La legge dell’Emilia-Romagna vuole fare scuola sul suicidio assistito
L’Emilia-Romagna ha la sua legge sul suicidio assistito. Giovedì 23 luglio l’Assemblea legislativa ha approvato, con i voti della maggioranza di centrosinistra (Pd, Avs, Civici e M5s) e il voto contrario del centrodestra, il testo presentato dal consigliere di Alleanza Verdi e Sinistra Paolo Trande che disciplina, all’interno del Servizio sanitario regionale, la procedura per il suicidio medicalmente assistito.
Dopo Toscana e Sardegna, è la terza Regione italiana a dotarsi di una normativa specifica sul fine vita. Un approdo che era scritto da tempo: da una parte la campagna dell’’ssociazione Luca Coscioni, che ha depositato analoghe proposte di legge in tutti i Consigli regionali per spingere le Regioni a legiferare sul suicidio assistito; dall’altra la vulgata, ormai diventata senso comune, secondo cui la sentenza Cappato della Corte costituzionale avrebbe introdotto un presunto «diritto soggettivo a morire». Una lettura ideologica che la Consulta non ha mai affermato.
La legge dell’Emilia-Romagna “a prova di Consulta”
Valentina Castaldini, capogruppo di Forza Italia in Regione, combatte questa impostazione fin dai tempi della giunta Bonaccini, quando l’Emilia-Romagna aveva scelto la strada della delibera: un atto amministrativo con cui si intendeva dare attuazione, a livello regionale, alla sentenza sul caso Cappato-Dj Fabo. «Non c’è mai stata alcuna sospensiva di quel percorso», ricorda Castaldini. «Infatti, mentre la politica nazionale discuteva, in Emilia-Romagna, grazie a una delibera amministrativa, ci sono già state 15 richieste e 5 casi di suicidio assistito che hanno concluso l’iter».
I motivi per cui la maggioranza ha deciso di virare dall’atto amministrativo alla legge sono chiari, spiega Castaldini a Tempi: «In primis, la proposta dell’Associazione Coscioni, essendo d’iniziativa popolare, resta incardinata negli ordini del giorno dei Consigli regionali anche dopo le elezioni: prima o poi le assemblee sono costrette a pronunciarsi. Il secondo motivo è che sul famoso atto amministrativo di Stefano Bonaccini pendeva un mio ricorso al Tar. I promotori del suicidio assistito sapevano benissimo che in sede giudiziaria avevamo ragione su molti punti. Gli stessi che la Corte costituzionale ha poi rinfacciato alla legge della Toscana».
Alla guida di una maggioranza più sbilanciata a sinistra rispetto a quella del suo predecessore, Michele De Pascale aveva i numeri per presentare una propria proposta più conforme alle richieste della Corte rispetto alla proposta Coscioni che il Consiglio si sarebbe trovato a discutere. Infatti la nuova sentenza della Corte costituzionale che ha corretto in alcune parti la legge Toscana, ha aperto la strada alla possibilità di formulare leggi regionali formalmente perfette. All’Emilia-Romagna, rispetto alla delibera in vigore, è bastato eliminare i limiti temporali stringenti e disciplinare in otto articoli l’iter della commissione medica (Covam) e il parere del comitato etico.
E così, in un’aula dove i numeri della maggioranza non lasciavano margine per bloccare il provvedimento, Castaldini, pur ribadendo un “no” granitico e motivato all’impianto generale della norma, ha ingaggiato una battaglia emendativa per infilare nel testo alcuni cunei irrinunciabili di umanità e trasparenza. «In questi due anni di suicidio assistito “amministrativo”, attraverso decine di interrogazioni ispettive, avevo toccato con mano l’opacità di certi percorsi. Non potevo permettere che una legge regionale trasformasse l’esame di un malato in una fredda perizia cartacea».
Gli emendamenti di Castaldini e Ugolini
Il risultato si misura nei quattro emendamenti che Castaldini e la collega Elena Ugolini (Rete civica) sono riuscite a far approvare e integrare nel testo finale. Tre portano la firma della consigliera forzista. Il primo prevede l’obbligo della visita personale: «La Commissione di valutazione medica non potrà più decidere la sorte di un essere umano limitandosi a scartabellare cartelle cliniche e referti su una scrivania. È stato inserito l’obbligo tassativo per i medici di recarsi di persona nel luogo in cui si trova il paziente, per guardarlo negli occhi, valutarne lo stato di sofferenza e la reale condizione clinica». Il secondo introduce l’ascolto degli affetti: «La Commissione avrà la facoltà di svolgere colloqui diretti con le persone eventualmente indicate dal paziente stesso: familiari, amici, le figure che lo hanno accompagnato lungo tutta la vita e che spesso conoscono la verità profonda dei suoi bisogni e delle sue paure».
Il terzo garantisce la volontarietà del personale sanitario: «Le attività connesse all’espletamento del suicidio assistito – dal medico all’infermiere, fino al personale d’assistenza – potranno essere svolte esclusivamente su base volontaria. Non si tratta di una semplice obiezione di coscienza stile legge 194, ma di un principio ancora più radicale: nessuno all’interno del Servizio sanitario potrà essere precettato o costretto a collaborare alla morte di un paziente. Entra nel percorso solo chi sceglie di farlo esplicitamente».
A questi si aggiunge l’emendamento a firma Ugolini sulla clausola valutativa annuale, il quale prevede che il monitoraggio sull’applicazione della legge avvenga tramite una relazione obbligatoria ogni dodici mesi in commissione, e non ogni due anni: «Ci voleva una voce plurale per ribadire che la trasparenza e la verifica di ciò che accade dentro le strutture sanitarie non sono una concessione della maggioranza, ma un dovere verso i cittadini».
Niente palliativista per chi chiede il suicidio assistito
Ma se l’approvazione di questi emendamenti rappresenta un argine alla deriva burocratica, il rammarico per ciò che il centrosinistra ha respinto resta profondo. La maggioranza ha infatti bocciato senza appello l’emendamento più importante presentato dalla consigliera Castaldini: quello che chiedeva di rendere obbligatori l’assistenza e l’accompagnamento di uno specialista in cure palliative per ogni paziente che faccia richiesta di suicidio assistito. Non un’informativa calata dall’alto, ma la presa in carico da parte di un medico palliativista capace di mostrare al malato, prima di qualsiasi scelta irreversibile, che il dolore si può domare, che la sofferenza fisica si può spegnere, che la dignità non sparisce con la malattia.
«In Emilia-Romagna», commenta la consigliera forzista, «si è cercato in tutti i modi di teorizzare che le cure palliative e il suicidio medicalmente assistito siano due binari paralleli, due strade completamente distinte che non si incrociano mai. Ma chiunque abbia accompagnato un parente, un amico, un figlio nell’ultimo tratto della vita sa benissimo che le due domande – la richiesta di morire e l’implorazione di non soffrire più – spesso si sovrappongono e si confondono nello stesso grido d’aiuto».
«Sulle palliative siamo i primi in una classe di asini»
L’Emilia-Romagna vanta numeri eccellenti nelle cure palliative se confrontata con il resto d’Italia. «Siamo i primi in una classe di asini», chiosa amara Castaldini. «Purtroppo la presa in carico palliativa arriva quasi sempre troppo tardi, nella fase terminale e acuta della malattia. Manca la cultura della domiciliarità, la presenza del palliativista fin dall’insorgere della patologia irreversibile. Realtà straordinarie come l’Ant vanno avanti quasi esclusivamente grazie alle donazioni private e al volontariato, non certo per il supporto sistemico dello Stato».
Chi beneficerà, invece, di questa legge? I numeri, ad oggi, raccontano di una realtà distante dalle cagnare ideologiche. In Emilia-Romagna i casi accertati di suicidio assistito negli ultimi due anni sono stati cinque. Nessuno risulta attualmente in “lista d’attesa”, perché le commissioni mediche hanno finora vagliato le richieste con estremo rigore clinico, rigettando le istanze che non presentavano i quattro requisiti tassativi fissati dalla Consulta.
«È una scelta politica e drammaticamente sbagliata»
La seduta dell’Assemblea legislativa si è chiusa tra gli applausi della maggioranza e le dichiarazioni di rito: l’Associazione Coscioni esulta per il nuovo scalpo regionale incassato e il governatore De Pascale si dice orgoglioso di una legge nata per «colmare il vuoto legislativo nazionale». Ma come avverte la stessa Castaldini, «è una scelta destinata ad avere un peso che va ben oltre i nostri confini regionali, perché rappresenta un modello che potrà essere ripreso anche da altre Regioni». Copiando e incollando il testo approvato a Bologna dovunque la sinistra governi o dovunque le proposte di iniziativa popolare attendano nei cassetti dei Consigli regionali d’Italia.
Il mantra sbandierato è sempre lo stesso: “Ce lo chiede la Consulta”. Falso. La vulgata secondo cui la Corte avrebbe sancito un diritto soggettivo a morire è una costruzione ideologica: con la sentenza 242 del 2019, la Consulta si è limitata a perimetrare un’area di non punibilità penale per chi aiuta un paziente in determinate e rigidissime condizioni cliniche. Trasformare una non-punibilità penale in un presunto diritto e in una prestazione sanitaria erogabile a carico del contribuente è un salto mortale politico ed etico compiuto interamente dalle giunte regionali. «È una scelta politica precisa, che io continuo a ritenere drammaticamente sbagliata», ribadisce Castaldini. «Il Servizio sanitario nazionale nasce per curare, per difendere la vita. È questa vicinanza concreta al malato che le istituzioni dovrebbero mettere al centro, perché la missione della sanità non è lasciare una persona sola davanti alla propria sofferenza, ma accompagnarla con tutte le cure, la professionalità e l’umanità di cui è capace».
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