che gli accordi interconfederali vigenti tra i sindacati, che pure colgono che è proprio questo il punto rivoluzionario di oggi, non riuscirebbero mai a concludere. Perché, così facendo, correrebbero il rischio di andare incontro a una situazione che non sarebbero in grado di gestire.

In concreto cosa vuol dire?
Le faccio un esempio: se una cooperativa vince un appalto sottocosto, come, purtroppo, accade sempre più spesso in Italia, è possibile che, per portare a termine la commessa, essa sia costretta a frodare la normativa vigente sui contratti; perché, se la seguisse per filo e per segno, molto probabilmente, non starebbe sul mercato. Ciò che noi stiamo già facendo da un po’ di tempo è trovare soluzioni condivise tra i datori di lavoro e i lavoratori che, in cambio di qualche sacrificio, possano partecipare alla gestione dell’azienda, attraverso le modalità che la legge prevede per loro. Perché, va bene fare i sacrifici, ma a fronte anche di risultati. Un altro esempio è la possibilità di trasformare la quattordicesima in un premio di produzione, così che non si spalmino a pioggia risorse, ma le si utilizzino come incentivo al merito.