Antonio Simone: Io, nel pestaggio in carcere con cinghie e punteruoli

Lotta tra tunisini e marocchini contro albanesi. Botte, inseguimenti, sangue. «Imploro che sopra la follia sia data una speranza a ciascuno». Quarta lettera dal carcere di san Vittore.

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Pubblichiamo la nuova lettera inviata a tempi.it da Antonio Simone, detenuto nel carcere di San Vittore a Milano. Qui la prima, qui la seconda, qui la terza.

Ore 13, con Ikea (il mio compagno di cella “mobiliere carcerario”) vado a farmi l’ora d’aria.
Dopo l’ultimo pestaggio e l’autoevirazione (il riferimento è a un episodio raccontato da Simone in una precedente lettera che non ci è pervenuta, ndr) c’è tensione. Il cortile di oggi è quello grande (400-500 metri quadrati), vengono giù in tanti. È pieno. Si creano gruppi divisi per nazionalità, noi camminiamo al centro. Mancano dieci minuti alle 14 e senza che si capisca il perché un nero e un bianco (georgiano, pare) cominciano a scazzottarsi.
Gli amici dell’uno e dell’altro intervengono, inizia la lotta.
Dopo tre minuti i pacieri la vincono, arrivano le guardie, portano via il nero menato e un bianco. Si ricomincia a camminare, ma si vede che si sta preparando la rivincita dell’altro giorno.
Si chiamano da un parte i tunisini e i marocchini e dall’altra gli albanesi. Un minuto e scoppia l’inferno.

Tutti scappano, non si sa dove. L’evirato tunisino è al centro del pestaggio, cade. Escono punteruoli, cinghie con sassi, lui è una maschera di sangue, così come grondano di sangue le mani di chi ha strumenti di offesa e attacco. Comincia la caccia ai tunisini e ai marocchini. La folla ondeggia, cerca di sfuggire, corre tra infuriati armati alla caccia di chi colpire.

Mi ritrovo tra i neri, Ikea mi chiama e ci mettiamo contro il muro. Gente che cade, che prende di tutto. L’evirato non è più una maschera di sangue, è massacrato. Arrivano gli agenti, qualcosa si ferma. Siamo vicini alla porta, ci buttano fuori.

Non ho avuto paura, ma non mi sono mosso a difesa di nessuno, mi avrebbero pestato o sfregiato. Sono stato vigliacco; molte altre volte, fuori, nella vita normale, ho cercato di dividere o difendere. Questa è la follia di domenica 13 maggio, dopo un mese di carcere, festa della mamma, a Milano, carcere di San Vittore.

Rientro in cella, leggo la preghiera del Gius e la grazia che imploro è che sopra la follia sia data una speranza a ciascuno; cioè che ciascuno, guardando un bene avuto, possa guardare con compassione la propria e altrui follia e chiedere di ricominciare.

Fatelo anche voi, per piacere.

Antonio Simone

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